Amazzonia a numero chiuso

Repubblica ha riportato nei giorni scorsi la chiusura delle frontiere nell’Amazzonia brasiliana, una restrizione che si estende anche a chi opera nella valorizzazione della biodiversità a fini produttivi e di ricerca. In linea di principio non si possono sollevare critiche formali all’operazione del governo Lula, dato che ad esempio la si può in parte considerare come un recepimento della regolamentazione all’accesso delle risorse biologiche già previste dalla Convenzione sulla Biodiversità (CBD). E dopo tutto è abbastanza corretto che uno stato desideri sapere chi-fa-cosa con le proprie risorse. E neppure è una vera novità, a dirla tutta, dato che già da una decina d’anni i ricarcatori che vogliono studiare in situ la biodiversità amazzonica devono intraprendere un iter di diversi mesi che prevede l’approvazione dell’equivalente brasiliano del CNR, dell’IBAMA, della confederazione indigena (FUNAI), un peer-review del progetto di ricerca ed infine un nulla osta del Ministero della Tecnologia. Insomma, già adesso la marcatura è stretta.

I dubbi però nascono quando si approfondisce il modello di controllo scelto, in Brasile come in altri paesi (nei quali tuttavia l’implementazione di queste norme è ancora arruffata e non operativa), ovvero quello della selezione tramite dedalo burocratico. Un modello che sembra costruito apposta non tanto per selezionare i migliori, quanto per far fuori i pesci piccoli a favore di quelli grossi, che si possono permettere personale in grado di premere sull’avanzamento delle pratiche, magari ungendo quà e là. Eppure in genere è proprio il lavoro cumulativo e capillare di tanti pesci piccoli quello che ricade maggiormente sulle fasce sociali e sulle nicchie ambientali più in difficoltà.

Altro scetticismo potrebbe essere quello sull’apparente miopia dell’operazione, che rischia di far perdere al Brasile una forza lavoro non indifferente in termini di risorse investite a favore dello sviluppo sociale, di quello sostenibile, di quello produttivo. Tuttavia è tempo di aprire gli occhi sulla realtà di una nazione che sta rapidamente dismettendo i panni del paese in via di sviluppo per iniziare a recitare con forza un ruolo di attore protagonista nello scacchiere economico del pianeta. Tra boom agricolo e riserve petrolifere sempre più cospicue il Brasile sta diventando una potenza economica mondiale e può permettersi di fare la voce grossa anche con chi ha sostenuto le fasce meno abbienti e socialmente più esposte e da sempre si schiera per uno sviluppo attento alla crescita ma anche all’ambiente e non allo sviluppo insostenibile ed a tutti i costi.

E soprattutto il Brasile è una nazione che sta ponendo in essere un piano di sviluppo economico in salsa cinese, centrato sulla produzione massiccia e non sulla divesificazione, sulla valorizzazione delle risorse biologiche locali. Le dimissioni del Minstro dell’Ambiente Marina Silva e lo scenario ben descritto da Rocco Cotroneo sul Corriere di oggi sono di una chiarezza lampante. Sempre su Americas è riporata una battuta di Lula a Bush, una frase che spiega bene il motivo di questi eventi: “”L’altro giorno gli ho telefonato e gli ho detto: senti un po’ Bush, figlio mio, il problema è questo. Noi siamo stati 26 anni senza crescere. Adesso che stiamo crescendo, arrivate voi a scocciare?”

Ordem e progresso su sfondo verde amazzonia, recita la bandiera carioca. Un progresso che pare declinarsi più secondo le regole del consumo che non su quelle della sostenibilità, col rischio di dover sostituire il campo verde con uno color terra bruciata. La politica dello sviluppo brasiliano è una delle più grosse delusioni del decennio.

Una mela al giorno…

Dopo aver citato il professore di scienze del liceo, è il turno di un professore dell’università, il quale durante le pause pranzo all’epoca della tesi asseriva che “la scienza è la lenta scoperta di quel che c’è già”. Una osservazione senza dubbio non universale, ma che per le scienze naturali e per quelle legate alle medicine tradizionali può talvolta presentare un accettabile grado di verità. Può tornare buona anche per alcuni adagi nella nonna, come nel caso del poco originale titolo di questo post, che prende le mosse da un articolo pubblicato su Molecular Nutrition and Food Research nel quale non solo le mele e l’uva ma anche e soprattutto il loro succo sono stati valutati in uno studio a lungo termine su animali nella prevenzione dell’ateroscerosi.

Le indicazioni (al solito preliminari e lungi dall’essere relative all’efficacia sull’uomo) suggerirebbero una maggiore efficacia del succo rispetto al frutto intero nell’accrescere la capacità antiossidante ematica, -verosimilmente in virtù di una maggiore biodisponibilità dei principi attivi- ed una diminuzione dell’incidenza di occlusioni arteriose da parte del succo di mela, analoga a quella ottenibile con estratti e prodotti ricchi in polifenoli dell’uva. Da sottolineare come il dato sia relativo ad animali nutriti con una dieta altamente lipidica, ergo è da verificare se la risposta ottenuta vale solo quando si assumono cibi altamente aterogenici o anche quando la dieta è controllata. Ovvero, se una medesima efficaciam non sia ottenibile tramite semplice, attenta gestione alimentare. Questo fatto inoltre non implica automaticamente che dall’evidenza ottenuta discenda direttamente un’applicabilità in persone con colesterolo e trigliceridi fisiologicamente alti non per cause alimentari. Da rivedere la scelta di somministrare agli animali uguali volumi di frutto e di succo, forse sarebbe stato più indicativo somministrare un dato volume di frutto ed il succo che da quel volume si può ottenere. Di incoraggiante e positivo nello studio, la durata della sperimentazione: 12 settimane sono un bel periodo.

Saranno contente le aziende agroalimentari, che potranno pensare di spingere con più decisione i loro succhi.

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Phenolics from purple grape, apple, purple grape juice and apple juice prevent early atherosclerosis induced by an atherogenic diet in hamsters
Kelly Décordé, Pierre-Louis Teissèdre, Cyril Auger, Jean-Paul Cristol, Jean-Max Rouanet
Molecular Nutrition & Food Research 2008, 52, 400 - 407.

Knowledge of the effects of processing on the antioxidant properties of fruits is limited. We investigated the processing of apple (A) and purple grape (PG) and their juices (AJ and PGJ) in hypercholesterolemic hamsters. Five groups of eight hamsters each were fed an atherogenic diet for 12 wk. They received daily by gavage either 7.14 mL/(kg.day) of mashed A or PG, or the same volume of AJ or PGJ, or water as control. Plasma cholesterol, non-HDL cholesterol, liver superoxide dismutase and glutathione peroxidase activities, and thiobarbituric acid reactive substances were efficiently reduced by the fruits and their juices compared with controls, whereas plasma antioxidant capacity was increased and aortic fatty streak area was decreased from 48 to 93%. For each of these parameters, the efficacy was PGJ > PG > AJ > A. The results show for the first time that long-term consumption of antioxidants supplied by apple and purple grape, especially phenolic compounds, prevents the development of atherosclerosis in hamsters, and that processing can have a major impact on the potential health benefits of a product. The underlying mechanism is related mainly to increased antioxidant status and improved serum lipid profile.

Gojilla vs. Superfood

Altro giro di giostra sugli ingredienti nutraceutici di recente introduzione. Ospite odierno Lycium barbarum, Famiglia Solanaceae, per gli amici Goji o Chinese Wolfberry o Boxthorn, elegante arbusto i cui frutti rossi assomigliano a piccoli pomodori datterini. Da non confondere con i dolci e succosi Lychees, che di nome fanno Litchi chinensis ed apparengono a tutt’altra parrocchia. Oltre a L. barbarum usi e caratteristiche simili sono attribuiti a Lycium chinense ed entrambi vengono spesso indicati come prodotti himalayani o tibetani, sebbene il loro areale di crescita e coltivazione sia in realtà ben più ampio e ben poca parte della droga presente in commercio viene da quelle zone, anzi. Come ben spiegato già nella voce corrispondente di Wikipedia, la coltivazione di Goji in Cina è di tipo industriale massificato (dell’ordine di decine di milioni di tonnellate all’anno, per capirci) e non si tratta quandi di un effettivo prodotto di agricoltura di nicchia o di raccolta spontanea. Su base puramente teorica questo può determinare l’esigenza di controllare il livello di antiparassitari o l’assenza di un marchio biologico adeguato nella materia prima d’origine. Chi volesse optare per la produzione autarchica, sempre di soddisfazione, può provare seguando le indicazioni dei giardinieri inglesi: L. barbarum cresce anche alle nostre latitudini specie se le temperature invernali non sono troppo rigide.

Negli ultimi tempi diversi report internazionali sembrano indicare queste bacche come la droga vegetale più trendy per il mercato, probabilmente anche in conseguenza della abbondante disponibilità in termini produttivi e di varie informazioni circa la loro possibile azione salutistica, che possono essere utilizzate come leva di marketing del prodotto. Già ora nei paesi anglosassoni il succo è in vendita negli health food stores ed i frutti essiccati sono disponibili da soli o miscelati a frutta secca e semi, anche per il loro sapore dolce che ricorda vagamente quello del dattero. In rete, a primo acchito, sono disponibili svariati siti tipicamente infomercial espressamente dedicati al Goji, con la solita gran profusione di rassicuranti signori in camice. Alcuni di questi sono anche grottescamente tradotti in italiano (operazione che ispira tutt’altro che fiducia).

Le informazioni bibliografiche, a differenza di molte altre piante promosse recentemente, tuttavia abbondano e spaziano nelle applicazioni più disparate. Per avere una panoramica sintetica è possibile scaricare da qui l’elenco delle pubblicazioni su riviste internazionali indicizzate in lingua inglese. Sono circa un centinaio ed in rapida crescita negli ultimi anni. Il numero degli articoli in lingua cinese, ergo difficilmente valutabili ed interpretabili, è più del doppio mentre se ci si sposta in zona brevetti (anche loro quasi tutti in cinese), il numero decuplica letteralmente. In genere questa letteratura viene impiegata a sostegno dell’uso nutrizionale e salutistico del Goji, sebbene le possibilità di accedervi e di interpretarla criticamente siano scarse o nulle. Volendo essere pignoli questo facilita l’azione di chi vuole promuovere a tutti i costi un ingrediente vegetale facendo leva su aspetti scientifici: la traduzione e l’interpretazione dei dati può essere più “libera” dato che pochissimi possono poi davvero controllare rigore scientifico e veridicità del dato

Le informazioni sono quindi sparse ed una loro organizzazione coerente è impresa ardua. Si può partire dal fatto che L. barbarum appartiene all’ampia riserva di droghe vegetali della Medicina Tradizionale Cinese, che la consiglia per la consueta pletora di applicazioni: dal sostegno all’attività renale ed epatica alla riduzione della glicemia sino all’immunomodulazione. Più che come rimedio medico-terapico il suo utilizzo pare storicamente radicato in pratiche alimentari, fattore che ne facilita anche a livello mediatico la trasposizione nel contesto nutraceutico (assunzione continuata di quantità alimentari e non farmaceutiche). Questo significa però che le quantità di frutto o succo da assumere per ottenere un possibile effetto saranno verosimilmente lontane da quelle farmaceutiche, ovvero che 2-300 ml di succo al giorno potrebbero avere più senso di pochi frutti miscelati a semi di zucca e girasole, come ho visto fare in Inghilterra recentemente. In quest’ultimo caso il goji più che altro svolge il ruolo di ingrediente-civetta o se preferite di specchietto per le allodole.

Gli studi fitochimici e farmacologici sono comunque numerosi ed hanno permesso di circoscrivere le attività confermabili in vitro e su animali alla riduzione della glicemia, all’immunomodulazione, alla riduzione del danno ossidativo. Trial clinici e nutrizionali di spessore adeguato brillano però per la loro assenza e purtroppo buona parte di quelli sin qui condotti è in lingua cinese ed ha un design abbastanza limitato. Molto recentemente è stato pubblicato il primo trial internazionale (qui il pdf), mirato a valutare sull’uomo gli effetti di un estratto commerciale standardizzato in polisaccaridi (non se ne esprime però una quantificazione, solo un’uniformità). Il periodo di studio è abbastanza breve (solo 14 giorni) e la valutazione semplicemente soggettiva (benessere percepito dai pazienti, percezione soggettiva del funzionamento gastrointestinale ed intellettuale) ma è tutto quel che concretamente abbiamo sull’uomo per ora. Per somministrazioni limitate nel tempo non sembra comunque che si verifichino alterazioni di peso e pressione mentre la percezione della qualità della vita appare migliorata.

Scorendo la bibliografia la frazione più considerata sembra essere quella zuccherina e buona parte dell’attività sembra imputabile all’abbondante presenza (circa il 30%) di miscele di polisaccaridi basati su D-rhamnosio, D-xilosio, D-arabinosio, D-fucosio, D-glucosio, and D-galattosio, indicati come LBP. Questi polimeri, in vitro e su animali, sembrano avere una buona azione antiossidante in un discreto pool di saggi (non di prima qualità, va detto), anche nei confronti del danno ossidativo indotto dal diabete . Oltre a polisaccaridi semplici, tuttavia, la frazione ricca in carboidrati contiene anche numerosi glicoconiugati, in letteratura definiti attraverso una serie di sigle da LbGp1 o LbGp5, nei quali i monomeri più frequenti sono arabinosio e galattosio legati a residui aminoacidici. Per questa frazione l’azione principale sembra essere nella modulazione del sistema immunitario.

La caratterizzazione completa e precisa dei polisaccaridi del Goji non è tuttavia disponibile, ma è stato messo a punto recentemente un metodo per ottenere estratti di L. barbarum genericamente ricchi in polisaccaridi totali che prevede 5 successive estrazioni di una stessa matrice per 5-6 ore ciascuna in acqua bollente con un rapporto solvente-droga pari a circa 31. Anche il metodo tradizionale risulta facile da trasferire su scala industriale: viene preparato un decotto ponendo le bacche essiccate in acqua bollente lasciando riposare per alcuni minuti. Dopo aver lasciato raffreddare e dopo filtrazione il liquido può essere consumato o, se l’esigenza è industriale, concentrato o liofilizzato. Questo significa che sia il liofilizzato che i frutti essiccati possono essere acquistati dalla Cina in funzione delle esigenze delle industrie europee, che hanno quindi l’opzione di acquistare un prodotto finito oppure effettuare in Europa la lavorazione, ottenendo maggiori garanzie di sicurezza. Un estratto di questo tipo non conterrà però i costituenti più apolari, come ad esempio gli abbondanti carotenoidi e xantofille tra cui la zeaxantina. Quest’ultima, sia libera che esterificata con acido palimitico sembra essere particolarmente abbondante nel frutto secco o spremuto. In alcuni casi ad esempio si sono ottenuti valori superiori ai 2 mg/g (e sarebbe un mezzo record) ma esiste una forte variabilità dovuta alla fonte ed al metodo di estrazione: ad esempio la presenza di uno step di saponificazione e la capacità del metodo scelto di discriminare tra differenti isomeri di zeaxantina possono determinare sensibili differenze. L’abbondanza di queste sostanze potrebbe essere legata alla possibile ma non sperimentalmente confermata azione contro la degenerazione della vista, in accordo con quanto già scritto su queste pagine. Gli studi più recenti ed accurati (un articolo in pre-press) indicano comunque un contenuto trans-zeaxantina oscillante tra 400 e 1000 microgrammi/grammo ed una presenza di carotenoidi totali dello 0,5% circa sul secco di cui quasi la metà zeaxanthina palimitato (articolo in pdf). Per comodità non riporto poi tutti i valori in termini di RDI dei micronutrienti, che per un vegetale d’uso semi-alimentare come il Goji possono essere rilevanti. Chi è interessato può andarseli a leggere qui con calma. 100 grammi di bacche garantiscono comunque la copertura dell’ RDI per ferro e vitamina B2. In alcuni casi anche per la Vitamina C, ma anche qui esiste una notevole fluttuazione della quantità presente.

Oltre a caroteni, vitamina C e polisaccaridi vari, le nostre bacche rosse sembrano contenere altrettanto abbondanti antiossidanti più tradizionali come flavonoidi, come kaempferolo (135 microg/g), quercetina (296 microg/g) e miricetina (247 microg/g) ed in generale anche la frazione flavonoidica sembra contribuire sensibilmente all’azione antiradicalica ed antiossidante (qui un pdf a riguardo). Come visto altre volte, uno scenario fitochimicamente così complesso complica non poco la definizione della “miglior droga” o del “miglior prodotto” ed ancora di più quella del “miglior estratto”, in quanto tutto dipende da cosa si vuole monitorare e da quale è la finalità ultima del prodotto ottenuto. L’indicazione che ne emerge è che l’uso della matrice intera o di un suo succo ottenuto per spremitura possono essere più idonee rispetto ad un estratto, se vogliamo in linea con il concetto superfood.

Come spesso avviene per questi prodotti, particolare enfasi in bibliografia è stata data agli aspetti anti-aging. Nello specifico il riassunto più completo e recente della letteratura è in una review del 2007 intitolata “Use of Anti-aging Herbal Medicine, Lycium barbarum, Against Aging-associated Diseases. What Do We KnowSo Far?” e scaricabile qui in pdf.

Per completezza, va segnalata l’esistenza di alcuni case report (non indicazioni universali, ma segnalazioni di possibile allerta) riguardanti interferenze tra assunzione combinata di succo di Lycium barbarum e Warfarin (uno degli anticoagulanti più comunemente somministrati a chi ha problemi di trombosi). Per cautela, come riportato anche da Fitovigilanza, la sua somministrazione a persone sotto terapia anticoagulante sarebbe da evitare. Appartenendo alla famiglia delle Solanacee, che contempla pomodoro e peperone ma anche le meno salutari Atropa belladonna e Datura stramonium, ai frutti di Lycium barbarum è stata anche associata con un pò di allarmismo la possibile presenza di alcaloidi tropanici tossici come atropina e scopolamina. In questo caso siamo più dalla parte delle Solanacee edibili, dato che il contenuto in atropina è di gran lunga inferiore a quello nocivo.

Uomini veri

Campbell Plowden è un ricercatore americano attivo nella valorizzazione dei cosiddetti NTFP (Non-Timber Food Products), ovvero di tutto ciò che è sostenibilmente commerciabile da una foresta, legname escluso. Nello specifico Plowden si occupa di valutare la sostenibilità dello sfruttamento di una risoresa forestale tropicale e di individuare possibili mercati d’uscita per i NTFPs. Un esempio della sua attività di ricerca è disponibile qui. La sua specializzazione è nella parte più avventurosa e romantica di questo lavoro, quella che si svolge in situ nell’habitat da valorizzare ed è mestiere in cui occorre essere al tempo stesso un pò botanici, un pò forestali, antropologi, ecologi ma anche McGyver, psicologi, pazzi furiosi e saper gestire esperienze e situazioni assai simili a quelle degli esploratori d’antan. Soprattutto occorre essere decatleti delle culture e dei saperi, se si desidera dare a breve o a lungo termine una concreta ricaduta sul territorio al proprio lavoro.

Alcune settimane fa Plowden ha pubblicato su Ethnobotany Research and Applications il sincero racconto (qui il pdf) della sua esperienza con gli indigeni Tembè, con i quali ha lavorato nella raccolta sostenibile di copaiba (Copaifera spp. )ed andiroba (Carapa guaianensis) ed in generale nella valorizzazione della biodiversità di un’area dell’Amazzonia brasiliana orientale non lontano da Belem. Il racconto copre tutti quegli aspetti umani che i numeri della ricerca non dicono, ad esempio come le aspettative del ricercatore debbano farsi strada tra le dinamiche sociali di una cultura a lui aliena, come per converso le aspettative della suddetta società siano molto diverse dalla percezione che ne abbiamo da fuori. Plowden ha intrapreso l’esperienza di una full-immersion etnobotanica di alcuni anni, nella quale l’entusiasmo ha dovuto fare i conti con problemi sanitari e logistici (la cui descrizione vale una Lonely Planet per la vita in foresta), con le conseguenze dell’influenza reciproca tra un occidentale ed una popolazione amazzonica. Altro aspetto interessante che emerge è quello della difficoltà di convertire in dato numerico impressioni e leggende, che in popolazioni dalla forte tradizione orale divengono elementi fondanti del sapere. Esemplificativo in proposito quando spiega la difficoltà di estrapolare dati sulla produttività degli alberi della zona partendo dal racconto degli indigeni, che non hanno una reale idea del concetto di quantità ma la deformano nel ricordo, nel mito,  nell’orgoglio campanilistico e pesano la resa delle piante con l’occhio del pescatore del Bar Sport.

Con grande onestà Plowden parla a cuore aperto della difficoltà di tradurre in risultati concreti anche le migliori intenzioni quando il rischio di generare aspettative irrealizzabili non è ben chiarito. La percezione del valore e del lavoro necessario per generare benessere a partire dai NTFP è infatti ampiamente distorta in società che non hanno mai avuto un approccio scientifico alla realtà. Esiste in occidente una falsa visione delle popolazioni amazzoniche, idealizzate come ultime abitanti di una land of green opportunities, un giardino primordiale vergine da peccati che riteniamo esclusivi alla società occidentale: egosimo, avidità, desiderio di guadagno facile, prestigio e ricchezza acquisiti per diritto e non per merito e frutto di un lungo percorso, propensione alla corruzione sono in realtà concetti ben radicati anche nelle foreste. Invidie, gelosie, competizione possono minare anche il migliore dei progetti di valorizzazione della biodiversità se chi interviene non possiede competenze extracurricolari, non si mette in gioco in maniera totalmente aperta e soprattutto se non si prepara il terreno con una campagna informativa aperta e schietta sul lavoro che farà.

Non solo gli aspetti del ricercatore, ma anche quelli dell’uomo in mezzo ad altri uomini vengono quindi toccati in quella che appare più come un’esperienza da mediatore culturale (un ruolo che a noi europei pare dover esistere solo per integrare extracomunitari nelle società occidentali, laddove la mediazione dovrebbe essere biunivoca, valida nei due sensi). E’ una lettura che davvero consiglio per chi si occupa o si interessa di foreste tropicali e piante medicinali, per capire anche i limiti di un contesto così affascinante e prioritario come la protezione della biodiversità tropicale.

Ne approfitto anche per segnalare la rivista, nata da pochi anni e pubblicata online in base ai principii degli Open Access Journals, le riviste scientifiche ad accesso gratuito, non legate a grossi editori, che sostengono una filosofia di accesso alla ricerca basata sulla condivisione totale delle scoperte e delle attività assai simile all’open source.

Amazing Rare Things

Quando ieri scrivevo della presenza di arte botanica nei musei, mi spianavo ovviamente il terreno con una sfacciataggine ai limiti del vergognoso.

Amazing Rare Things è il titolo di una mostra della Royal Collection, il museo di Sua Maestà, curata dall’immarcescibile Sir David Attenborough. Si tratta di una visita guidata tra i memorabilia regali in tema naturalistico e tra le molte illustrazioni si ritrovano anche diversi disegni di piante, fiori e frutti esotici e/o utili per mano di Cassiano dal Pozzo, Alexander Marshal, Maria Sibylla Merian, oltre a tavole non solo vegetali di Leonardo da Vinci. Più che sulla precisione tassonomica, il materiale esposto punta sul sense of wonder dell’esotico e sull’eclettismo: siamo pur sempre a corte e la filologia dell’approccio scientifico cede il passo all’intento di usare la Natura come strumento di stupore e meraviglia. Amazing stories era del resto il nome di una delle più popolari collane di racconti di fantascienza pulp degli anni ‘50, in cui la scienza e la tecnica venivano più o meno fantasiosamente piegate a soddisfare i medesimi obiettivi, per cui la scelta del titolo della mostra già ne spiega l’essenza.

In termini comunicativi la Amazing Rare Thing poi ha un ulteriore pregio: un eccellente sito completo di immagini navigabili e didascalie che permette una vera e propria visita virtuale.

Ars botanica

Verrebbe da chiedersi per quale motivo esiste una branca della botanica dedita al disegno calligrafico delle piante, nell’era dell’immagine digitale ad alta risoluzione. Non solo esiste, ma è viva e lotta con noi. Innanzitutto perchè, pur con le debite eccezioni, il senso del bello ed il gusto estetico sono elementi che ci caratterizzano come esseri umani (e questo è un lunedì da bicchiere mezzo pieno). E l’invenzione dei piatti pronti non ha definitivamente scalzato il piacere di una pietanza preparata ad arte, per soddisfare i sensi e non solo riempire la pancia, per dirne una. Meno prosaicamente, perchè un disegno dettagliato permette di descrivere in maniera perfetta le decine di dettagli indispensabili al riconoscimento corretto delle millanta specie vegetali esistenti, per la gioia dei tassonomi. Il disegno tassonomico-artistico viene realizzato riportando in scala reale uno specimen d’erbario in colori naturali, avendo cura di rendere evidente ogni particolare significativo, dalla nervatura delle foglie alla forma delle brattee, dalla morfologia fiorale al colore dei frutti, attraverso una realizzazione semi-artificiale ad alto tasso di verosimiglianza. Di conseguenza esso permette di illustrare in una sola tavola elementi cronologicamente distanti lungo il ciclo ontogenetico della pianta, come ad esempio il fiore ed il frutto e di eliminare inevitabili imperfezioni del campione reale come lesioni da urto, danni da insetti, eccetera. Il risultato complessivo non solo è esteticamente affascinante, ma spesso estremamente utile e didattico.

Insigni esempi di quest’arte sono disponibili in rete, come i famosi erbari illustrati di Franz Eugen Köhler e Otto Wilhelm Thomé, da cui ho pescato un paio di tavole per decorare questo post. Si tratta probabilmente delle due pubblicazioni più famose al mondo in tema di ars botanica, sebbene le risorse siano enormemente maggiori e molto più dinamiche ed attuali di quanto si possa pensare, come dimostrato dalla ricchezza di un sito come BotanicalArtists.com e dall’esistenza della Society for Botanical Arts in Europa e dell’American Society of Botanical Artists oltreoceano. Lo conferma infine l’esistenza di un vivace (e danaroso) collezionismo e la crescente attenzione che viene riservata anche a livello museale, dove l’eccellenza del settore trova la visibilità che merita.

Ad esempio, in quella meraviglia per la mente e per lo spirito che sono i Kew Gardens (perchè andare a Londra a vedere quel falso storico del Tower Bridge? Perchè perdere tempo in quell’obbriobrio che è Oxford Street? Perchè?) poche settimane fa è stata inaugurata la Shirley Sherwood Gallery, esposizione permanente che ospiterà a turno, presso la Marianne North Gallery, le centinaia di migliaia di illustrazioni antiche e moderne possedute dai reali giardini. Shirley Sherwood, per la cronaca moglie del creatore dell’Orient Express, è una delle più note e competenti collezioniste di illustrazioni botaniche al mondo ed ha donato la sua collezione di opere contemporanee alla neonata struttura espositiva, rendendo ancora più colossale la quantità e la qualità del materiale a disposizione. Presso Kew Gardens è inoltre tuttora attivo un centro di botanical art e con costanza vengono editi libri sul tema, abbracciando sia i disegnatori del passato che quelli contemporanei, segno che la disciplina non si limita a scavare nel passato ma continua a costuirsi una strada davanti.

Per gli altri avvistamenti londinesi in tema di botanical art e per i vari libri portati a casa, ripassare tra qualche giorno.

Gang green

Mi trovo provvisoriamente in Inghilterra e spulciando un free press londinese (The London Paper, un giornalaccio) sono capitato su un articoletto dedicato alle aziende che marciano un pò troppo disinvoltamente sull’onda verde del marketing, riempiendosi la bocca di termini come sostenibile, biologico & co. Senza averne le credenziali, ovviamente. La tecnica di mercato è del resto codificata da tempo come greenwash ovvero più o meno “lavaggio del cervello verde”.

Pare che opportunamente il garante britannico per la pubblicità (Advertising Standards Authority) abbia deciso di metterci una pezza, regolamentando la materia e ponendo una serie di benchmarks. Ad esempio qui è disponibile in pdf la normativa per il marketing degli organic foods, ivi inclusi cibi funzionali e nutraceutici, per i quali la questione del biologico e del sostenibile è particolarmente topica.

Curiosamente poi, proprio ieri, Smart Planet ha distribuito un sintetico decalogo per il consumatore critico, dedicato ai trucchetti da applicare per riconoscere o almeno saper interpretare i claim dei produttori in tema ambientale in senso lato. Stringato com’è rischia di essere più un simpatico esercizio di stile, pur restando un utile promemoria dei caveat da seguire. Molto più approfondita e dettagliata (praticamente l’approccio opposto anche in termini di pregi e difetti comunicativi) la Greenwash Guide edita da Futerra in cui sono elencati e descritti pieghe e risvolti delle tecniche di ricostruzione della verginità ambientale.

In tema mi viene in mente all’istante il problema di molti cosmetici e prodotti erboristici, descritti come naturali o a produzione sostenibile per avere, assieme ad altre dozzine di ingredienti, un componente minoritario di origine vegetale o vagamente legato ad una filiera di produzione fair trade. Un esempio sono gli shampoo ed i bagnoschiuma “naturali”, quelli nei quali in realtà l’unico ingrediente vegetale è un estratto 2:1 (due parti di solvente per una di droga) inserito come 1% rispetto a tutta la formulazione. Nel complesso una quantità risibile, che oltre alle sostanze attive contiene numerosi inerti come clorofilla, proteine, ecc. Inoltre, a cosa potrà servire dal punto di vista dermofunzionale lo 0,5% sul totale per un tempo di applicazione che massimo arriva a 2 minuti?

Diversi anni fa poi mi era capitata per le mani una crema alla clorofilla più o meno descritta cosi’: “La pelle del viso va protetta ogni giorno per tutto l’anno. La nostra ditta ha creato una crema a base di clorofilla, che in natura esercita un’azione anti-inquinamento grazie alla capacità di trasformare l’anidride carbonica in carboidrati“. Una descrizione alquanto creativa, per la quale chiunque avesse avuto una minima formazione in biologia avrebbe forse riso per l’ingenuità della frase o pianto per come si stava cercando di giocare sulla credulità altrui. Elementi scientifici come la fotosintesi clorofilliana e l’importanza delle piante verdi come elemento di restituzione ambientale erano usati come pedine di greenwashing in modo subdolo e fraudolento rispetto allo scopo del prodotto. Inutile spiegare, ad esempio, che la fissazione dell’anidride carbonica da parte della clorofilla avviene solo ed esclusivamente in un sistema vitale come il cloroplasto e che l’anidride carbonica, pur essendo arcinota per le problematiche ambientali non è nociva per la pelle. Anzi, in teoria un eccesso di CO2 rispetto all’ossigeno può paradossalmente essere considerato protettivo nei confronti dello stress ossidativo…

Integratori, che fare?

La revisione sistematica recentemente apparsa sulla Cochrane Library (qui la versione completa in pdf) e dedicata agli integratori vitaminici ha fatto il giro del mondo ed ha fornito spunti per note, reazioni ed approfondimenti ed articoli su quasi tutti i quotidiani nazionali (Repubblica, Corriere) ed internazionali.

Il solitamente ipercritico Roberto Albanesi offre la sua puntigliosa versione dei fatti sulla revisione e sulle reazioni conseguenti. Alla sua analisi aggiungo solo che lo studio si è dedicato esclusivamente a Vitamina A, Vitamina E, Vitamina C e selenio assunti tali e quali e sebbene nell’articolo stesso e conseguentemente in quasi tutta la pubblicistica derivata si parli genericamente di “antiossidanti”, le conclusioni tratte non sono affatto generalizzabili agli antiossidanti in toto, che possono avere origine, caratteristiche, effetti e cinetiche del tutto differenti.

La mia personalissima chiosa è che da un lato esiste una visione talvolta distorta dell’integrazione alimentare da parte del consumatore (se una cosa fa bene alla dose x allora la dose 3x farà bene il triplo) e del mercato, mentre dall’altra il tentativo di reintrodurre il senso della misura nelle somministrazioni e nei dosaggi si traduce spesso in sovrareazioni. Nel complesso entrambi i casi rappresentano ipersemplificazioni poco vantaggiose.

è pur sempre il primo aprile

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