Officinale, Watson

The Plant detective” è un programma radiofonico in pillole settimanali a cura di Beth Judy della Montana Public Radio, un network pubblico locale legato alla NPR, la radio pubblica statunitense. Va in onda da undici anni, dura solo novanta secondi purtroppo inclusivi di titoli, intro, stacchetto e disclaimer di rito ed è espressamente dedicato alle piante d’uso etnomedico della tradizione nordamericana (ma non solo), alla loro storia, usi e conoscenza. Spazio è dedicato anche alla sostenibilità ambientale del loro utilizzo ed alla loro conservazione. Come prevedibile, particolare enfasi viene posta sulle piante nel West statunitense e la curatela scientifica dei temi è garantita dalla Bastyr University, una scuola medica di Seattle con la vocazione per le medicine complementari che cerca di coniugare il rigore del metodo scientifico con la naturopatia (non sempre riuscendoci, a detta di una parte dell’ortodossia medica).

Il sito del programma contiene i podcast di numerose puntate monografiche ed una serie di schematiche informazioni sulla raccolta e l’importanza delle conservazione e della sostenibilità. La finalità è più che altro didattica e rivolta alla divulgazione di base, alla sensibilizzazione sui temi ambientali e d’uso popolare delle piante medicinali che non all’informazione medico-terapica vera e propria ma è comunque gradevole, se non altro perchè l’idea è carina ed il formato snello. Per dare un’idea del target basta osservare la grafica del sito e notare la presenza, tra le altre cose, di un album colorabile per bambini corredato di informazioni di base per il riconoscimento delle pincipali piante officinali.

Definizione di “incensare”

I fattori che portano alla ribalta una pubblicazione scientifica possono essere vari: il risultato è oggettivamente rivoluzionario, l’argomento trattato è di particolare attualità o presenta uno specifico appeal mediatico, oppure l’articolo entra in una delle casse di risonanza di Internet e di rimbalzo in rimbalzo il suo segnale si amplifica sino a superare la soglia del rumore bianco mainstream. Questi eventi spesso si presentano in combinazione tra loro, o meglio in catena. Le agenzie di stampa scientifica, come Eurekalert, Sciencedaily, Webmd ed altre che io stesso quotidianamente spulcio, rappresentano il primo filtro e la prima fionda per dare visibilità planetaria a pubblicazioni estremamente settoriali come in genere sono quelle scientifiche. Soprattutto grazie alla loro meritoria opera catalizzatrice, una pubblicazione raggiunge l’energia di attivazione sufficiente a diventare cibo palatabile per science-blogger e giornalisti. In un certo senso però da questo punto essa smette di essere un sistema ordinato e logico di numeri e concetti e diventa gradualmente “una storia” per effetto dell’inevitabile (e giustissimo, sulla carta) processo caratteristico della vulgata.

Queste settimane uno degli articoli più rimbalzati sulla rete e sulla carta stampata è stato quello riguardante l’azione ansiolitica ed antidepressiva di un sesquiterpene dell’incenso (Boswellia serrata) chiamato incensol-acetato. Rilanciato dai newsfeeds citati poc’anzi, l’articolo è stato discusso in diversi blog che contano nella blogosfera scientifica internazionale ed hanno ripreso la notizia vari quotidiani di tutto il mondo (Repubblica), agenzie di stampa e giù di rimbalzo in rimbalzo fino ai blog che raramente trattano temi scientifici ed anche sino a quelli di personaggi noti, come Jacopo Fo. Tutti, chi più chi meno, suonando un certo tasto “culturale” nella traduzione del dato “tecnico”.

Purtroppo, come di rotine in questi casi, la seconda legge di Finagle agisce implacabile e si rende necessaria un minimo di rilettura più o meno in stile Progetto Galileo.

L’articolo (scarica il pdf) ha tutti i crismi elencati sopra: è passato dal Table of Contents di una rivista di buon prestigio (FASEB Journal) ai newsfeed di chi si occupa della materia e trattando con una buona dose di appeal un tema mediaticamente spendibile come quello degli ansiolitici, ha fatto il salto. Non guasta, ovviamente, che al contenuto sperimentale sia abbinabile per l’appunto una “storia”, quella del possibile legame tra scoperta scientifica attuale e pratiche religiose e di meditazione secolari. Tutti link corretti e leciti, anzi virtuosi nelle intenzioni. Chi ha trattato la materia ha infatti posto forte enfasi sul fatto che i risultati dei ricercatori, così come descritti nei lanci d’agenzia, indicherebbero un effettivo trait d’union tra l’uso cerimoniale dell’incenso ed una sua reale funzione psicoattiva, che porrebbe le basi per una rilettura moderna di usi codificati da religioni e tradizioni. L’oppio dei popoli, l’incenso dei re Magi e la loro rilettura farmacologica sono infatti tra i mantra più ripetuti nei commenti un pò supini alla ricerca. Qualche blogger attento ha poi evidentemente letto con cura il manoscritto completo ed ha sollevato alcune ineccepibili eccezioni non al contenuto ed al rigore sperimentale, ma alla presentazione dell’articolo. A leggere bene il testo questi legami sono infatti in parte azzardati.

Va detto che gli stessi autori dell’articolo hanno un pò ciurlato nel manico su questo aspetto, enfatizzando non solo nell’introduzione e nelle conclusioni (le parti in genere più comprensibili ai non addetti ai lavori) ma anche nelle dichiarazioni ai media: esiste un legame tra il bruciare dell’incenso, il suo predisporre alla meditazione ed all’ascesi ed i meccanismi fisiologici del rilassamento, grazie alla mediazione dell’incensol-acetato e di alcuni specifici recettori nervosi, i TRPV3.

Cosa hanno realmente fatto i ricercatori? Hanno estratto (scarica il pdf) dalla resina di Boswellia carterii un singolo componente isolato, l’incensolo acetato appunto, e lo hanno iniettato per via intraperitoneale a ratti. Successivamente sono stati effettuati test comportamentali mirati alla valutazione dello stato nervoso a breve termine degli animali ed una serie di misurazioni farmacologiche a carico di una serie di recettori, tra i quali il più influenzato è risultato essere il TRPV3. Questo recettore regola la temperatura corporea (dando una piacevole sensazione di calore se attivato), la vasocostrizione, il dolore, è presente anche a livello cutaneo ed orofaringeo ed appartiene ad una classe di nocicettori (percettori di eventi dannosi) ben nota per la relazione con altre sostanze naturali come la capsaicina o il mentolo (qui una bella trattazione in italiano su questo argomento). Dello stesso TRPV3 è nota la sua modulazione ad opera di altri terpeni più piccoli come il timolo ed il carvacrolo presenti ad esempio negli oli essenziali di origano e timo. Nel caso di queste ultime sostanze, esse hanno mostrato attività per applicazione topica sulla lingua, senza combustione o iniezione. Questo tipo di azione ha peraltro un nome bellissimo, chemestesi, e comprende la traduzione in stimolo fisico di un segnale indotto chimicamente.

Tornando all’articolo di FASEB, l’approccio sperimentale utilizzato permette di dire con certezza alcune cose (interessanti), di ipotizzarne altre (molto interessanti) ma non garantisce la verità su altre ancora (quelle della “storia”). Ad esempio suggerisce che la struttura chimica dell’incensol-acetato possa essere utilizzata come base di partenza per farmaci di derivazione naturale attivi come ansiolitici ed evidenzia la possibilità di considerare il recettore TRPV3 in modo nuovo, come un modulatore di stati emotivi e non solo come veicoli di chemestesi. Inoltre, ha permesso di inserire l’incensol-acetato nel novero delle sostanze attive in modo estremamente selettivo nei confronti di questo recettore, cosa importante per limitare possibili effetti collaterali e reazioni avverse, ad esempio. Per contro, è tuttavia abbastanza intuitivo realizzare che l’estrazione di un singolo componente e la sua somministrazione in forma pura tramite iniezione è cosa ben diversa dalla combustione di una miscela complessa di sostanze e dall’inalazione “aromaterapica” del fumo che si produce quando nei luoghi di culto si brucia l’incenso. Non solo è diversa la via di assorbimento e di metabolizzazione del principio attivo, ma la sua stessa presenza non è più certa. A seguito della lenta combustione, ad esempio, l’incensol-acetato potrebbe degradarsi in qualcosa di diverso e diversamente attivo.

In sintesi, l’articolo in questione non si riferisce in alcuna sua parte sperimentale all’assunzione di incenso in forma aromaterapica o meglio, non tratta minimamente l’assunzione di incensol-acetato per via olfattiva previa combustione. L’uso tradizionale e religioso dell’incenso prevede una combustione e non è dato sapere se l’incensolo acetato è termicamente stabile o se a seguito della combustione si trasformi in qualcos’altro. L’articolo ha diversi punti suo favore, sia in termini metodologici che di risultato, ma la storia che racconta è più farmacologicamente complicata e meno storico-antropologicamete legata alla tradizione del’incenso rispetto a quella che si può percepire ad una prima lettura.

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Incensole acetate, an incense component, elicits psychoactivity by activating TRPV3 channels in the brain
Arieh Moussaieff, Neta Rimmerman, Tatiana Bregman, Alex Straiker, Christian C. Felder, Shai Shoham, Yoel Kashman, Susan M. Huang, Hyosang Lee, Esther Shohami, Ken Mackie, Michael J. Caterina, J. Michael Walker, Ester Fride, and Raphael Mechoulam

(scarica il pdf)

Burning of Boswellia resin as incense has been part of religious and cultural ceremonies for millennia and is believed to contribute to the spiritual exaltation associated with such events. Transient receptor potential vanilloid (TRPV) 3 is an ion channel implicated in the perception of warmth in the skin. TRPV3 mRNA has also been found in neurons throughout the brain; however, the role of TRPV3 channels there remains unknown. Here we show that incensole acetate (IA), a Boswellia resin constituent, is a potent TRPV3 agonist that causes anxiolytic-like and antidepressive-like behavioral effects in wild-type (WT) mice with concomitant changes in c-Fos activation in the brain. These behavioral effects were not noted in TRPV3-/- mice, suggesting that they are mediated via TRPV3 channels. IA activated TRPV3 channels stably expressed in HEK293 cells and in keratinocytes from TRPV3+/+ mice. It had no effect on keratinocytes from TRPV3-/- mice and showed modest or no effect on TRPV1, TRPV2, and TRPV4, as well as on 24 other receptors, ion channels, and transport proteins. Our results imply that TRPV3 channels in the brain may play a role in emotional regulation. Furthermore, the biochemical and pharmacological effects of IA may provide a biological basis for deeply rooted cultural and religious traditions.

Biblioteca odorosa, biblioteca longeva

Dice: “la scienza e la letteratura non si possono concliare”. Mica vero. Prendiamo la conservazione dei libri antichi, specialmente nelle biblioteche storiche, che non può prescindere da trattamenti contro funghi e muffe. Lo sanno i bibliotecari, i collezionisti e gli antiquari librari. Se infatti l’umidità degli ambienti non è ridotta al minimo, la carta diventa un ottimo terreno di crescita per microrganismi eterotrofi di ogni sorta e purtroppo spesso la ventilazione non è sufficiente, dato che alcuni funghi possono prosperare anche con ridotte disponibilità d’acqua, anche inferiori all’8%. Lo stato iniziale del libro d’epoca inoltre non aiuta affatto e risulta sovente già compromesso al momento dell’acquisizione, dato che in genere arriva da vecchie case o da lunghe inenarrabili peripezie (abbandoni, bancarelle, alluvioni, tre-quattrocento anni di bookcrossing…). Non bastassero macchie e degradazioni dirette, le infezioni determinano anche drastiche riduzioni del pH della carta, un parametro che a lungo termine causa fragilità e rotture nei fogli, rendendo i libri quasi impossibili da consultare senza far danni. Sebbene possa sembrare strano, questo problema è più sentito per i libri di fabbricazione recente, in quanto la qualità della carta impiegata è di gran lunga inferiore a quella dei secoli passati.

Non tutti i trattamenti disponibili per evitare o bloccare le infestazioni salvano capra e cavoli e la scelta deve tenere presenti diverse necessità: le sostanze utilizzate devono essere atossiche per gli operatori e soprattutto non devono arrecare danno alla cellulosa o agli inchiostri nè a breve nè a lungo termine: nessuna alterazione cromatica, nessun invecchiamento accelerato, nessuna variazione di pH. L’ossido di etilene ad esempio non danneggia la carta, è efficace, ma a causa della sua tossicità può essere utilizzato solo una tantum ed in condizioni di sicurezza elevate. Il timolo (uno dei fenoli più abbondanti negli oli essenziali di timo ed origano) è per contro non atossico ma meno nocivo però alla lunga rovina le pagine, ingiallendole ed accelerandone l’invecchiamento.

Cosi’ al CRCDG, emerito centro studi francese sulla conservazione libraria, si sono dati da fare per valutare altre soluzioni. Ad esempio hanno provato alcuni oli essenziali per fumigare libri sia in ambiente aperto che in camera chiusa, ovvero ponendo testi aggrediti da muffe in un’atmosfera satura di vapori di terpeni. Lavoro, metodologia e risultati sono disponibili leggendo questo articolo.

In sintesi, il linalolo si è dimostrato il miglior agente nel bloccare e ritardare (ma non uccidere) i microrganismi inoculati sulle pagine dei libri, anche in condizioni di elevata umidità relativa. La qualità della carta in termini di polimerizzazione cellulosica non è risultata intaccata, sebbene il pH sia leggermente calato dopo invecchiamento. Il suo uso nella disinfezione delle aree di stoccaggio, ad esempio attraverso diffusori appositi inseriti nei sistemi di ventilazione forzata, non sembra poter causare danni significativi alla cellulosa e presenta un quadro tossicologico accettabile.

Nelle prove dei bibliotecari francesi sia il linalolo che l’olio essenziale di lavanda sono risultati più attivi per esposizione atmosferica che per contatto. Questa non è una novità, anche se spesso sull’azione antimicrobica degli oli essenziali si generalizza: ne esistono di più attivi per contatto e di più attivi per via aerea, dipende dalla loro funzione eco-fisiologica e dal tipo struttura in cui sono secreti nelle specie vegetali.

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Screening for antifungal activity of essential oils and related compounds to control the biocontamination in libraries and archives storage areas
M.S. Rakotonirainy, B. Lavedrine
International Biodeterioration & Biodegradation 55, 2005, 141-147

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The vapours of nine essential oils and five of their major constituents were investigated for their antifungal activity against a range of mould species commonly found on library and archival materials. The different compounds were preliminarily screened by a microatmosphere method. The inhibitory activities of vapour phase of essential oils of armoise, clove, boldo, eucalyptus, ravensare, lavender, tea tree, thuya, wormseed and their main components against the fungal species tested were demonstrated. The action of linalool appeared the most interesting. In a second series of experiments, the preventive and curative action of linalool on inoculated books was investigated. Results indicated that the action of linalool is fungistatic rather than fungicidal at the tested concentrations. The potential use of linalool as an alternative to chemical fungicide to disinfect mouldy documents is difficult to assess, but its use may be beneficial as a complement to controlled environment measures in preventing fungal contamination in storage areas of
cultural properties. Linalool vapours did not affect the brightness of two types of paper tested or the degree of polymerisation of cellulose, but did reduce the pH of the paper.

Il futuro roseo dell’Afghanistan

Il profumo è l’oppio dei popoli, ma per una volta è un oppio che inebria nella miglior maniera. L’Afghanistan martoriato che tutti abbiamo imparato a conoscere dalle cronache degli ultimi trent’anni è crocevia ed epicentro della produzione mondiale di papavero da oppio. Come noto questa coltivazione ad elevatissimo reddito da decenni finanzia i signori della guerra della zona (e non solo), costituisce l’unica fonte di reddito per i contadini delle valli ed il suo mantenimento illegale è per buona parte sia causa che effetto dell’ingovernabilità dell’area. Complessivamente nel 2007 oltre 180.000 ettari afghani erano coltivati ad oppio con una produzione stimata di circa 7000 tonnellate, pari a circa un terzo dell’intero PIL nazionale. Un record, nonostante la presenza militare internazionale. Tale produzione è mantenuta e garantita da un sistema repressivo e totalitario eufemisticamente definibile come feudale, raccontato nel bel reportage sull’argomento leggibile sul numero di luglio 2007 di Peace Reporter. Nelle vallate afghane così come negli altipiani colombiani con la coca, lo stato di guerra permanente è uno status necessario e funzionale al mantenimento di affari proibiti ma lucrosi, che sempre ed ovunque si conducono a scapito di chi in quelle terre avrebbe il diritto di vivere liberamente, avendo accesso ad un minimo sindacale di benessere, scegliendo ad esempio cosa coltivare e per chi.

Eppure da quelle zone possono arrivare anche anche storie intrise di bellezza resistente, di profumo e di vita. Da qualche anno alcune ONG tedesche stanno stimolando la nascita di aziende afghane operative nel settore bio-cosmetico, spingendo giustamente non verso un intervento isolato d’assistenza ma mirato all’inserimento sul mercato di prodotti ad elevatissimo valore aggiunto, in grado di fornire a contadini e produttori un rientro competitivo con i margini dell’oppio. Qualcosa che possa entrare in concorrenza con Papaver somniferum in termini di introito netto e vantaggi derivati (maggiore libertà di produzione, minor impegno fisico, minore sfruttamento delle risorse naturali, meno rischi nella commercializzazione, ecc.).

Un prodotto che si avvicina a queste richieste è la Rosa x damascena, l’ibrido tra Rosa gallica e Rosa moschata che da secoli è coltivato in Bulgaria, Turchia e soprattutto nel vicino Iran.

La produzione biologica di rose da destinare all’estrazione di acqua di rose ed assoluta di rosa si può giovare in Afghanistan di alcuni vantaggi. Le condizioni climatiche ad esempio sono ideali per la coltivazione di qualità della Rosa damascena: le temperature elevate in corrispondenza del periodo di fioritura permettono di massimizzare la resa e la simultanea fase di siccità consente di produrre un’assoluta ed un’acqua di rose di altissimo pregio. Se sostenuto dall’esterno grazie all’inserimento nei canali commerciali del settore profumiero (preferibilmente bio) la produzione di assoluta di rosa può permettersi di competere come redditività con quella del papavero da oppio. In base ai prezzi del 2006, un ettaro di papavero permette di produrre 30kg di oppio pari a 9000 dollari. Una stessa superficie a Rosa damascena produce in loco 6000 rose che con il know-how adeguato garantiscono circa 1,5 kg di olio di rosa, da cui si ricavano circa 7-8000 dollari. Le cifre sono simili, non identiche, ma le rose hanno bisogno di quantità molto minori di acqua, vero fattore limitante (al contrario della superficie coltivabile) nell’agricoltura afghana. E la loro coltivazione è legale. L’esistenza di una tradizione locale nella produzione dell’olio di rosa risalente agli anni 70 e vicinanza con un produttore storico come l’Iran, inoltre, facilitano il trasfrimento di competenze e l’inserimento dei prodotti sul mercato internazionale.

Le tracce in rete sul sogno del passaggio dal rosso dei campi di papavero da oppio al rosso dei campi di Rosa damascena, si infilano come i sassolini di Pollicino: dall‘articolo del 2006 apparso su The Middle East (in particolare l’ultima pagina) alla pagina di descrizione del progetto (in tedesco) a cura di Deutsche Welthungerhilfe (German Agro Action), l’ONG tedesca che più ha promosso l’iniziativa. Dopo i primi passi, fatti importando piante dalla Bulgaria già nel 2004 come testimoniato su Asianews (in italiano) anche sotto l’egida dall’UNDP, attualmente la filiera ha iniziato a funzionare completamente, giungendo al suo sbocco più giusto ed auspicabile, quello legato alla biocosmesi. Come spiegato su Smartplanet, le fragranze a base di Rosa damascena prodotte in Afghanistan a partire dal progetto citato sono entrate nelle formulazioni di una nota azienda tedesca molto attiva nel settore dei cosmetici bio.

Un’eccellente sintesi è offerta da questa intervista ad un produttore locale di rose, che riassume la realtà locale, gli sbocchi di mercato e le relazioni con la cooperazione tedesca.

Facendo le pulci ai conservanti naturali

Se c’è uno spauracchio per il consumatore consapevole di fitocosmetici, questo ha il cappello storto dei parabeni, la giacca sdrucita del fenossietanolo ed è imbottito di paglia alla formaldeide. L’habitus dello spaventapasseri è quello dei conservanti di sintesi, visti a torto o a ragione come ingredienti non solo sgraditi ma potenzialmente pericolosi per la salute nostra e del nostro pianeta, come ciclicamente ricordato anche dalle associazioni di consumatori. La formaldeide, ad esempio, è classificata da tempo come potenziale carcinogeno dall’EPA, la sua tossicità ed allergenicità non sono dubbie ma certe ed il suo impiego risulta vietato in forma pura e normato per quanto riguarda le sostanze che la possono generare indirettamente, i cosiddetti “cessori di formaldeide“. Non tutti i conservanti di sintesi (non tutti i parabeni indiscriminatamente, ad esempio) sono tuttavia mostri trinariciuti, sia chiaro, ma per alcuni di essi la puzza di zolfo si sovrappone ad una certa dose di dubbi e di rischi che -la prevenzione d’innanzi al dubbio non guasta mai- porta i formulatori più coscienziosi (e/o attenti ad una certa nicchia di mercato, se volete) a cercare alternative. E induce diversi consumatori a voler scegliere consapevolmente di non rischiare. Il tutto contribuisce a definire, ed una panoramica anche rapida ai link riportati lo testimonia, un argomento su cui esistono posizioni differenti, visioni spesso preconcette da ambo i lati ed una conseguente leggera confusione al momento della scelta.

Lo stato di conservazione di creme e prodotti cosmetici, però, non guarda in faccia a nessuno e richiede formulazioni a prova di bomba o l’utilizzo di conservanti in special modo se gli ingredienti sono tutti naturali, ovvero deperibili secondo Natura. Se infatti un conservante può essere sgradito, un cosmetico degradato o mal conservato può essere causa e vettore di problemi altrettanto gravi e quasi sempre si tratta di trovare una soluzione di compromesso tra la presunta tossicità del conservante ed il rischio certo del mal conservato.

Questo, nel corso degli ultimi lustri, ha aperto la strada a numerosi ingredienti fitocosmetici dalle reali o presunte doti conservanti, con storie liete ed altre meno. Ad esempio, ha portato ad una immeritata ribalta l’uso del GSE, l’estratto di semi di pompelmo (Citrus grandis), la cui efficacia era (ed è) tuttavia dovuta alla conclamata presenza di conservanti di sintesi negli estratti commerciali testati inizialmente e più volte confermata anche in tempi recenti.

Gradualmente le strategie cosmetologiche si sono via via affinate e prevedono spesso un approccio integrato al problema: materie prime più stabili, uso di ingredienti funzionali alla conservazione oltre che all’attività, creazione di prodotti che presentino un habitat il più possibile sgradito a lieviti, muffe e batteri (meno acqua possibile o alta concentrazione di certi ingredienti, ad esempio, oppure attenta modulazione del pH), sino ad arrivare alla scelta di contenitori magari scarsamente sexy ma poco o nulla propensi a favorire la contaminazione del loro contenuto (lunga vita ai tubetti, pollice verso ai vasetti in cui infilare le dita mai sterili).

Per una panoramica in chiave professionale (intesa come rissunto divulgativo della ricerca applicata, non come ineffabile giacimento di hard-science) uno schematico quadro della situazione lo offre questo articolo apparso su Personal Care Magazine nel 2005 (scarica il pdf). Quello descritto dall’autore è un tipico approccio “ad ostacoli”, in cui una serie di ingredienti opportunamente dosati producono un effetto conservante sinergico complessivamente maggiore di quello che avrebbero se usati da soli. E’ una prospettiva più sistematica, che ha bisogno di maggiore cura e studio del prodotto e degli ingredienti rispetto a quella semplicistica, che risolve il problema draconianamente tramite l’aggiunta di relativamente grosse quantità di conservanti di sintesi. Seppur cum grano salis (alcune delle sostanze suggerite hanno un background di efficacia conservante da rivedere) l’articolo rappresenta una buona porta d’ingresso per chi volesse saperne di più, con l’intento di approfondire in seguito.

Uno dei conservanti citati nel testo e degno di una lettura dettagliata è ad esempioi un estratto commerciale di caprifoglio giapponese (Lonicera japonica), che essendo anche blandamente antinfiammatorio potrebbe permettere di cogliere i proverbiali due piccioni con una fava. Si tratta di una formulazione proprietaria, messa in commercio inizialmente da una ditta di Singapore, la Campo Research. L’azienda produce una vasta gamma di estratti ed additivi per l’industria cosmetica ed in particolare ha lanciato alcuni anni fa una miscela conservante chiamata Plantservative, di cui è disponibile una scheda abbastanza esaustiva. Spigolando per la rete sono apparsi tuttavia alcuni alert: il caprifoglio -si dice- produce formaldeide e contiene parabeni, per cui fare un poco di chiarezza sulla questione può essere utile.

Ci sono indicazioni, ma non è disponibile una vera e propria conferma inconfutabile, che Lonicera japonica possa contenere sostanze che a determinate condizioni di pH acido, solventi o altri ingredienti molto polari, presenza di metalli, luce e temperatura potrebbero degradarsi e rilasciare formaldeide. La combinazione di eventi che porta alla formazione della formaldeide pare abbastanza cabalistica, ovvero rara per una normale applicazione cosmetica ed in teoria evitabilissima se il formulatore sa il fatto suo. Non è neppure chiara la quantità di formaldeide eventualmente rilasciata, in quanto non risulta chiara la quantità di idrossimetil glicinato, ovvero del presunto precursore. Del quale, a completare uno scenario ingarbugliato, non è chiara neppure l’origine: già presente naturalmente nella pianta o ben più probabilmente aggiunto artificialmente nell’estratto come il benzetonio cloruro nel GSE? A leggere le indicazioni presenti su questo forum francese (purtroppo mancano dati bibliografici precisi ed a rigor di garantismo quanto scritto va comunque preso con le molle), il sospetto è forte e se, come si sospetta, gli estratti di Lonicera effettivamente contengono idrossimetil glicinato questo non può essere endogeno. Sia il sale sodico dell’idrossimetilglicinato che il fenossietanolo citati sono ottimi, ma non atossici, conservanti già a concentrazioni attorno all’1%.

Sull’affaire parabeni, la situazione non appare più chiara. I parabeni in fondo sono fenoli sostituiti, esteri dell’acido para-idrossi-benzoico come quello schematicamente raffigurato in figura, ed in teoria possono essere presenti in Natura (difficilmente identici ma omologhi a quelli di sintesi). Se si osservano bene le molecole illustrate nell’articolo di Personal Care, molti degli ingredienti naturali citati hanno una struttura molto vicina a quella dei parabeni. Stando all’articolo citato, che a sua volta riporta informazioni rilasciate dalla Campo Research, il caprifoglio contiene un flavonoide, la lonicerina, che può presentarsi sia in forma di glicoside semplice (aglicone luteolina normalmente legato ad uno zucchero e come tale strutturalmente identificata e classificata CAS [25694-72-8] con sinonimo Veronicastroside) che esterificata in uno dei suoi idrossili con l’acido para-idrossi benzoico, formando quello che per la nomenclatura chimica sarebbe definibile come un paraben. Si tratta comunque di un parabene sebbene molto diverso da quelli sintetici, nei quali l’acido è legato ad alcoli a corta catena (butanolo, metanolo, propanolo ecc.). Per sapere se esistono gli stessi punti interrogativi dei suoi fratelli sintetici occorrerebbero studi di tossicità specifici per questa molecola, che essendo un estere tra l’acido citato sopra ed un flavonoide è in realtà molto diversa da un parabene sintetico anche in termini di solubilità, assorbimento, stabilità, eccetera.

Mancano però, o almeno non è dato trovarle da nessuna parte, indicazioni definitive ed indipendenti sulla reale intensità dell’azione antimicrobica degli estratti di Lonicera japonica, per tacere della lonicerina isolata. Anzi, a quanto risulta spulciando la bibliografia non sono disponibili neppure dati sulla identificazione strutturale degli esteri tra lonicerina ed acido p-idrossibenzoico e tanto meno una quantificazione precisa della loro presenza negli estratti di Lonicera (qualcosa c’è in termini di flavonoidi semplici, non esterificati con l’acido p-idrossibenzoico). Abbondanti invece le informazioni su altri metaboliti secondari, a causa dell’impiego della droga chiamata Jin Yin Hua o Flos Lonicerae in Medicina Tradizionale Cinese. I dati di attività batteriostatica disponibili non sembrano distanti da quelli di altri estratti o sono presenti su pubblicazioni virtualmente inaccessibili, ergo è difficile capire che estratto è stato usato e su che matrice testato. Ho quindi il sospetto (desideroso solo di essere smentito) che quella delle proprietà batteriostatiche della Lonicera sia una indicazione deduttiva, con diversi elementi dubbi e non derivata da evidenze inconfutabili, anzi abbastanza fragile. Ovvero, visto che si dice possa contenere un presunto simil-paraben si è supposto che i suoi estratti siano antimicrobici e questa infilata di supposizioni è nel tempo lievitata sino a diventare qualcosa da presentare come un dato di fatto, senza reali evidenze concrete.

Nello stesso articolo si citano alcuni componenti di profumi vegetali come l’acido anisico e la perillaldeide, oltre a frazioni dell’olio di Melaleuca e del piccante Wasabi. L’acido usnico estratto dai licheni e l’esotico hinokitiol completano il quadro dei possibili conservanti naturali usati in cosmesi. Tra tutti l’acido usnico è quello che merita un approfondimento specifico, che seguirà a breve.

Tutti pazzi per il virus

Dentro alla bolla speculativa dei tulipani nell’Olanda del ‘500, alloggia un considerevole tourbillon di cortociruiti uomo-pianta, storia-scienza, società-natura, economia-arte.

Non tutti i fiori diTulipa che nel XVII secolo giunsero in Europa dall’Anatolia grazie all’avanzata turca nei Balcani erano monocromatici e le forme che fecero impazzire società ed economia nei Paesi Bassi furono in realtà soprattutto quelle variegate e striate, in cui i tepali erano solcati da marezzature policrome mai viste, come nel famigerato Semper Augstus.

I primi tulipani li aveva portati nella terra degli Orange il botanico Carolus Clusius/Charles de l’Écluse per fini tassonomico-scientifici, ma il loro appeal estetico in un paese segnato dagli orrori della peste fu tale da causare furti a ripetizione all’Orto Botanico di Leida, con conseguente dispersione dei bulbi in tutto il paese. In una società ossessionata dalla morte, la bellezza irraggiungibile e rarefatta di un fiore unico ed irripetibile era uno status symbol salvifico, una killer application in grado di monopolizzare mercato ed economia, si direbbe oggi. Chi non poteva permettersi il bene effimero della bellezza lo portava in processione in forma permanente (e per questo, allora ma non ora, meno pregiata) in quadri e dipinti a cui vari pittori fiamminghi si dedicarono (inclusi Ian e Pieter Brueghel, in realtà anche con evidente intento satirico). Da questo nacque l’espressione Rembrandt Tulip, sebbene Rembrandt non li abbia praticamente mai inseriti nei suoi quadri. Chi fiutava l’affare scambiava bulbi e futures sulle produzioni a venire di tulipani variegati e flamboyant alla Borsa di Amsterdam e Leida ed i fashion victims dell’epoca si indebitavano oltre il possibile per ottenere le varietà più ambìte, prima che gli effetti di una speculazione effimera quanto l’àntesi stessa del tulipano mandassero tutti a gambe all’aria.

Per secoli quella dei tulipani variegati è stata un’arte ai confini della scienza: si sapeva che forme di innesto e la replicazione asessuata favorivano la creazione ed il mantenimento della preziosa caratteristica ma la causa e l’imprevedibilità dell’operazione erano poco chiare. Le piante migliori erano anche le più fatue, deboli e difficili da conservare, fattori che ne accrescevano il valore mediatico e di mercato. Solo dopo il 1930 si è individuato il colpevole dell’isteria collettiva: una malattia virale. Una serie di potyvirus spesso comuni anche ai gigli, per la precisione, e descritti da acronimi da banca svizzera: TBV (Tulip Breaking Virus), TBBV (Tulip Band-Breaking virus, TTBV (Tulip Top-Breaking Virus), ReTBV (Rembrandt Tulip-Breaking Virus) e LMoV (Lily Mottle Virus).

I virus delle piante si trasmettono per contagio tramite insetti fitofagi ed afidi oppure per contatto con utensili “infetti” ed ovviamente permangono nella prole in caso di propagazione vegetativa. Questo fattore rende conto dell’imprevedibilità associata al tulip breaking all’epoca della tulipomania: si investivano capitali di rischio in partite di tulipani senza la certezza che questi avrebbero avuto a priori le caratteristiche estetiche gradite al mercato, in quanto la limitata conoscenza del meccanismo alla base della variegatura rendeva aleatorio l’esito (ed umanamente stuzzicante la scommessa).

Se la storia sin qui è divertente per l’intreccio di storia, arte, umanità e scienza, il meccanismo biochimico sotteso alla trasformazione cromatica dei tepali offre ulteriori stimoli ed apre una finestra sulla flessibilità del metabolismo secondario delle piante. Il colore di petali e tepali nei fiori è dovuto all’accumulo di pigmenti di vario tipo in strutture dedicate come cromoplasti e vacuoli e nel caso dei tulipani la classe coinvolta è quella delle antocianine. Questa categoria di flavonoidi è stata oggetto di una sintonia fine da parte dell’evoluzione, che ha permesso di ottenere un’enorme gamma di colori tramite leggere modificazioni strutturali di una medesima struttura: un metile in più, un residuo zuccherino in più o in meno permettono di spostare il cromatismo dal giallo al rosso, al lilla, al celeste. Semplici oscillazioni di pH notoriamente possono causare il viraggio, ovvero l’inversione cromatica, di alcuni antociani da un colore all’altro, come ben sa chi si occupa della chimica del vino e chi si dedica al giardinaggio delle ortensie.

Ma nel tulipano? Cosa avviene nei tepali a causa del virus? Non a caso le prime ipotesi avanzate erano legate a supposte alterazioni del pH nelle zone dei tepali in cui il virus si insediava. Poi si è andati sul fino e si è chiarito che i potyvirus vanno a mettere direttamente o indirettamente le mani nell’espressione dei geni che regolano la biosintesi delle antocianine. Queste ultime vengono infatti prodotte dalle piante a partire da precursori opportunamente modificati per opera di enzimi specifici, a loro volta costruiti partendo da informazioni geniche. Il virus o la pianta stessa in risposta alla presenza delo sgradito ospite potrebbe silenziare i geni responsabili di uno o più passaggi, facendo prevalere l’accumulo di un’antocianina rispetto ad un altra, ovvero di un colore su un altro. Il processo prevede l’intervento di passaggi familiari per chi si occupa di ingegneria genetica ed OGM come silenziamento genico post-trascrizionale, RNA interference, Cosoppressione.

Cinquecento anni dopo, anche se i tulipani possono comunque ammalarsi e mostrare i sintomi che fecero impazzire gli olandesi (come nell’immagine a lato), i tulipani variegati non si ottengono più da individui virosati, ma la certosina opera di selezione floristica ha permesso l’ottenimento di cultivar sani e dotati dell’aspetto più gradito al mercato. In compenso, la battaglia transgenica tra tulipani e virus è diventata un modello di studio per approfondire i meccanismi di causa effetto (ad esempio alcuni virus hanno imparato a produrre proteine che contrastano il silenziamento genico attuato dalle piante) e le conseguenze ecologiche delle virosi (il cambio di colore dei fiori a lungo termine induce anche una differente scelta da parte degli impollinatori).

Nulla si crea e nulla si distrugge, Lavoisier è vivo e lotta con noi: le informazioni sin qui descritte vengono in buona parte da una bella review integrata tra storia, scienza, cultura e società apparsa su Plant Disease (qui il pdf). Se però siete davvero malati di tulipani il vostro posto è a Limmen all’Hortus Bulborum. Per gli economisti che dovessero per caso transitare a queste verdi latitudini, le implicazioni economico-finanziarie della tulipomania potrebbero non essere l’unico trait d’union tra piante e isterismi finanziari: e se la prossima bolla dell’economia fosse quella della green-economy?

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Tulip Breaking: Past, Present, and Future
Judith A. Lesnaw and Said A. Ghabrial
Plant Disease / Vol. 84 No. 10, 1052-1060
(scarica il pdf).

This article focuses on the oldest recorded plant virus disease, tulip breaking, and reflects the authors’ interests in molecular virology, the history of virology, and the broad influence of viruses upon societies and their culture. The potyvirus Tulip breaking virus (TBV) induces in the petals of its host tulips beautiful variegated color patterns that break the solid color of the uninfected tulips, hence the name “tulip breaking.” The human passions of possession that these “broken tulips” induced in seventeenth century Holland generated an economic and social disorder with lasting cultural ramifications referred to as
“tulipomania.” Although the lure of the broken tulip persists in the twenty-first century, the molecular mechanisms governing the virus-induced color breaking in tulips remain little understood. Here, we
review aspects of the historical impact of tulipomania, the biology of TBV, the pathways and regulation of plant pigment formation, and the potential mechanisms underlying virus-induced color breaking. The
reader is cautioned that tulipomania, like tulip breaking, is still contagious.

Tejate on the rocks?

Questi sono i giorni delle ciliegie e dell’agrobiodiversità, grazie a COP9 in corso a Bonn, grazie alla giornata mondiale della biodiversità celebrata il 22 maggio e grazie a morette o duroni a fine maturazione. Gustare questi ultimi è facile, portafogli alla mano. Per gustare l’agrobiodiversità invece bastano una buona connessione e scaffali buoni a cui far spesa, come quelli di Agricultural Biodiversity e di Hand Picked (blog dell’editore CABI). Come per le ciliegie, su questi blog un link tira l’altro e l’indigestione biodiversa è sempre dietro l’angolo, ad esempio quando si scopre che tutti gli interventi di COP9 sono disponibili live in streaming o che è stato reso disponibile in download un libretto dal contenuto snello e dal nome allettante: Biodiversity and Agriculture: Safeguarding Biodiversity and Securing Food for the World.

Proprio dal booklet, estraggo una dichiarazione del 2002 che ben sottolinea la valenza non solo ambientale del concetto di agrobiodiversità: “Neglected and underutilized species can become valuable commodities for the poor, who have used them to survive for centuries as subsistence crops in difficult and low-input production environments” e da questa parto per celebrare a modo mio questa finestra sulla biodiversità agroalimentare parlando di tejate.

Il tejate è una bevanda nutriente e rinfrescante tipica della regione di Oaxaca, nel Messico meridionale, preparata con varietà autoctone di mais, semi di diverse specie Theobroma (T. cacao e T. bicolor), semi di Sapote (Pouteria sapota) e fiori di Quararibea funebris, una Malvacea nota anche come Cacahuaxochitl o rosita de cacao in quanto tradizionalmente usata per aromatizzare l’amaro cacao in Mesoamerica. Oltre al bel mix di aromi e specie vegetali scarsamente usate (il sapote è buonissimo anche come frutto, peraltro), il tejate ha con la biodiversità un legame a doppio filo a causa del numero enorme di varietà di mais addomesticate e selezionate nel corso dei secoli dai contadini di quelle zone. Il tipo di granturco utilizzato per il tejate cambia di valle in valle ed anche le specie Theobroma coinvolte possono variate, come la ricetta del ripieno del tortellino tra i comuni emiliani. Tradizione etnica e biodiversità da sempre vanno a braccetto e da sempre faticano quando la modernità si affaccia dalle loro parti.

La lavorazione del tejate è lunga ed impegnativa, affidata alle donne ed in alcuni casi considerata un’arte manuale come il tirare la sfoglia, al punto che esiste il termine tejateras e nella zona d’origine non mancano concorsi per eleggere la migliore. Nella ricetta originale la farina di mais previa decantazione con cenere e le fave tostate di cacao vengono macinate assieme ed impastate con poca acqua, sino ad ottenere una pasta densa a cui si incorporano gradualmente aromi ed altri ingredienti.

Successivamente vengono aggiunti acqua fredda e ghiaccio sino ad ottenere una bevanda liquida della consistenza di un frappè, agitata energicamente e costantemente a mani nude per produrre un’abbondante schiuma, considerata elemento distintivo della qualità di un buon tejate.

Oltre che per riflettere sulla reale attualità dei cibi energizzanti di oggi, il tejate si presta bene a considerazioni su interculturalità e biodiversità e su come flussi migratori, globalizzazione e mercato possano in alcuni casi diventare una via di salvezza per utilizzi tradizionali di piante locali. Difatti, sulla storia etnografica del Tejate e sui suoi sviluppi in bilico tra erosione della biodiversità messicana, legami tra tradizioni popolari e nuovi scenari di riscatto globalizzato sono disponibili due articoli, che impastano ingredienti culturalmente distanti ma eccellenti, specialmente se ben amalgamati. Nel primo (qui il pdf) si parla delle bevande tradizionali della zona meridionale del Messico e di come mais e cacao siano leit-motiv ricorrenti nelle ricette e nei reperti archeologici della zona. Tascalate in Chiapas, Tejate in Oaxaca e Chorote in Tabasco hanno tutti in comune una base amilacea proveniente dal mais ed una lipidica proveniente dai semi tostati di cacao, utilizzati per creare non solo un cibo gradevole, ma fortemente e rapidamente energetico e saziante. Il loro scopo era quello di dare forma ad un energy drink ante litteram, senza dubbio. Il cacao tuttavia non era strettamente autoctono di queste zone e vi giunse solo a seguito di scambi e contatti commerciali, quegli stessi scambi e flussi che ora sembrano minare -in apparenza- la sopravvivenza della tradizione del tejate.

Ora difatti il tejate sta vivendo una fase strana della sua storia, come illustra in maniera più puntuale il secondo articolo (qui il pdf)., pubblicato su Current Anthropology. Come funzionino le dinamiche sociali nelle realtà rurali che si affacciano alla società dei consumi lo sappiamo, basta riflettere sulle nostre nonne e zie, prontissime ad abbandonare un evergreen come la madia di noce per il più fashionable impiallicciato in fòrmica caleiodscopica: la tradizione cede il passo alla modernità e diviene fardello di conoscenza di cui liberarsi in fretta in nome di una nuova immagine. I tejate non fa eccezione a questa regola ed il suo consumo da alcuni anni risulta in calo nelle zone d’origine, dove le abitudini alimentari cedono il passo a prodotti commerciali. Tuttavia per la prima volta da secoli la sua richiesta è in forte crescita altrove, ad esempio grazie alle pressioni delle richieste degli emigrati negli USA, che nella bevanda vedono un elemento di indentità sociale e di riconoscimento etnico ed un tratto distintivo d’improvviso divenuto rilevante e, in termini sociali, essenziale. Nascono cosi’ forme di tejate esportabile, preconfezionato o disidratato ed il mestiere della tejatera diventa trendy in California e nel Aztlan (o Mexico ocupado), come da sud del Rio Grande chiamano Colorado, New Mexico, Texas. E gli ingredienti-base come Theobroma bicolor o Quararibea funebris ma soprattutto le varietà iper-localizzate di mais stanno trovando una seconda giovinezza ed un nuovo senso produttivo, commerciale e di conservazione, trainate dalle richieste de “la raza“.

In altre parole, grazie alla passione dei migranti messicani sparsi per il mondo il milkshake senza latte di Oaxaca rischia di diventare un prodotto internazionale ed i commerci globalizzati che potevano decretare la morte della ricetta e della coltivazione dei suoi ingredienti biodiversi possono offrire anche una via di salvezza. E nessuno ha ancora iniziato a studiarne le caratteristiche nutrizionali per gli sportivi o il potere antossidante per i salutisti…

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TEJATE: THEOBROMA CACAO AND T. BICOLOR IN A TRADITIONAL BEVERAGE FROM OAXACA, MEXICO
Food & Foodways, 15:107–118, 2007
DANIELA SOLERI, DAVID A. CLEVELAND
(scarica il pdf)

Although cacao is most familiar in industrialized Western societies in the form of a processed solid confection, for most of its history the seeds of Theobroma cacao have been most commonly used as ingredients in beverages. Today, in some of the more traditional communities of Mesoamerica, cacao continues to be used primarily in traditional local beverages. One such beverage is tejate, from the Central Valleys of Oaxaca, Mexico. Tejate is a culturally and socially significant beverage, and because it is made with maize and frequently consumed in some rural households, its nutritional contribution may be meaningful. However, tejate preparation is labor intensive and this, combined with changes in the Central Valleys, is leading to changes in the persistence and geographic distribution of this important form of cacao consumption.

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Food Globalization and Local Diversity - The Case of Tejate
Daniela Soleri, David A. Cleveland, and Flavio Aragon Cuevas
CA Online-Only Material: Supplements A–C (scarica il pdf)

Globalization is often assumed to lead to a reduction in cultural and biological diversity, but a view from the beginning of plant domestication suggests that the interaction of foods with forces along the global-local continuum has outcomes for biological and cultural diversity that are contingent and difficult to predict. This phenomenon is apparent in the case of tejate, one of a family of beverages made with maize and
cacao that have a very long history in Mesoamerica. Today, tejate is arguably the most important traditional drink in the Central Valleys region of Oaxaca, in southern Mexico. It is commonly made with maize, seeds of one or two species of cacao, seeds of mamey, and rosita de cacao blossoms. Analysis of tejate’s current role and its relationship with farmer-named maize diversity in two communities of the Central Valleys, one less and one more indigenous, reveals that the preparation of tejate is positively associated with greater local maize diversity. At the same time, it suggests that this relationship could change as a result of contemporary globalization, in which tejate has become more popular with urban consumers and has moved to the United States with Oaxacan migrants. Tejate is an example of the persistence and change of an important traditional food over time—its origins in indigenous America made possible by interregional migration and trade, its persistence and change through European colonization and independence, its decline during late-twentiethcentury economic globalization, and its current change and expansion in an era of intensified globalization.

Storie di alberi in Africa

Parallelismi divergenti sui binari di una stazione dall’Africa nera. Al primo binario la storia raccontata da New Agriculturist. In Kenia la produzione di Moringa oleifera, anche sulla scia di un successo commerciale discusso in un post precedente, sta dando nuove risorse all’agricoltura di sussistenza nelle aree del paese climaticamente più svantaggiate. La sua coltivazione, inoltre, si sta dimostrando efficace anche in coltura forestale integrata, garantendo un minimo d’ombra ideale per la crescita di altre piante utili e limitando l’erosione del suolo. La diversificazione dei prodotti che se ne ottengono (foglie, semi) e dei mercati (cosmetico, alimentare, allevamento) garantisce vantaggi non solo ecologici ma anche economici nella zona. Molti contadini hanno infatti iniziato a coltivare la pianta, che non viene più solo raccolta allo stato spontaneo, aumentando quindi i volumi di produzione e facilitando la creazione di un microtessuto produttivo per la lavorazione delle materie prime.

La storia della Moringa potrebbe iniziare ad assomigliare a quella del Karitè, per il quale già si parla di “karitè belt” con riferimento all’area geografica di produzione e commercializzazione, come descritto in questo bell’articolo (in francese) di Tradewinds - West Africa Trade Hub.

Al binario due la storia raccontata da AllAfrica. Come da tempo noto la raccolta eccessiva di una risorsa quasi esclusivamente forstale come la corteccia di Pygeum africanum sta aumentando esponenzialmente il rischio di estinzione della specie, sebbene questa sia nella lista CITES da un decennio. La droga, usata come rimedio erboristico l’ipertrofia prostatica benigna sia in Africa che in Occidente e considerata un possibile afrodisiaco a livello popolare, ha vissuto un immediato boom di vendite senza che venisse creato un minimo di piano di sostenibilità per la sua raccolta. La pianta non viene coltivata se non in rari casi ma scortecciata direttamente in foresta. Un’eccessiva asportazione della corteccia, condotta con sistemi rudimentali e senza controllo forestale determina infatti la morte dell’albero, sebbene siano possibili tecniche di raccolta meno distruttive ma anche meno redditizie nell’immediato.

Da un lato un minimo di pianificazione della produzione e del mercato sta permettendo di ottenere vantaggi in termini di ricaduta economica e di sostenibilità, dall’altro invece un approccio rapace e privo di regole sta creando più danni che ritorni.

Marketing Vintage?

Chi sostiene che la pesante influenza del marketing sul mondo dell’erboristeria e della nutrizione funzionale sia un fenomeno recente, può divertirsi a consultare la galleria di immagini e booklets d’epoca del Bonkers Institute. In Truly Marvelous Mental Medicine - Early remedies sono riportate pagine di giornali ormai d’antiquariato con pubblicità e descrizioni di prodotti d’uso medico che a posteriori fanno sorridere o spesso rabbrividire (basti pensare all’eroina venduta come antitussivo ad inizio secolo).

I miei preferiti sono però quelli più borderline, come i Krause’s Phosphorets, antesignani della comunicazione in tema di integratori per l’affaticamento mentale e soprattutto il Pabst Extract, presentato con sottile machismo nella pagina pubblicitaria vintage di Harper’s Magazine, che tra l’altro negli anni 10-20 era una delle prestigiose vetrine dell’illustrazione modernista americana e da sempre rivista di taglio progressista.

Il Pabst Extract è stato venduto sicuramente per oltre trent’anni, come testimonia questa galleria monotematica a cura del Museum of Beverage Containers and Advertising da cui ho tratto l’illustrazione qui a lato. Veniva proposto come un estratto ideale come sedativo e calmante, ricostituente tonico per madri nevrasteniche e bimbi irrequieti, per lavoratori stressati con problemi di insonnia. Un incrocio mediatico tra la melatonina ed il Ritalin, da assumere prima dei pasti e prima di dormire. Venne promosso con una campagna mediatica convergente e molto simile a quelle a tutt’oggi utilizzate nel settore dell’integrazione alimentare. In ambito generalista vennero creati un gran numero di gadgets ed imposto il brand tramite un ampio battage pubblicitario sui principali media dell’epoca, con attenta selezione dei termini e precisa individuazione di un target. I copywriters della Pabst si diedero da fare coniando slogan a raffica sino ad ottenere l’accettazione del prodotto non più come semplice rimedio da collegare ad uno stato di malessere ed alla terapia medica ma come elemento culturalmente e socialmente integrato al punto da essere percepito non più come un tonico, ma come un “liquid food“. Nel contesto professionale l’azienda investì nella promozione sulle riviste di settore per farmacisti, droghieri e medici e si avvalse del sostegno diretto di una parte della classe medica, che sosteneva l’efficacia dell’estratto. I venditori all’ingrosso ed al dettaglio vennero stimolati ad esporre il prodotto e vennero garantiti premi qualora si superasse un certo volume di vendita.

La storia della scalata dell’ estratto della Pabst Brewery di Milwaukee è ben riassunta in Deconstructing Public Relations, al terzo capitolo, quello emblematicamente chiamato Alcohol as Medicine. Già, perchè il Tonico in questione era un fermentato di malto e luppolo, ovvero nient’altro che una birra particolarmente forte, una porter simile all’odierna Guinness, resa ancora più efficace dalla disabitudine al consumo di alcolici imposta alle donne dal puritanesimo imperante nella società americana di inizio secolo. La transizione da birra scura a tonico per creare un mercato, la successiva trasformazione da tonico medico a cibo funzionale per riestendere il mercato stesso e la creazione di un’immagine di prodotto sicuro ed efficace era stata dettata e costruita esclusivamente sulla base della forza mediatica dell’azienda produttrice.

Avvinta come l’edera…

Un altro pezzo di cultura pop di origine vegetale trova il suo prosaico perchè: la capacità adesiva dell’edera, così tenace nell’avvolgere tronchi d’albero e così abile nell’aggrapparsi a muri e superfici di ogni tipo è dovuta a nanoparticelle di bostik vegetale, secrete da vescicole poste all’apice delle radici aeree avventizie della pianta. Le radici a loro volta hanno forma discoidale e sono attraversate da minuscole “dita”, aventi doti di ventose del tutto simili a quelle delle ciglia lamellari delle zampe dei gechi. Chi ha cercato di eliminare l’edera e le sue ventose da una parete ha ben presente il concetto di “pervicace tenacia”.

Le ridottissime dimensioni delle goccioline (circa 70 nanometri) consentono una penetrazione in qualunque irregolarità delle superfici più levigate e sebbene i legami prodotti siano verosimilmente deboli il loro numero spropositato genera un effetto cooperativo alquanto efficace. La combinazione dell’effetto ventosa con quello adesivo consente alla pianta di adottare una morfologia semplice e flessibile, priva di nodi e tale da garantire una distribuzione uniforme delle sollecitazioni meccaniche. Lo studio della composizione della colla è ancora preliminare (apparentemente si tratta di una base cerosa ma con presenza di azoto e zolfo organicati non si sa bene come) e si suppone che il meccanismo si basi sulla creazione di un gran numero di ponti idrogeno. Le informazioni chimiche possono essere rilevanti per due motivi: usare la formulazione per produrre adesivi universali biodegradabili e mettere a punto solventi idonei alla rimozione delle tracce lasciate dalla pianta.

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