Sull’efficacia dell’echinacea, uno dei rimedi fitoterapici più diffusi nella prevenzione e cura delle malattie da raffreddamento, non possediamo ancora certezze adamantine. Il corpus delle evidenze accettate dai fitoterapeuti cresce però con costanza. Giusto nell’autunno scorso un ulteriore studio clinico condotto su 750 soggetti ha confermato una leggera ma significativa riduzione del rischio di contrarre raffreddori o influenza (149 ammalati nel ramo trattato, 188 nel ramo placebo), nella velocità di remissione dei sintomi (quasi dimezzata), nel numero di infezioni virali riscontrate (54 nel ramo trattato e 74 nel ramo placebo) e nel numero totale di giorni di malattia (670 contro 850). Niente miracoli, quindi, ma una lieve riduzione del rischio e degli esiti peraltro in linea con quanto riassunto in due metanalisi apparse pochi anni or sono, che hanno sottolineato tuttavia una forbice abbastanza ampia nelle risposte terapeutiche, in funzione del tipo di preparazioni impiegate. Come spesso accade in questo mondo flessibile, i ricercatori non si accordano su una precisa tipologia di estratto e di fonte botanica da studiare e provano un po’ come viene quel che hanno per mano, con risultati poi difficili da decodificare. Non è affatto infrequente quindi riscontrare buoni risultati in alcune occasioni e fallimenti in altre, magari condotte con diverse parti della stessa pianta. A tale riguardo la lista delle preparazioni elencate in questa review del 2008 è illuminante. Per i refrattari all’inglese, giusto mentre questo blog era in animazione sospesa, Marco Valussi ha fatto il punto sulla validazione degli usi fitoterapici e preventivi delle diverse specie Echinacea disponibili in commercio (E. pallida, E.purpurea, E. angustifolia).
Il responsabile non si trova mai. Uno dei punti più nebulosi nel caso dell’Echinacea è però quello relativo alle sostanze responsabili dell’azione immunostimolante verso infezioni batteriche e virali. Sappiamo bene cose produce il metabolismo secondario della pianta e che effetti biologici determina nell’uomo, ma apparentemente nessuna delle classi di sostanze identificate correla bene con le attività. Questo porta a proporre che l’efficacia sia garantita dalla miscela complessiva dei composti chimici prodotti dalla pianta, ovvero dal cosiddetto fitocomplesso. In passato diversi composti polifenolici, ammidici e soprattutto polisaccaridici sintetizzati del genere Echinacea sono stati indiziati, ma a quanto emerge da lavori recenti i responsabili potrebbero essere (anche) altri. Addirittura, per togliere le nebbie che si addensano sugli agenti effettivi dell’immunostimolazione, potrebbe essere necessario smettere di guardare il metabolismo secondario della pianta ed approfondire meglio presenza, tipologia e comportamento di alcuni suoi ospiti, ovvero conoscere meglio la popolazione di funghi e batteri che ne popolano l’interno. E qui, per capire di cosa stiamo parlando, tocca fare una spiega.
Friends-with-benefits. Nel gergo anglosassone questa espressione individua relazioni intime (“molto” intime) tra persone non legate affettivamente: niente simbiosi da coppia fissa, niente sfruttamento dei sentimenti altrui, ma mutua -diciamo- soddisfazione senza impegno. Nel Regno Vegetale questa espressione può fare gioco per descrivere il rapporto mutualistico che si instaura tra molte piante ed alcuni batteri o funghi, detti endofiti per la loro abitudine di crescere all’interno dei vegetali (al contrario degli epifiti, che invece prosperano sull’epidermide della pianta). Queste bestiole si sono adattate colonizzare senza danno le piante, traendone alcuni vantaggi (protezione, rip
aro, nutrimento) e solo talvolta instaurando un rapporto utile anche al loro ospite. In genere, l’effetto di questi colonizzatori è neutro e non causano mai danni visibili al ciclo vitale dell’individuo che li ospita, mentre quando sono di giovamento questo si manifesta con una aumentata difesa contro predatori e patogeni o in una maggiore efficienza nell’assorbimento dei nutrienti dal terreno. Queste relazioni tra organismi “superiori” e microrganismi non è nuova e ha varie declinazioni, talvolta ben conosciute da tutti. Ad esempio, siamo abituati all’idea di ospitare una batteria di microrganismi nella parte finale del nostro intestino, al punto che accettiamo di buon grado di coltivarli con cibi adatti o di incrementarne la demografia con alimenti fermentati e fermenti lattici. Siamo, credo, anche abbastanza abituati all’idea che pure le piante diano vita a forme di simbiosi con i microrganismi, come nel caso delle Leguminose e dei batteri azoto-fissatori ospitati nelle loro radici, talvolta estese a rapporti di buon vicinato con il
microbioma terricolo, sempre a livello radicale. Non siamo invece abituati a prevedere che possano esistere altri tipi di rapporti da friends-with-benefits tra piante e microrganismi e che questo possa implicare effetti sulla nostra salute e, chissà, sulla percezione che abbiamo delle piante medicinali. Colonizzando gli spazi intercellulari e i canali vascolari xilematici e floematici questi batteri infatti interagiscono, sia geneticamente che biochimicamente, con la pianta e di fatto si comportano da suoi commensali. In cambio di cibo e protezione fisica gli endofiti possono spesso (ma non sempre) mettere a disposizione qualche arma antibiotica o tossica extra e alcuni di questi si sono dimostrati in grado di possedere un arsenale di principi attivi molto interessante anche ai fini farmaceutici. Questo però non pare il caso dell’Echinacea.
Il superorganismo vegetale. Da qualche anno la ricerca sugli endofiti sta entrando in una fase assai prolifica, che include ora anche gli effetti di piante medicinali sino ad ora spiegati in modo incompleto, come nel caso dell’Echinacea. Ad esempio, le recenti tecniche di biologia molecolare hanno permesso di rivelare che se ne sottostimava la quantità: dentro alcune piante la presenza degli endofiti può essere particolarmente consistente e la nostra Echinacea pare essere una di queste, dato che può arrivare a contenere una media di 70 milioni di cellule batteriche per grammo di droga secca. Per dirla semplice, una dose di radice di echinacea, pur sterilizzata esternamente, sembra contenere tanti batteri quanto un buon probiotico e gli effetti immunostimolanti dei due prodotti possono essere in alcuni casi analoghi. Per ora questa evidenza è disponibile solo in vitro e sarà necessario approfondire, ma le informazioni disponibili dicono che più endofiti contiene una partita di echinacea e maggiore è la stimolazione dell’immunità innata, quella che determina la risposta primaria a fronte di un’infezione. A mediare questa risposta sono lipopolisaccaridi e lipoproteine mureiniche di tipo Braun, ovvero componenti caratteristici della parete cellulare di batteri Gram negativi, che vengono riconosciuti da sentinelle altamente addestrate che popolano la parete cellulare di animali e insetti, i Toll-like Receptors. Queste strutture di riconoscimento sono capaci di rilevare all’esterno della cellula la presenza di molecole comuni a diversi batteri e di segnalare la loro presenza all’interno della cellula stessa, innescando una cascata di segnali che aumenta il numero e l’efficienza di monociti e macrofagi, ovvero le milizie addestrate alla prima difesa non specifica. La logica è “più batteri in vista, maggiore difesa” e per avviare la risposta non importa che lipoproteine e lipopolisaccaridi siano su batteri vivi o morti, come nel nostro caso (per i timorosi, in genere non causano danni all’uomo e quando li consumiamo con l’Echinacea sono in genere morti da un pezzo). L’immunostimolazione così esercitata è anche in grado di aumentare non solo la resistenza ad infezioni batteriche, ma anche virali. Tra l’altro, questo tipo di reazione è sfruttato con analoghe percentuali di successo anche da alcuni farmaci immunostimolanti, formati da estratti liofilizzati di patogeni delle vie respiratorie come Haemophilus influenzae, Klebsiella pneumoniae, K. ozaenae, Staphylococcus aureus, Streptococcus pyogenes, S. viridans e Moraxella catarrhalis.
Le molecole coinvolte sono facilmente estratte nella preparazione delle tinture madri e sono stabili nel tempo.
Ipotesi: la pianta medicinale è solo un terreno di crescita. La dipendenza dell’efficacia dalla presenza di endofiti, se confermata, giustificherebbe anche la variabilità delle risposte ottenute confrontando diversi studi clinici: non è detto che il materiale vegetale impiegato (e coltivato in zone diverse del pianeta) contenga lo stesso tipo e le stesse quantità di batteri endofiti. Già ora, la quantità di lipoproteine e lipopolisaccaridi batterici e la conseguente risposta in vitro hanno mostrato oscillazioni comprese tra le 100 e le 200 volte e secondo indicazioni preliminari i diversi ceppi di questi batteri, una volta isolati, darebbero differenze di risposta superiori alle 10000 volte. Inoltre, si spiegherebbe perché non è stato ancora possibile individuare una classe di metaboliti secondari della pianta abbastanza efficaci: quasi il 97% della risposta immunitaria sarebbe determinata dai componenti batterici degli endofiti. Vista in prospettiva a lungo termine e previe ulteriori conferme, questa via potrebbe portare a nuovi sistemi di standardizzazione per le droghe e per i prodotti a base di echinacea, basati sulla conta batterica anziché sull’analisi chimica e potrebbe anche portare allo sviluppo di immunostimolanti formulati usando gli endofiti maggiormente efficaci, una volta isolati, caratterizzati e coltivati.
Le piante sono complicate. Che le cose stiano davvero così è forse ancora presto dirlo, ma sicuramente questo potrebbe cambiate il modo in cui alcune piante medicinali sono studiate ed interpretate: il loro ruolo potrebbe essere semplicemente quello di ospitare, nutrire, coltivare e veicolare verso di noi un gran numero di batteri, la cui assunzione prima e durante la malattia potrebbe essere letta dal nostro organismo come un’invasione di massa a cui rispondere con un innalzamento delle difese immunitarie aspecifiche. Oltre all’Echinacea, anche Panax ginseng ed i germogli di erba medica sembrano dare risposte analoghe. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, sarebbe un’ulteriore conferma di quanto in realtà sia complicato capire e ottimizzare il funzionamento di una pianta medicinale.
(La foto degli endofiti è di Elizabeth Arnold – University of Arizona)
Pugh, N., Jackson, C., & Pasco, D. (2012). Total Bacterial Load within Echinacea purpurea, Determined Using a New PCR-based Quantification Method, is Correlated with LPS Levels and In Vitro Macrophage Activity Planta Medica, 79 (01), 9-14 DOI: 10.1055/s-0032-1328023
Pugh, N., Tamta, H., Balachandran, P., Wu, X., Howell, J., Dayan, F., & Pasco, D. (2008). The majority of in vitro macrophage activation exhibited by extracts of some immune enhancing botanicals is due to bacterial lipoproteins and lipopolysaccharides International Immunopharmacology, 8 (7), 1023-1032 DOI: 10.1016/j.intimp.2008.03.007
Tamta, H., Pugh, N., Balachandran, P., Moraes, R., Sumiyanto, J., & Pasco, D. (2008). Variability in Macrophage Activation by Commercially Diverse Bulk Echinacea Plant Material Is Predominantly Due to Bacterial Lipoproteins and Lipopolysaccharides
Journal of Agricultural and Food Chemistry, 56 (22), 10552-10556 DOI: 10.1021/jf8023722





Interessante! Mi piacerebbe molto che nel campo dell’erboristeria si studiassero le piante e le molecole attive con lo stesso approccio rigoroso e quantitativo con cui ci si occupa della farmacologia “tradizionale”. Perché questo non accade? Sicuramente i preparati erboristici sono più complessi da studiare perché spesso prevedono l’interazione tra più composti benefici, ma mi chiedevo se non ci fosse anche un discorso di tipo culturale.. Una cosa del tipo: la medicina tradizionale è quella seria e rigorosa, tutto il resto è stregoneria.
A livello di ricerca quello che dici avviene, ci sono diverse riviste che si occupano della validazione di prodotti di derivazione vegetale. Ma immagino che tu intenda a livello commerciale. La differenza è nella struttura delle aziende, che hanno orizzonti e pianificazioni diverse legate al diverso mercato. Quelle erboristiche hanno un turnover dei listini molto più rapido (mercato volubile) e quindi sono costrette a spingere in continuazione prodotti e materie prime nuove (e loro combinazioni, il che confonde ulteriormente le acque quando vuoi capire cosa funziona e cosa no), anche quando le evidenze cliniche non ci sono o sono ballerine. Niente brevetti, per rientrare degli investimenti e generare reddito conta solo quanto sei bravo a vendere il tuo prodotto e quanto hai scelto bene target e ingredienti. Il risultato è che prima escono i prodotti, poi i ricercatori pubblici fanno la validazione e se il risultato è negativo il prodotto scompare (spesso scompare prima, bocciato dai consumatori che non ne traggono beneficio e non lo ricomprano). Per le aziende farmaceutiche l’orizzonte è più lungo e la tutela brevettale (pur con i suoi limiti) permette investimenti clinici importanti (pur con tutti i limiti di una ricerca controllata e di un mercato dopato, cfr. Ben Goldacre). Che i farmaci debbano ottemperare per legge a certi requisiti aiuta, certo.
Ovviamente nel mondo del’erboristeria/fitoterapia esistono visioni diverse e varie sfumature, ma non mancano quelli che basano il loro lavoro sugli aspetti farmacologico-clinici dell’EBM. Quello che preme a me è far notare che quello del benessere è un mondo complesso, in cui non ci si può ridurre a dire funziona/non funziona, ricerca tecnologica >> sapere tradizionale, erboristeria like/farmaco di sintesi boo.