Lettere al direttore

Il nostro gentile lettore Pierpaolo chiede lumi sul controllo di qualità delle spezie: “Sto scrivendo una tesi compilativa sui metodi di controllo di qualità e l’autenticazione nel settore delle piante medicinali ed erboristiche. Durante la ricerca di materiale bibliografico mi sono imbattuto nel vostro sito ed in questa pagina dell’Università di Milano (http://www.foodchem.unimi.it/spices/origano%2019032010.html) che rimanda a voi e la cui lettura mi ha confuso le idee. Mi chiedevo quale dei due metodi, tra quello chimico-analitico e quello molecolare, possa essere presentato come migliore. Ne approfitto per chiedere se fosse possibile avere materiale inerente l’argomento.“.

Ringraziando Pierpaolo per avermi fatto scoprire colleghi che non conoscevo (e ringraziando i colleghi per la pubblicità gratuita offerta ai nostri lavori, che nel marketing bibliometrico rende assai), la risposta è semplice: raramente esiste un metodo migliore degli altri per superiorità infusa dall’alto, dipende dalle esigenze di chi lo applica o di chi lo commissiona. Da chimico posso confermare che i metodi basati sulla cromatografia sono più consolidati nella prassi, anche in virtù di uno storico assai più radicato di quelli molecolari, cosa che ne ha portato ad un’ampia accettazione da parte di legislatori ed aziende. Possono essere estremamente sensibili, rappresentano il benchmark attuale nel controllo di qualità di spezie e piante medicinali e permettono analisi finissime, ma possono richiedere apparecchiature molto costose (un HPLC-MS/MS può arrivare a qualche centinaio di migliaia di euro, anche se i prezzi sono in picchiata per via della crisi) accessibili quindi solo per una struttura universitaria o per una grande azienda. I sistemi molecolari basati sul DNA sono più giovani ed in via di affermazione, perché permettono operazioni diverse ed hanno indubbiamente ottime potenzialità soprattutto quando le specie da distinguere hanno profili simili o quando l’ingrediente vegetale è miscelato ad altri, come nel caso di una spezia aggiunta ad un mix o inserita in un piatto di carne, ad esempio. Per il resto, come scritto in modo evidente nelle reprint dei nostri lavori e nelle review altrui che Pierpaolo ha ricevuto, si tratta di sistemi bisognosi di crescere sotto alcuni aspetti ed attualmente rappresentano un’alternativa complementare all’approccio chimico-analitico e non un’alternativa tout-court. Non è detto però che nel futuro in alcune applicazioni si possa assistere ad una completa sostituzione, soprattutto perché i loro costi di setup e di gestione sono assai inferiori (le apparecchiature per effettuare una PCR tradizionale costano poche migliaia di euro e non centinaia di migliaia, un prezzo quindi alla portata di quasi tutti, al punto che esistono sistemi artigianali da poche centinaia di euro!). Il lato innovativo e di prospettiva giustifica anche il fatto che le riviste più prestigiose del settore -come quelle su cui sono apparsi i nostri lavori sull’origano- stiano premiando anche questi approcci negli ultimi anni.

Incuriosisce però notare -e di questo Pierpaolo dovrebbe tenere conto nella sua crescita professionale extra tesi- come vi siano ancora ricercatori “a cui corre l’obbligo” di rimarcare la superiorità del proprio ambito culturale tirando per la giacchetta colleghi che non conoscono, quasi a confezionare un’excusatio non petita del proprio operato. Spesso chi si distingue per questo agire ha paura di perdere qualcosa (prestigio? commissioni aziendali? autostima?) ed opta per la critica a priori nei confronti dei sistemi culturalmente ibridi, visti come una possibile minaccia per la purezza della propria specie. Fortunatamente, la parte migliore del mondo della scienza e della tecnologia scorre nel suo flusso darwiniano in un’altra direzione evolutiva, fatta di metodi ed approcci che si mescolano, si confrontano e si contaminano a vicenda senza gerarchie di anzianità o di autorità precotta. Quale sia il “migliore” è quindi domanda fatua e debole, ogni metodo troverà la nicchia in cui prosperare.

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