Quest’anno sono tornato dall’ormai tradizionale visita al Sana di Bologna con qualche dubbio e le solite certezze. Ne’ i primi nè le seconde, purtroppo, mi appaiono particolarmente lusinghieri per il mercato salutistico legato alle fonti vegetali. La presenza di stands dedicati all’erboristeria (tradizionale o moderna che sia), ad esempio, mi è parsa in netto calo a fronte di una crescita della cosmesi naturale evidente negli spazi occupati e probabilmente anche nei volumi di vendita, ma non sempre reale nella qualità intrinseca dell’offerta. La prevalenza del comparto del cosmetico naturale/bio è del resto confermata anche dalle ultime analisi di mercato, che quantificano nel 13% l’aumento annuo previsto per il fatturato del settore. Per la prima volta da tempo, però, sono rientrato senza aver individuato niente di realmente innovativo, senza guizzi che potessero stimolare la mia curiosità su piante, formulazioni o impieghi. Una vaga aria di stagnazione insomma, col retrogusto affumicato del marketing del benessere.
Poi c’è l’annosa questione della presentazione, della conoscenza e dei saperi. Dice, vai ad una fiera, ti devi aspettare che l’aspetto commerciale abbia il sopravvento chè la fiera è per le merci e non per le storie, per la vendita e non per la spiegazione. Certo, ci mancherebbe. Il limite è che la conoscenza tecnica e la consapevolezza di quello che si vende dovrebbe essere quasi totale ed invece latita in maniera talvolta drammatica, vicariata dallo stile di vendita. Sarà l’annosa questione tra la forma (dell’arte suadente del vendere una crema corpo o un bullone del sedici, a prescindere) e la sostanza (della conoscenza trasferita da chi crea e produce a chi compra e consuma), ma la mia impressione è che ci sia diversa poca gente che si inventa piegando a forza concetti tecnico-scientifici con risultati picassiani nella migliore delle ipotesi. L’aspettativa di un non più tanto eventuale consumatore consapevole viene quasi costantemente disattesa (quasi irrisa) dalla poca competenza tecnica dei venditori. I quali, peraltro, anche a capacità persuasiva sono a dir poco lacunosi, talvolta ai limiti del grottesco. E se vendi prodotti legati al benessere, alla bellezza, alla salute, certe accortezze non puoi risparmiartele, non puoi ritenerle opzionali. Un aneddoto esemplificativo a riguardo a cui ho assistito ad uno stand di fitocosmesi. Una ragazza con pelle impura chiede lumi su alcuni prodotti per il viso. Al commerciale non viene in mente niente di meglio che aprire bocca, davanti ad altre potenziali utenti, con un geniale “vedo che lei ha parecchi problemi di acne”. Che è come provarci all’aperitivo al esordendo con un ” Ciao, ti guardo da un po’. Sei ingrassata, eh!” e sperare di andarci a cena.
Altro punto annosamente critico, l’uso ambiguo della comunicazione scientifica. La citazione dell’anno va ad una farina alimentare presentata in un grande -e fashionista- stand e descritta come la nuova frontiera del mangiare salutistico. Addizionata di polifenoli del vino rosso e di polifenoli di oliva oltre a varie fibre solubili e non, la farina garantirebbe un pane antiossidante, adatto a prevenire i tanti problemi correlati allo stress ossidativo. Non ho avuto il cuore nè il pelo sullo stomaco di andare a chiedere ai produttori se erano state fatte verifiche circa la stabilità dei composti salutistici a seguito della cottura, ad esempio. Forse avrei dovuto. Mentre il consumo frequente di antocianine, proantocianidine, flavonoidi, resveratrolo e compagnia può vantare numerose evidenze di utilità, che ne giustificano un’assunzione più ampia a fini salutistici, la loro presenza in prodotti elaborati e soprattutto sottoposti a cottura sembra essere molto meno vantaggiosa. Purtroppo le indicazioni specifiche sugli effetti della cottura in forno dei prodotti a lievitazione sono poche, mentre diversi sono gli studi disponibili sull’effetto della temperatura sulla materia prima di partenza e sui suoi componenti più significativi. Prendiamo ad esempio i polifenoli del vino: un trattamento termico di un’ora tra 100 e 140 °C ne dimezza l’azione antiossidante (grafico), in quanto i prodotti della loro degradazione termica non garantiscono la stessa efficacia e lo stesso si ha con diversi estratti a base di antociani con 2 ore di cottura a soli 95 °C (pdf). Risultati analoghi si sono ottenuti per i flavonoidi e le proantocianidine della buccia di mela, inseriti in prodotti a lievitazione come i muffins e presenti solo al 50% nel prodotto finito (pdf). Bastano infine 18 minuti di cottura a 190 °C per ridurre sino al 46% la presenza di resveratrolo in una matrice vegetale, giusto per completare la panoramica dei metaboliti secondari più rilevanti. Durante la cottura del pane, per intenderci, la parte esterna raggiunge circa i 180-190 °C mentre l’interno può superare i 100 °C in funzione della pezzatura e non è dunque per niente chiara l’entità del beneficio che mi dovrei aspettare da questo pane addizionato.
Certo, la presenza dei polifenoli e l’azione antiossidante non scompaiono completamente e rispetto a prodotti analoghi con ingredienti “tradizionali” c’è un quid in piu. Ma questi prodotti hanno anche un costo maggiore. E se l’obiettivo del consumatore è quello del benessere, non avrebbe più senso reinvestire il sovrapprezzo per consumare più frutta fresca o minimamente processata, anzichè alimenti funzionali altamente elaborati la cui reale utilità è tutta da dimostrare e le cui promesse si basano su assunti ambigui?





murex ha detto,
5 Ottobre 2009 a 16:25
molto interessante..e degli estratti che si mettono in prodotti cosmetici (gli estratti d’uva e di vino sono molto in voga adesso) cosa ne pensi?
(non so però a livello industriale a che temperatura vengano scaldate le fasi grassa e ‘acquosa’ per mescolarle e generare la crema)
Meristemi ha detto,
5 Ottobre 2009 a 19:14
Credo dipenda da come viene fatta l’emulsione e da dove viene inserito lo step di aggiunta degli attivi, come li chiamate voi spignattatori. Se l’emulsione è a freddo, tipo quelle che si fanno coi vari poliglicerili non ci dovrebbero essere problemi dato che si lavora a temperatura ambiente. Se invece l’emulsione è quella tradizionale a caldo, basta aggiungere i polifenoli dopo, quando la crema ottenuta si trova sui 30-40 °C. Comunque la durata del riscaldamento è molto limitata (pochi minuti) e la temperatura raggiunta per emulsionare non comparabile con una cottura prolungata in forno (stiamo parlando, se non ricordo male, di 45-55 °C). Ma se passa qualcuno con più competenza tecnica di me a confermare/smentire son ben contento.
Daniela ha detto,
9 Ottobre 2009 a 13:27
“andare a chiedere ai produttori se erano state fatte verifiche circa la stabilità dei composti salutistici a seguito della cottura” Ecco, devo dirlo, io a questo non avevo mai pensato… eppure è una domanda da farsi talmente evidente! Del resto, da consumatrice comune, spesso mi capita di chiedermi come fare a conoscere veramente la validità di un prodotto, soprattutto se ha pretese salutistiche di cui altri non sono dotati. Ci vorrebbe un consulente in diretta…
Meristemi ha detto,
9 Ottobre 2009 a 15:35
Il ruolo di consulente in diretta, almeno per i prodotti che non scelgono di andare in GDO, dovrebbe essere coperto dall’erborista o dal farmacista. Essere esigenti, fare domande, chiedere dettagli precisi e successivamente riflettere sulle risposte per capire se il servizio è competente o no sono armi che il consumatore dovrebbe tenere lucide ed oliate sempre…