L’Africa, sotto casa (uomini, animali e piante – Ciak prima)

Ieri sono andato in missione esplorativa in uno degli hotspots di biodiversità vegetale più esotici che ho a portata di mano: il minimarket dei cinesi. Grazie allo spirito mercantile globalizzato che contraddistingue i proprietari, nel negozio si trovano da alcune settimane anche numerosi prodotti vegetali di origine africana, destinati alle vivaci comunità senegalesi e camerunensi della città che mi ospita. Biodiversità per migranti verso la quale nutro un’irresistibile pulsione all’acquisto ed alla prova, oltre che benzina ad alto tasso di ottani sul fuoco della curiosità.

3258407252_0f00b6a52cNel cestino sono finite alcune nient’affatto profumate confezioni di Ayoola-Bitter leaf (Vernonia amygdalina), Ogbono-Siaco (Irvingia gabonensis), Okazi (Gnetum africanum) e Netatou (Parkia biglobosa), quest’ultima responsabile in primis dell’odore del pacchetto a casua dell’affumicamento cui è sottoposta. Le foto delle droghe sono già su Flickr, quelli qui a lato sono i cotiledoni di Irvingia. L’aroma da sigaro del Netatou non è però la sola cosa che i sacchettini di plastica -spessa ai limiti del vintage- si sono portati dietro: una volta a casa ogni mucchietto ha iniziato a raccontare storie ed aprire finestre ed in attesa di sviluppare le altre una delle più curiose è legata a Vernonia.

Le foglie di Vernonia amygdalina sono amare così come tutte le parti verdi della pianta e vengono utilizzate nella medicina popolare africana per ottenere preparati contro i parassiti intestinali, tra le alte cose (esistono indicazioni sperimentali non cliniche sull’attività ipoglicemizzante) . Non solo l’uomo però usa la pianta contro le parassitosi, ma anche dagli scimpanzè e secondo modalità che denotano una vera e propria strategia terapeutica di automedicazione che va oltre il semplice scopo nutritivo, al punto che per lo studio di queste relazioni pianta-animale è stata varata una disciplina a sè stante: la zoofarmacognosia. L’uso delle piante a fini curativi, leggendo i molti esempi disponibili, non è infatti esclusiva umana e si configura come un interessante tipologia di adattamento evolutivo, dato il vantaggio che certe specie animali possono trarre dall’uso terapeutico delle piante. La materia è interessante oltre la mera curiosità etologica e fitochimica (ammesso e non concesso che sia lecito definirle “mere curiosità”) in quanto indica una strada, di nicchia ma reale e legata ad un mercato esistente, da cui attingere informazioni per lo studio di preparati di basso costo, accessibili dove le farmacie ancora non ci sono e non sono possibili standard igenici adeguati. O per sviluppare preparati d’uso veterinario, da destinare ad esempio al mercato dell’allevamento biologico.

vaNel caso di Vernonia amygdalina gli scimpanzè affetti da elmintiasi consumano i rami giovani masticandoli e sputando la parte fibrosa. Apparentemente non utilizzano le foglia a causa di una loro maggiore tossicità, evidenziando una scelta mirata probabilmente trasmessa tramite insegnamento. E pare funzionare, almeno a livello sintomatico e forse anche riducendo la conta fecale di alcuni parassiti specifici (pare esserci una certa selettività d’azione) principalmente per via dell’attività di alcuni lattoni sesquiterpenici e glicosidi steroidei. La vernonia non è neppure l’unica pianta usata dagli scimpanzè come antielmintico ed ancora più elaborato sembra essere l’utilizzo di foglie di specie del genere Aspilia, ingerite intere ed accuratamente arrotolate a fisarmonica una alla volta, probabilmente per sfruttare l’azione di cattura fisica esercitata dalla fitta peluria presente sulla lamina inferiore. Questa strategia consentirebbe l’espulsione meccanica di larve ed uova dall’intestino senza determinare la tossicità propria della pianta. Le foglie vengono escrete intere e sono consumate non a caso nella fase iniziale dell’infezione o addirittura all’inizio della stagione delle piogge, quando il rischio di insorgenza dell’affezione è più marcato.

Per saperne di più, la storia completa e dettagliata di questi ed altri esempi di zoofarmacognosia è raccontata in questo articolo, direi il migliore sulla piazza. Presso l’Università di Kyoto è stato (e forse è tuttora?) attivo un centro (CHIMPP – Chemoethology of Hominoid Interactions with Medicinal Plants and Parasites) esplicitamente legato allo studio dell’uso non alimentare e farmaceutico di piante da parte dei primati (scimpanzè soprattutto). Una review completa e ricca sul tema del trattamento “erboristico” delle parassitosi da parte degli animali selvatici è stata invece pubblicata l’anno scorso (qui il pdf). Include anche la descrizione di altri comportamenti che integrano l’azione biologica di metaboliti secondari vegetali ed esigenze animali, quali l’uso di droghe antibatteriche nei formicai, di Balanites aegyptiaca contro la schistosomiasi nei babbuini e lo sfregamento sulla pelliccia di piante repellenti gli ectoparassiti da parte delle scimmie cappuccine. Ancora più completo immagino sia il libro Wild Health: How Animals Keep Themselves Well and What We Can Learn From“.

Cosa non si impara andando dai cinesi.

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Zoopharmacognosy-Self-Medication in Wild Animals
Rajasekar Raman and Sripathi Kandula
Resonance,  March 2008, 245-253
(scarica il pdf)

The study of parasites and their likely influence on optimal foraging and mate-selection in animals has attracted much
attention in recent times. The possible effects of parasites on the host include the manipulation of host behaviour by parasites and the emergence of host behavioural adaptations for protecting against parasitism. Self-medication in wild animals is believed to be the behavioural adaptation evolved primarily against parasites and associated diseases. In this article, we have briefly reviewed some types of unusual behaviour observed inmammals, birds and insects which can be considered as self-medication.

Ceneri

Spiegata la morbosa contrarietà di alcuni* verso il testamento biologico.

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* un motivo masochistico, è chiaro da questo redde rationem.

(via)

Il futuro in un seme

frrrSettimana di futilità carnevalizia e futurismo vegetale. Menzione speciale per questo patent del 2004, riguardante un aruspice basato sulla germinazione in vaso. Piantate il semino, applicate il disco con due fori, assegnate ad un foro d’uscita della plantula il vostro vaticinio, annaffiate ed aspettate l’esito.

Non bisogna aver studiato a fondo i principi della fotomorfogenesi, nè sapere cos’è un coleottile e neppure aver letto “The power of movement in plants” di Darwin per capire che barare è facilissimo. Avvicinandosi al vasetto un coltivatore sufficientemente sensibile può sentire la plantula esclamare: “io ho visto la luce!

Andare per fiori

nttSarà che il primo pallido sole di fine febbraio riaccende la voglia di primavera. Sarà che la prima voglia di primavera riaccende il pensiero delle vacanze. Sarà che il pensiero delle vacanze è una roba che porta lontano, molto lontano e soprattutto con la testa. Sarà che andare lontano è faccenda che non si può sempre solo improvvisare. Sarà che quando ho visto per la prima volta la pubblicità dei Botanical Tours di Naturetrek ho invidiato con forza inaudita chi li aveva pensati ed organizzati più di quelli li vanno a fare.

Il tuo depuratore è molto ficus. Ed il design è spaziale!

Il criterio con cui scelgo gli argomenti per i post è assolutamente euristico, abbastanza banale ma cervellotico al punto che -secondo alcuni bonari detrattori- risulta ai limiti del borderline per la sindrome di Asperger. Una cospicua quantità di fonti viene dragata con una buona dose di compulsione e poi classificata, più o meno taggata ed organizzata giornalmente secondo criteri rigorosamente istintivi ed umorali, sino ad ottenere un ipertrofico archivio borgesiano di spunti in espansione entropica. Quando due, meglio tre ispirazioni eidetiche si ritrovano collegate da un filo più o meno immaginario, allora si chiude il circuito, si accende la lampadina e si mette in moto la macchina creativa.

spaxE così oggi quando ho letto questo su Sciencedaily mi sono venuti in mente questo libro e soprattutto l’origine di tutto, ovvero questo articolo del 1984. Alla diga hanno aperto le 410 chiuse esagonali e buonanotte. In pieno edonismo reganiano la NASA lavorava ancora alacremente alla conquista dello spazio e cercava ogni soluzione possibile per rendere più agevole la vita degli astronauti, in previsione di lunghe permanenze nello spazio più o meno profondo. C’era il predominio spaziale da difendere e quanto a record di permanenza siderale per gli americani buttava male: la Skylab (che dalle mie parti era una discoteca altrettanto infrequentabile) era già andata da qualche anno a ramengo, sbriciolata sui cieli d’Australia. Non ho notizie delle agevolazioni di comfort previste per i cosmonauti delle più longeve e spartane мир e Салют, ma le rogne della vita nei cubicoli orbitanti erano le stesse. Una, in genere non considerata quanto l’assenza di gravità ed il cibo liofilizzato, è la questione dell’aria. La cubatura limitata e la manifattura quasi completamente plastica degli angusti abitacoli spaziali determinavano un’elevata concentrazione di COV nocivi, ovvero di composti organici volatili come la formaldeide, il benzene o il tricloroetilene emessi da colle, vernici, tubi, giunzioni. Ne furono misurati oltre 100 durante una delle ultime misioni dello Skylab. Un problema serio, se non si possono aprire le finestre.

I COV sono sostanze che non stanno nè mai sono state solo nello spazio di una navicella ma si trovano anche nelle case, nelle roulottes, nei prefabbricati e negli uffici di mezzo mondo, dato che sono state e -seppur meno- sono tuttora emesse anche dai comuni mobili, soprattutto dagli impiallicciati. Tra quelli sintetici e quelli naturali nell’aria di una casa ce ne possono essere sino a 900 diversi per struttura chimica ed ovviamente per nocività, spesso associata ai fenomeni asmatici. A seguito di esposizione cronica molti di essi possono dare noie più o meno serie a soggetti ipersensibili e non, al punto che esiste un nome specifico per indicare l’insieme dei sintomi determinati: sick building syndrome, una condizione più frequente nelle abitazioni anche nelle automobili nuove. Principale imputata la formaldeide, che è buonatabfor per conservare tessuti e campioni biologici, ma solo da morti. Uno dei resoconti più completi sulle relazioni tra tipologie di COV, esposizione e salute è il Thade Report emesso dall’EFA nel 2001 ed è disponibile in pdf.

I nostri amici della NASA per affrontare il problema avevano creato un’equipe chiamata NASA Clean Air Study e si erano messi a misurare quanti e quali solventi volatili potevano essere assorbiti dalle piante ornamentali da vaso poste in un contenitore sigillato. Già i vegetali aiutano ad assorbire la CO2 emettendo prezioso ossigeno, perchè non vedere se anche altri gas vengono captati? E le piante in effetti ci danno dentro, rimuovendo tra 1,3 ed 1,8 mg di formaldeide/ora, fino a 0.6 mg di xylene/ora in camere sigillate da un metro cubo, con performances variabili riassunte ad esempio nella tabella sulla formaldeide qui a lato (tratta da questo articolo). E l’efficienza aveva trovato conferme anche su scala più ampia, che alla NASA si traduceva negli esperimenti condotti nella BioHome, la casa sperimentale costruita apposta per misurare “in vivo” vari tipi di fitorimediazione, tra cui quanti e quali COV potevano essere assorbiti dalle piante da interni. Ma come diavolo fanno? Le opzioni sono svariate e sono state accumulate nei decenni successivi da ricercatori non solo vicini alla NASA. Si va dal semplice adsorbimento sulla superficie fogliare all’assorbimento per via stomatica fino alla degradazione mediata dai batteri presenti nel terriccio dei vasi, stimolati e coccolati dall’apparato radicale. Nel caso dell’adsorbimento il contributo deriverebbe dalla cuticola, lo strato lipofilo di cere che impermeabilizza l’epodermide fogliare. I COV sono tutti lipofili e si avrebbe nè più ne meno che un enfleurage. thNel caso della rizosfera i composti volatili verrebbero metabolizzati dai microrganismi, che li userebbero come fonte di carbonio. Pare che tutti e tre i meccanismi siano attivi contemporaneamente ma con un contributo diverso in funzione del ritmo circadiano: di notte l’assorbimento stomatico è praticamente inattivo, ad esempio. Il grosso del lavoro, stando alle sperimentazioni anche oltre l’80%, lo fanno in realtà i microrganismi del suolo e tutto si gioca sulla relazione tra la pianta e le bestiole che ospita nel terriccio circostante le radici, come hanno confermato due articoli più recenti.

Nell’articolo di Economic Botany del 1984 citato sopra viene descritta la performance di tre specie (Chlorophytum elatum, Syngonium podophyllum e Scindapsus aureus, che per la sciùra sarebbe il Pòtos) nei confronti della formaldeide. Tra i filtri più attivi ci sono però la felce di Boston o Nephrolepis exaltata e Fatsia japonica, quest’ultima capace di ridurre dell’80% la formaldeide atmosferica in sole 4 ore. Per quanto riguarda altre sostanze come i VOC aromatici benzene e toluene, buoni risultati si hanno con Pelargonium domesticum, Ficus elastica, Chlorophytum comosum, Aglaonema brevispathum, Pachira aquatica, e Ficus benjamina. In quasi tutti i casi citati il contributo dell’assorbimento è significativo, nel senso che il limite di 0,3 mg di VOC totali, scelto ad esempio dalla normativa tedesca, può essere raggiunto in poche ore.

La space race ha poi avuto anche altre conseguenze inattese anche in altri settori. Il pacchetto di norme sulla sicurezza alimentare che fa capo all’HACCP indovinate da dove è saltato fuori? Da qualcuno che non poteva permettersi un’intossicazione alimentare orbitale.

Giochiamo al Sisal questa settimana?

agaQuando salta fuori la parola sisal, i nonni si dividono. Lui pensa alla vecchia schedina del Totocalcio -quella con il bollo- e lei al guanto per grattarsi la schiena -ché la parola scrub l’han tirata fuori dopo. Per la FAO il 2009 è l’anno della fibra tessile naturale e sul fashionissimo sito dedicato all’evento è pieno di descrizioni e storie, la migliore delle quali è proprio sull’Agave sisalana, pianta da cui si ottiene una fibra estremamente lunga e resistente. Pianta rustica e poco esigente, coltivabile in zone semiaride, da reddito anche in piccoli appezzamenti nei PVS, mandata in vacca negli anni ‘70 dalle fibre sintetiche ed ora in cerca di rivincite. Anche grazie ad investimenti tecnologici che mirano a ridurre l’uso di macchinari per la sfibratura pericolosi per gli operai ed ottimizzare l’utilizzo degli abbondanti scarti. In Tanzania, dove era una produzione cardine alla voce export fino a qualche decennio fa, ci stanno riprovando rilanciando la produzione di sisal, diversificando i prodotti e costruendo una centrale a biomasse che utilizzi la polpa residua per fabbricare elettricità, biogas e fertilizzanti.

Attualmente il leader mondiale della produzione di sisal non sono la Tanzania nè il Messico, il paese d’origine della pianta, ma il Brasile. Soprattutto nel Noroeste ai margini del Sertao la coltivazione è diffusa e la filiera produttiva completa è raccontata in questo video dell’APAEB, un grosso produttore di Bahia che ha avviato una collaborazione con la Ford per utilizzare tessuti a base di Agave sisalana nelle tappezzerie automobilistiche. Ovviamente c’è già chi parla di oro verde per una terra ostica a diverse colture, ma di certo qualcuno al sisal ha vinto abbastanza per condurre una vita decorosa.

Sul sito della FAO si parla anche d’altro: cotone, canapa, lino, juta, cocco ed abaca (la fibra del banano Musa textilis prodotta soprattutto nelle Filippine), mentre manca una palma da fibra importante per alcune zone dell’Asia e dell’Africa come la raffia (Raphia spp.). Per ogni pianta vengono descritte le aree di coltivazione elettiva, gli usi, le caratteristiche delle fibre e della produzione. Con un occhio alla ricaduta economica e sociale, perchè sulla coltivazione in piccola e media scala di piante da fibra ci campa una bella fetta del sud del mondo.

Honey soit qui mal y pense

honey-map-1230-webNei meandri del commercio internazionale del miele ne saltano fuori ancora una volta di tutti i colori, secondo un’indagine del Seattle Post-Intelligencer. Pochi controlli e tanti bidoni, di nome e di fatto. Partite di fusti rifiutate e riciclate, prestanomi per sdoganamenti di merce non importabile, trattamenti da brivido, prodotti annacquati e non corrispondenti all’etichetta nè a qualunque standard non dico farmaceutico ma alimentare, aggiunta di antibiotici più volte confermata. Nell’occhio del ciclone soprattutto i prodotti di origine cinese, dove le buone pratiche di food safety davvero faticano a penetrare.

La situazione europea? Non più dolce (con dettagliatissime descrizioni delle pratiche non ammesse). Alla radice del problema non sono i metodi, ma la loro attuazione: di tecniche per il controllo della qualità, dell’autenticità botanica e geografica ce ne sono a bizzeffe. Quel che latita, sono le strutture e le persone che le mettono in pratica.

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A review of the analytical methods to determine the geographical and botanical origin of honey
(scarica il pdf)
E. Anklam
Food Chemistry 1998:63, 549-562

This review is concerned with analytical methods to prove the authenticity of honey. A special emphasis is put on suitable methods for the detection of the geographical and botanical origin of honey. Whereas the determination of some single parameters, such as 5-hydroxymethylfurfural (HMF), moisture, enzyme activity, nitrogen, mono- and disaccharides, and residues from medicinal treatment or pesticides in honey does not lead to any information about the botanical and geographical origin, there are some suitable methods based on the analysis of specific components or on multi-component analysis. Mostly, such methods give indications of the botanical origin, investigating flavonoids patterns, distribution of pollen, aroma compounds and special marker compounds. There are some other profiles of components which could probably be used for the detection of the geographical origin (e.g. oligosaccharides, amino acids, trace elements). In particular, the combination of methods could be a promising approach to prove authenticity, especially when modern statistical data evaluation techniques will be applied.

The Rose Parade

rbOra che stanno lì in bella mostra, è lecito farsi qualche domanda sull’origine del rose di San Valentino senza ledere più di tanto il romanticismo -pur oscenamente mercificato- dello scorso weekend. Con buone probabilità i boccioli che avete di fronte o che avete donato vengono dal Kenya (se leggete dagli States vengono quasi certamente dall’Ecuador), dove una floricultura è il caso di dirlo, fiorente, negli ultimi dieci-quindici anni ha fatto da traino all’economia della regione tanto quanto il turismo. La questione ha dei pro e dei contro e suggerisce ancora una volta come il “modo in cui” sia vincolante più della “cosa in sè”.

A favore c’è l’innegabile e lecita opportunità di sviluppo di un paese meno ricco di quelli europei: nuovi posti di lavoro, un settore economico che tira e si tira dietro il resto dell’indotto generando potenzialmente un maggiore benessere. A favore, anche se può sembrare strano, c’è un conto algebrico favorevole in termini di carbon footprint: uno studio del 2007 (qui l’originale in pdf) ha calcolato la CO2 emessa per coltivare rose in Kenya (serre al sole) e spedirle in Europa, riscontrando che risulta considerevolmente minore di quella richiesta per coltivarle nella fredda Olanda (serre illuminate e riscaldate artificialmente). La valutazione si limita al confronto Kenya-Gran Bretagna vs. Olanda-Gran Bretagna e non considera altre opzioni magari a noi più care (Mediterraneo-Gran Bretagna, ad esempio) ma è indicativa di una certa mistificazione che sul tema si può fare per esigenze strettamente commerciali. Ne hanno parlato anche su Al Jazeera.

In Kenya le rose vengono coltivate in serra ed in campo soprattutto nella zona del lago Naivasha, da cui poi prendono la strada dei mercati europei per via aerea tramite l’aeroporto di Nairobi. E proprio nella coltivazione, più che nel trasporto, si incontrano le spine. Come ogni attività intensiva e meccanizzata la floricoltura erode altri spazi, consuma altre risorse, esercita una forte pressione sull’ambiente ed è difatto una monocoltura. Il video seguente le spunta una ad una, queste spine, ma offre anche qualche spiraglio di sostenibilità: ci sono gravi problemi di captazione delle acque dal lago, di impatto ambientale dovuto a pesticidi e diserbanti (le rose devono essere perfette, specchio di un amore altrettanto idealmente compiuto?), di scarsa protezione dei lavoratori sia in termini di salute che di stipendio. Il Kenya, come molti altri PVS, non promulgherà il bando all’uso di pesticidi nocivi come il bromuro di metile prima del 2015, dieci anni dopo i paesi sviluppati ed i problemi legati al suo utilizzo nella coltivazione delle rose keniane sono stati raccolti nel 2002 in questo report della FAO. Per contro inizia ad affermarsi qualche tentativo di sviluppo sostenibile, alcuni produttori stanno cercando di adottare strategie di coltivazione e codici di condotta più attenti e l’uso di sistemi di depurazione e riciclo delle acque sta avanzando, seppur a rilento razie all’impulso del Kenya Flower Council.

Anche quest’anno il responsabile allo sviluppo internazionale del governo britannico ha consigliato ai consumatori di Sua Maestà l’acquisto di rose keniane certificate fairtrade. Da qualche hanno è infatti operativo un disciplinare Transfair che regolamenta aspetti di sostenibilità ambientale e sociale della produzione di rose ed in rete è disponibile un elenco delle aziende keniane che lo adottano. Magari, per questa volta, c’è qualche possibilità di non ripetere in toto gli errori e gli orrori raccontati nell’Incubo di Darwin.

Tre fili d’oro rosso

saffrNel 2006 si è concluso un progetto Interreg IIIC dedicato allo Zafferano nel Bacino del Mediterraneo, i cui risultati sono stati condensati in un testo di agile lettura disponibile in pdf ed in italiano, una specie di enciclopedia interdisciplinare sull’agronomia, la produzione, il controllo di qualità ed il commercio degli stigmi di Crocus sativus.

L’unico ma non trascurabile limite del libro è quello di essere un documento completamente focalizzato sulle esperienze delle aree geografiche coinvolte (Spagna, Sardegna, Macedonia greca), trascurando informazioni e dati raccolti altrove. Nessun cenno o quasi alle esperienze di Navelli, allo Zafferano dell’Aquila DOP, citati di straforo in una bibliografia in calce mentre non si forniscono dettagli circa il San Gimignano DOP nè di altri DOP europei di nicchia, come quelli di Mund, nel Vallese svizzero. La storia di quest’ultimo, originale perchè coltivato al clima non più mediterraneo delle Alpi a 1200m, è raccontata in italiano su Swiss Info. Anche i dati commerciali (volumi di vendita, trend di mercato) offrono un punto di vista poco diversificato, dato che si riferisono esclusivamente al mercato spagnolo e non a quello europeo in generale. In questo senso il titolo Zafferano in Europa può quindi essere fuorviante.

Nel libro sono descritte anche le principali sofisticazioni della droga, così come scoperte nelle indagini commerciali negli ultimi anni e vengono suggerite strategie per migliorare la coltivazione, la qualità, la penetrazione di mercato, la competitività delle aziende e delle cooperative che intendono dedicarsi allo zafferano. Nella tabella qui sotto, una spiegazione che non necessita troppe parole sul motivo della dominanza sul mercato del prodotto spagnolo e greco-mediorientale rispetto a quello italiano.

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La stessa tabella suggerisce anche un altro dato omesso nel libro, ovvero che l’epicentro della produzione agricola dell’oro rosso attualmente non è nel Mediterraneo ma in Persia, dove viene coltivato e messo in commercio oltre il 90% dello zafferano, che prende poi la via della Spagna o di Dubai. I costi di produzione assai più bassi e la disponibilità dei consumatori a concepire lo zafferano come un prodotto degno di essere pagato caro, dettano questa tendenza.

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Non è quindi casuale se la produzione spagnola è letteralmente crollata nell’ultimo decennio e se tutte le azioni descritte nel testo riguardano una difesa strenua della tipicità ed una descrizione attenta della qualità della produzione europea. produz

Ditelo con i fiori

119Se per San Valentino avevate in mente di comprare un metro quadro di suolo lunare o di dare il nome ad una stella, un pensierino a qualcosa di più vicino lo consiglierei. Ai Kew Gardens hanno lanciato una campagna di adozione per le centinaia di quadri realizzati da Marianne North in giro per il mondo e raccolti in un apposito padiglione. Contenitore e contenuto hanno bisogno di cure, anche se la brillantezza dei colori delle noci moscate illustrate qui a lato non lo lascia intendere.

Come funziona: si opera una donazione e si riceve il diritto ad una serie di benefits, inclusa la possibilità di seguire da vicino il restauro dell’opera scelta. Se il braccio vi risulta corto, potete sempre allungare gli occhi: qui c’è la galleria online con i quadri in attesa di adozione o già adottati, divisi per aree geografiche o per soggetto. E’ inclusa anche una descrizione delle tecniche pittoriche e di restauro usate.

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