Razzolare male
29 Novembre 2008 a 09:07 (Filosofia, Futilities)
Tags: la triste realtà di questi lidi
Antiossidami tutta
27 Novembre 2008 a 00:01 (Approfondimenti, Didattica, Erboristeria, Nutraceutica, Plantech, Prevenzione, Review, Ricerca, Validazione, fitochimica)
Tags: ABTS, antiossidanti, antiossidanti naturali, attività antiossidante, beta-carotene, bevande antiossidanti, DPPH, droghe antiossidanti, Droghe vegetali, estratti vegetali, folin-ciocalteau, fotochemioluminescenza, FRAP, metodi antiossidanti, ORAC, ossidazione LDL, ossigeno attivo, polifenoli, prodotti erboristeria, Radicali liberi, rischio ossidativo, ROS, succhi antiossidanti, TEAC
Quando Peppe er Pantera – Gassman espone il suo piano sssientifico a Ferribotte – Murgia ed al mitico Capannelle – Pisacane ne I soliti ignoti si capisce subito che il loro approccio sssientifico è più di facciata che di contenuto e che andrà a finire con poca gloria. A pasta e ceci, per la precisione. Quando si leggono i bugiardini e le presentazioni dei prodotti erboristici (nutrizionali, fitocosmetici) e nello specifico quelli con attività antiossidante, l’esito non è altrettanto lampante. Per poter interpretare criticamente i dati di corredo al prodotto occorre infatti conoscere i diversi metodi impiegati per misurare l’attività antiossidante ed antiradicalica ed è un’operazione che si scontra con un tecnicismo a volte oscuro. Come leggerli? Quali indicazioni sono realistiche e quali sono più adatte a suggerire una possibile efficacia per un’applicazione specifica e magari non per un’altra? Il consumatore e l’erborista hanno qualche speranza di capirci qualcosa?
Da ormai qualche lustro, “antiossidante” è infatti il leit-motiv del mercato erboristico e nutraceutico. Anche di quello cosmetico, in realtà. Rappresenta l’apriti sesamo, il lasciapassare un pò prezzemolino senza il quale non si entra in pompa magna nel salotto buono dei prodotti salutistici. Sempre più produttori, correttamente, cercano di rinforzare la loro posizione di mercato abbinando alle materie prime ed agli ingredienti dei loro prodotti non solo la parola, ma anche qualche numero che permetta una migliore penetrazione sul mercato, qualche valore sperimentale oggettivo che corrobori e dia nobiltà scientifica al claim. Il consumatore critico però può trovarsi spiazzato, e non poco, quando cerca di capire e soprattutto di confrontare i numeri di produttori diversi: il picnogenolo è più antiossidante dell’estratto di tè verde? E della vite rossa? E tra curcuma e mirtilli, quale conviene assumere come antiossidante? Uno stesso test va bene sia per i carotenoidi (lipofili) che per il tirosolo (idrofilo)? Anche capire quale sostanza naturale preservi meglio dalla perossidazione una crema cosmetica può essere arduo, dato che metodi e numeri sono apparentemente assai disparati. ORAC, Fotochemiluminescenza, DPPH, TRAP, FRAP ed altri acronimi affollano articoli scientifici e divulgativi, venendo a volte comparati tra loro senza che questo sia in realtà possibile o corretto in assenza di distinguo e compromessi. Un gran caos, insomma.
Per capire la questione facciamo un passo indietro. A quando ogni città aveva un suo sistema di misurazione delle lunghezze o delle superfici. Come testimoniano le antiche unità di misura esposte sotto ai portici dei municipi di mezza Italia, il valore del braccio mercantile, della pertica o della biolca differiva di città in città, di ducato in ducato ed era difficile dire che un braccio di broccato acquistato a Cesena aveva esattamente lo stesso valore a Grosseto. Più o meno avviene la stessa cosa con gli antiossidanti, per i quali non esiste un equivalente del Sistema Internazionale ed ogni risultato va interpretato e soppesato di volta in volta. Anzi, la situazione è ancora peggiore di quella che avevamo parlando di pertiche e biolche, in quanto non è possibile effettuare alcuna conversione o equivalenza tra i risultati ottenuti: come vedremo il criterio stesso della misurazione può essere radicalmente differente e la conversione “da libbre a grammi” semplicemente rischia di non avere senso. Sarebbe come raffrontare una superficie con un peso.
Perche non decidere di usare tutti uno stesso metodo, allora? Innanzitutto perchè il concetto di antiossidante non è monolitico ma relativo a diversi meccanismi di ossidazione ed a diversi agenti ossidanti. Poi perchè alcuni metodi sono più adatti di altri ad esprimere l’efficacia di una sostanza lipofila e viceversa per quelle idrofile. Inoltre, l’applicazione di alcuni metodi è più economica e rapida e quindi più adatta allo screening di molti estratti ma fornisce indicazioni generali non sempre applicabili con certezza ad un sistema complesso come il nostro organismo, ad esempio, per il quale occorrono saggi più elaborati, ma anche più costosi. Tutti questi “perchè” sottendono che non tutti i numeri presenti sulle pubblicazioni, sulle riviste e nei fogli illustrativi delle aziende sono uguali e confrontabili e che alcuni saggi possono dare risposte più adatte ad una applicazione e meno ad un altra. Sapere “chi serve a che cosa” può rappresentare quindi un buon salvacondotto per districarsi tra cifre ed acronimi e capire se il loro ruolo è di forma o di contenuto.
La lista commentata che segue è stata scritta con l’intento di tradurre in versione pane e salame (o pasta e ceci, per coerenza con l’incipit) i pregi ed i difetti dei più comuni saggi antiossidanti usati per saggiare droghe ed estratti vegetali. Non tutti i saggi realmente disponibili in teoria, solo quelli che per vari motivi sono praticamente menzionati nelle presentazioni dei prodotti vegetali o nelle pubblicazioni più citate a livello commerciale. Gli aspetti relativi al dettaglio di meccanismi e cinetiche sono stati appositamente tralasciati, chi volesse farsi una cultura può consultare questo o i link allegati a quasi ogni metodo.
DPPH. Test molto usato perchè estremamente economico e semplice, idoneo per fare screening di molti estratti da indirizzare poi a saggi più probanti se l’esito è positivo. Non necessita di know-how particolare nè di strumentazioni apposite: basta un normale spettrofotometro. Per contro i risultati soffrono di numerose interferenze e di un’elevata variabilità, che limitano l’attendibilità dei risultati con frequenti falsi positivi (sovrastima dell’attività), una maggiore risposta in presenza di antiossidanti con più gruppi fenolici ed una minore risposta se le molecole antiossidanti sono particolarmente grandi. Il modello è ampiamente distante da quello fisiologico umano, dato che il radicale usato è completamente artificiale, mentre risulta leggermente più adatto per sistemi più semplici come la prevenzione dell’irrancidimento in alimenti o prodotti cosmetici.
FCR. Al secolo, metodo di Folin-Ciocalteau. Rappresenta il sistema più utilizzato per quantificare i fenoli totali in un estratto vegetale, ma per via del suo meccanismo può essere considerato un buon metodo anche per esprimere l’azione antiossidante totale (ovvero a prescindere dall’agente ossidante/radicalico contro cui si vuole agire). Semplice, economico e rapido, soffre tuttavia di una forte dipendenza dalla sostanza usata come standard per la calibrazione e solo l’uso dell’acido gallico come riferimento di controllo garantisce un’adeguata risposta. Ad esempio, a causa della variazione dello standard e di altre condizioni sperimentali la bibliografia riporta differenze di un intero ordine di grandezza nella capacità antiossidante dei mirtilli. Altro difetto non trascurabile: la lista di interferenti che amplificano il risultato è lunghissima e molte di queste sostanze sono pressochè ubiquitarie nel Regno Vegetale. Sono possibili passaggi di purificazione che ovviano a questi problemi, ma non sempre sono attuati (anche perchè un risultato dopato, ammettiamolo, spesso fa comodo sia in ambito accademico che commerciale).
FRAP. Acronimo per Ferric reducing ability of plasma, che denoterebbe un legame abbastanza stretto tra sistema in vitro e realtà biologica, ma in realtà si basa sull’equilibrio di ossido-riduzione di un complesso ferrico/ferroso, che non ha riscontri diretti nel nostro organismo anche per il pH d’azione, abbastanza distante da quello fisiologico. Il metodo è automatizzato, con tutti i vantaggi del caso in termini di costo e riproducibilità. Si altri difetti: non rivela l’azione antiradicalica vera e propria, con una sottostima dell’effetto reale; è adatto solo a valutare le sostanze idrofile ed i polifenoli coniugati come ad esempio le proantocianidine hanno una risposta maggiore.
ABTS e TEAC. Il Trolox equivalent antioxidant capacity ed altri sistemi basati sul radicale stabile ABTS sono concettualmente simili al DPPH, avendo come protagonista un radicale libero stabile ma non fisiologico, che presenta colore diverso a seconda che sia in forma radicalica o in forma ridotta. Sebbene più flessibile del DPPH (si adatta meglio a saggiare sia sostanze idrofile che lipofile), il test con l’ABTS soffre di risultati amplificati da un vizio di meccanismo e dalla presenza di alcuni enzimi facilmente presenti in estratti vegetali freschi. Al contrario il TEAC soffre di una sottostima rispetto ai valori ottenuti con l’ORAC, ad esempio. esistono due differenti protocolli: quello più vecchio presentava una sovrastima notevole dell’azione antiossidante, ma non sempre è ben specificato quale protocollo è stato usato, specialmente nei dati commerciali. A causa del principio alla base del suo funzionamento, e questo è il limite più rilevante, può dare risposte completamente differenti e non coerenti tra loro se vengono confrontati antiossidanti diversi tra loro per struttura e meccanismo d’azione.
B-Carotene Bleaching test. Leggermente più elaborato dei precedenti, verifica il grado di protezione fornito da un antiossidante rispetto alla perossidazione lipidica (leggasi irrancidimento) attuata dall’acqua ossigenata. Sebbene abbia limiti tecnici dovuti alla necessità di formare e mantenere un’emulsione durante la prova, è un discreto indicatore dell’efficacia nella difesa ossidativa degli acidi grassi insaturi anche in liposomi. Il test fatto con la crocina è del tutto analogo.
Fotochemioluminescenza-PCL. Altro sistema che si giova dell’aspetto strumentale e della possibilità di essere utilizzato sia in sistemi lipofili che idrofili, anche in fluidi biologici come il plasma. Trattandosi di un sistema proprietario la sua applicazione è vincolata all’utilizzo di uno strumento specifico distribuito da un unico produttore, con limitazioni ovvie in termini di costo e di upgrade del sistema, sebbene secondo il costruttore sia possibile un’ampia flessibilità. Misura la difesa offerta dagli antiossidanti contro il radicale superossido, il che è una buona cosa in quanto questo radicale è uno dei più presenti ed attivi nel nostro organismo. Un ulteriore vantaggio è dato dalla sua complementarietà con l’ORAC, dato che tali sistemi si basano sulla misurazione di due attività antiossidanti distinte tra loro.
TRAP. il Total Radical-trapping Antioxidant Parameter è un metodo con alcuni punti di contatto con l’ORAC e misura la protezione contro i ROS idrosolubili. Ha quindi ottima valenza rispetto a quanto avviene (o dovrebbe avvenire) a livello fisiologico, non a caso le sue applicazioni più diffuse riguardano fluidi biologici come plasma e siero. Esistono protocolli leggermente diversi, con ripercussioni sulla confrontabilità delle misurazioni che possono coinvolgere anche la diversa struttura chimica degli antiossidanti testati e spesso sottostima la reale azione antiossidante. La sua applicazione è fortemente limitata dalla necessità di un operatore esperto.
TBARS. Grazie alla sua semplicità è uno dei più diffusi test usati per valutare la protezione della perossidazione lipidica, ma il suo impiego si scontra con grossi problemi di standardizzazione dei risulatati. Sfrutta la possibilità di combinare un sottoptodotto della perossidazione (la malondialdeide) con l’acido tiobarbiturico. Più MDA si forma, più avanzata è l’ossidazione e se in presenza di un presunto antiossidante questa cala, allora il processo ossidativo è stato inibito. Vantaggi: si adatta bene alla conservazione dei prodotti alimentari e cosmetici (carni e creme, ad esempio) ed anche allo studio di sistemi biologici come le lipoproteine (la protezione delle LDL nel sangue, ad esempio). Svantaggi: la MDA che realmente si libera è molto dipendente dalle condizioni usate e dalla presenza di ioni metallici, inoltre molte sostanze spesso presenti sia nei fluidi biologici (acidi biliari) che negli estratti vegetali (saccarosio) possono interferire, falsando notevolmente il risultato.
ORAC. Acronimo di Oxygen Radical Absorbance Capacity, si sta imponendo come il golden-standard a livello industriale, a guisa di “sistema metrico internazionale per l’antiossidante”. Ha il vantaggio di essere un metodo strumentale ed automatizzabile, nel quale la variabilità legata all’operatore è limitata e la riproducibilità garantita, il che sta permettendo la costruzione di banche dati e liste di confronto oggettivo tra diversi antiossidanti, misurati con uno stesso metro. Giova ricordare come un buon ranking ORAC non significhi automaticamente un’analoga efficacia a livello fisiologico. Il suo punto di forza principale risiede nel misurare in modo specifico, preciso ed accettabilmente economico l’inibizione di radicali dell’ossigeno rilevanti per lo sviluppo dello stress ossidativo nei sistemi biologici, ovvero idrossidi e perossidi classificati come ROS. Dato che ogni medaglia ha un verso, anche l’ORAC è perfettibile. Ad esempio il diverso trattamento del campione (estratto fresco, tisana, liofilizzato, ecc.), oscillazioni della temperatura a cui avviene l’analisi e la molecola utilizzata per ottenere la necessaria fluorescenza possono determinare differenze non trascurabili nella risposta (seguirà un post specifico sull’argomento).
Ossidazione delle LDL. Si tratta di un sistema di valutazione che utilizza direttamente il reale bersaglio della protezione, ovvero le lipoproteine a bassa densità direttamente isolate dal sangue (animale o umano). La sua correlazione con l’ORAC è buona solo se l’ossidazione è indotta con un radicale chiamato AAPH. Possono essere utilizzati diversi sistemi di rivelazione dell’ossidazione, il che determina qualche confusione nella lettura e nel confronto di dati ottenuti in laboratori e con protocolli diversi. Uno dei sistemi più diffusi utilizza la malondialdeide citata prima. Il suo limite risiede nella necessità di avere a disposizione grosse quantità di LDL fresche, fattore che ne limita l’uso nello screening di molti campioni. Viene quindi in genere applicato solo ad estratti che hanno già dato risultati positivi in altri test.
Qualche considerazione generale: definire l’attività antiossidante di un estratto vegetale facendo ricorso ad un unico saggio è limitativo e parziale. Idealmente i dati da fornire dovrebbero emergere da un mix di metodi e tecniche, possibilmente basate su meccanismi tra loro differenti e tali da rinforzarsi vicendevolmente; in caso contrario è più corretto parlare di una possibile azione. La combinazione migliore è data dall’applicazione su un medesimo campione di ORAC, PCL e FCR (opportunamente applicata ), con l’aggiunta dell’ossidazione delle LDL se l’utilizzo è mirato alla prevenzione del rischio ossidativo a livello cardiovascolare. I termini di paragone, ovvero le sostanze usate come controllo e confronto, non dovrebbero includere solo antiossidanti di sintesi (BHA, BHT, Trolox) o principi attivi isolati (Vitamina E, ad es.) ma anche estratti vegetali simili a quelli valutati ma dall’azione antiossidante comprovata (polifenoli del tè verde, picnogenolo, miscele di antociani, ecc.). Nella presentazione del dato, infine, sarebbe sempre onesto ricordare che non sempre un’efficacia in vitro è automaticamente trasferibile in un’efficacia reale nella protezione del nostro organismo, che ha il difetto di essere fisiologicamente ben più complesso di un modello sperimentale. La mancata osservanza di questi fattori è indice di un tentativo di distinguersi dalla concorrenza seguendo, anche inconsciamente, lo stile di Peppe er Pantera.
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Standardized Methods for the Determination of Antioxidant Capacity and Phenolics in Foods and Dietary Supplements
Prior, R. L.; Wu, X.; Schaich, K.
J. Agric. Food Chem. 2005; 53(10); 4290-4302. (scarica il pdf)
Methods available for the measurement of antioxidant capacity are reviewed, presenting the general chemistry underlying the assays, the types of molecules detected, and the most important advantages and shortcomings of each method. This overview provides a basis and rationale for developing standardized antioxidant capacity methods for the food, nutraceutical, and dietary supplement industries. From evaluation of data presented at the First International Congress on Antioxidant Methods in 2004 and in the literature, as well as consideration of potential end uses of antioxidants, it is proposed that procedures and applications for three assays be considered for standardization: the oxygen radical absorbance capacity (ORAC) assay, the Folin-Ciocalteu method, and possibly the Trolox equivalent antioxidant capacity (TEAC) assay. ORAC represent a hydrogen atom transfer (HAT) reaction mechanism, which is most relevant to human biology. The Folin-Ciocalteu method is an electron transfer (ET) based assay and gives reducing capacity, which has normally been expressed as phenolic contents. The TEAC assay represents a second ET-based method. Other assays may need to be considered in the future as more is learned about some of the other radical sources and their importance to human biology.
Sia ben chiaro
25 Novembre 2008 a 20:52 (Didattica, Libri, Tools)
Tags: editoria botanica online, libreria digitale, libri botanica, libri piante, pubblicazioni piante, Summerfield books
Cliccate solo se non possedete una carta di credito. In caso contrario, non mi assumo nessuna responsabilità.
Monday Movies #5 – Il re della savana
24 Novembre 2008 a 07:41 (Farmacognosia, Mercato Erboristico, Nutraceutica, Piante, Popoli, podcast e filmati)
Tags: adansonia digitata, afriplex, baobab, corporate responsibility, novel foods, sostenibilità, sviluppo sostenibile
Un podcast, per iniziare la settimana: la redazione di Food Navigator intervista il manager di Afriplex sugli effetti della certificazione del Baobab come novel food nella UE (e pare presto anche negli USA). Interessanti le proiezioni di mercato sull’elevata diversificazione dei prodotti ottenibili dalla fibra (non solo succhi, ma anche biscotti dietetici ad esempio) e le considerazioni sul motivo del successo: un mix tra novità e corporate responsibility. Proprio quello etico e sostenibile è il tema del futuro per scoprire se Adansonia digitata sarà davvero un oro verde per l’Africa. L’equilibrio da garantire sarà quello tra esigenze commerciali in pieno toro e sostenibilità ambientale e sociale. Approssimativamente in Africa ci sono, ora come ora, un milione e duecentomila alberi di baobab in età produttiva, con una capacità di circa 100.000 tonnellate annue di polpa, di cui solo il 35-40% sarebbe esportabile senza alterare i consumi locali e danneggiare l’accesso alla risorsa da parte delle comunità africane. Su questi numeri e sulle strategie di coltivazione e riforestazione si gioca la partita.
Nella parte più cinematografica del post, la filiera di produzione del frutto di baobab in Senegal, con cenni di sostenibilità sulla parte vivaistica e di riforestazione.
Legni che suonano Alvorada na Floresta Tropical di Villa-Lobos
22 Novembre 2008 a 11:21 (Biodiversità, Divulgazione, Etica, Farmacognosia, Piante, Popoli, Prevenzione, Rizomi)
Tags: brasilina, Caesalpinia, certificazioni ambientali, clarinetto, coloranti naturali, conservazione ambientale, conservazione dei beni culturali, Dalbergia, ebanisteria, ebano, Global Trees Campaign, legname certificato, legname pregiato, legni tropicali, legno per chitarra, liuteria, mogano, mpingo, oboe, pau brazil, SoundWood, strumenti musicali, Swietenia, xiloteca
Oboe, clarinetti, fagotti, pianoforti, chitarre, arpe. Dalbergia melanoxylon, Dalbergia stevensonii, Caesalpinia echinata, Swietenia macrophylla, Pilgerodendron uviferum. I primi sono strumenti fatti con legni pregiati, le seconde sono alcune delle specie arboree che quelle essenze dure le producono. Come spesso avviene per le faccende umane, la velocità di produzione dell’industria musicale è molto più rapida di quella con cui palissandri, ebani e mogani crescono. Il che ha un suo razionale biologico: sono i legni più compatti, a lentissimo accrescimento e pesanti, di grana finissima dovuta a fasci vascolari piccoli ed uniformi nel diametro, che garantiscono una composizione fisicamente più uniforme e risonante, idonea alla liuteria. La lentezza della crescita per alcune piante è tale da non rendere effettivamente percorribile la silvicoltura: chi pianta datteri non mangia datteri. La situazione è poi complicata dall’enorme quantità di scarto che la manifattura di questi strumenti richiede: per costruire un clarinetto, dovendo utilizzare solo la parte più nobile del legno evitando nodi e spaccature e volendo utilizzare il materiale con la migliore risonanza, lo scarto è superiore al 75%. In pratica, occorre quasi un intero albero. Una delle specie più a rischio è Dalbergia melanoxylon o Mpingo, endemica della costa orientale africana tra Tanzania e Mozambico, per la quale è operativa in modo specifico da alcuni anni un’ONG nata come spinoff dell”Università di Cambridge. Le iniziative del Mpingo Conservation Project riguardano la riforestazione, la sostenibilità, lo studio dell’habitat dell’African Westwood e l’informazione sugli usi della pianta.
Da alcuni anni è attivo un bel progetto di Global Trees Campaign chiamato SoundWood, che promuove l’utilizzo di legni certificati presso liutai ed oltre a sensibilizzare gli operatori del settore, sostiene campagne di riforestazione ed utilizzo sostenibile delle risorse forestali esistenti. Il lavoro ha previsto la realizzazione di una esaustiva panoramica sulle tipologie di legni utilizzati in tutto il mondo per produrre gli stumenti più disparati ed una correlazione di queste indicazioni con l’abbondanza delle risorse naturali. Passo successivo, il coinvolgimento dei grossi produttori e dei tanti artigiani liutai, cooptati nella produzione di strumenti certificati ottenuti solo con legno proveniente da filiere sostenibili. Per capirci, esiste una Gibson Les Paul Soundwood certificata dal Forest Stewardship Council. Nel corso del pluriennale lavoro i ragazzi di GTC hanno edito una bella serie di monografie ed approfondimenti, oltre a realizzare materiale divulgativo-didattico come ad esempio un bel poster sulla geografia dei legni musicali a rischio. Quasi tutto il materiale è disponibile in pdf.
Sul sito sono anche presenti belle monografie delle piante coinvolte, alcune delle quali hanno avuto la loro piccola grande parte nella Storia come droghe. Il Pau Brazil ad esempio, ha dato il nome al Brasile in quanto erano chiamati brasileiros i raccoglitori del legno che dava il colorante rosso brace noto come brasilina. I pigmenti rossi non erano di facile reperibilità e la loro elusività è alla base del guardaroba rosso di regnanti, papi e cardinali: roba da upper class ante Wöhler. La specie ha rischiato di sparire a causa dell’eccesso di consumo del suo legno non in ebanisteria, bensì nella produzione di pigmenti per tessuti. Ironia della sorte, è stato proprio l’avvento dei coloranti sintetici ad evitare il peggio, oltre a determinare il livellamento sociale nel cromatismo dei guardaroba odierni.
Quella volta che ho rubato una tisana d’olivo giapponese
20 Novembre 2008 a 13:09 (Backpackers guide to herbalism, Erboristeria, Fitoterapia, Medicine Tradizionali, Piante, Prevenzione, Ricerca, Tisane e Infusi, Validazione)
Tags: amaro oliva, antiossidanti, deamarizzazione, dieta e colesterolo, foglie d'olivo, HDL, infusi di foglie, ipertensivi naturali, ipocolesterolemizzanti, LDL, nutrizione e colesterolo, olea europea, oleuropeina, Olivo, olivo giapponese, ormesi, sansa, scarti di lavorazione olive, shodoshima, sostanze amare, tirosolo, Tisane, ulivo, waste material olive, xenormesi
Questa tisana è un furto. Nel senso che l’ho rubata. Nessun giudizio sul rapporto prezzo-qualità -sarebbe infatti un nonsense per lo zero a numeratore- ma una confessione di appropriazione indebita in una sala riunioni previa occhiata lasciva, dopo averla notata celata dalle carte in un espositore vedononvedo per depliant e brochure. Era li’, seduttiva nella sua scatola verde a ideogrammi manga e la sua voce come il coro delle sirene d’Ulisse m’incatenava al conflitto interiore. Ho iniziato a costruire un alibi credibile alla mia coscienza: era senza dubbio stata lasciata in quella posizione visibile, ma trascurata e nonchalant, da qualcuno che voleva fare del bookcrossing degli infusi. Il bookcrossing degli infusi o teacrossing, ho spiegato al gestore dei sensi di colpa, è una disciplina iniziatica ed sotterranea, praticata da una ristretta cerchia di esperti del settore. Persone piene di fiducia nell’altro, al punto che non esitano a condividere cose buone e belle senza tema di ingurgitare miscele d’erbe sconosciute preparate da ignoti. Sperimentatori mitridatizzati dalle mille prove esotiche ed in cieco. Dopo una rapida trattativa con un Super Io riluttante ho deciso che potevo concludere il corteggiamento e prenderne una bustina, lasciando la scatola ed il contenuto rimanente a disposizione di altri temerari del gusto, senza considerarmi per questo candidato certo al fuoco della geenna.
Mi annoto quindi la marca “shodoshima” dal box -per successive indagini- e mi tengo l’esot(er)ica bustina, con l’intento di ricostruire la strada del green olive leaf tea prima di includerlo nella playlist del brunch domenicale. L’indagine porta subito una sorpresa: non si tratta, come pensavo all’inizio, di un prodotto europeo destinato al mercato orientale, ma al contrario di un prodotto giapponese fatto con foglie di Olea europea coltivato direttamente in Giappone. Shodoshima è infatti un’isola a circa 80 km ad ovest di Osaka, con un clima abbastanza mite da permettere la coltivazione dell’olivo, che le cronache narrano esservi stato introdotto nel 1908 dalla Grecia. A partire dagli anni ‘50 questo acclimatamento eccentrico deve aver stuzzicato la proverbiale perversione creativa nipponica, se è vero sull’isola sono venduti freaks culinari come il gelato all’oliva, le olive candite e la cioccolata all’oliva, a fianco dei più convenzionali souvenir a base d’olio, localmente prodotto su piccola scala (circa 30 t/anno). L’alter-ego Watson suggerisce quindi che si tratti di un souvenir giunto alla mia teiera grazie ad un turista o al seguito di una fantomatica delegazione dal Sol Levante.
Al primo sorso è subito chiaro che, come era da attendersi, la tisana è amara come una spremuta di cicoria. No pain no gain. Il filtro inoltre, con biasimo della tecnologia nipponica, non tiene la polvere che è troppo fine ed opacizza l’infuso. L’oleuropeina, principale metabolita secondario della foglia d’olivo ed i vari polifenoli presenti sono infatti notoriamente amari. Dall’altra parte del tavolo mi guardano arricciare le labbra con sgomento, che goffamente cerco di placare con un’estemporanea meta-divulgazione sulla deamarizzazione delle olive da pasto, necessaria per idrolizzare l’oleuropeina ed eliminarne i derivati per lavaggio o trasferimento di fase dal frutto alla salamoia. Zuccherando, mi consolo del saporaccio pensando che l’oleuropeina ed i suoi derivati sono anche notoriamente antiossidanti, soprattutto perchè dall’idrolisi si ricavano tirosolo ed idrossitirosolo, alla base tra l’altro dell’uso di questa matrice in numerosi fitocosmetici anti-aging.
Mentre bevo l’intruglio (su Flickr qualche immagine del making of) sfoglio il Corriere e trovo serendipicamente questo trafiletto, che riprende un lavoro già passato da queste parti. La notizia di una possibile azione ipocolesterolemizzante delle foglie d’olivo non è nuova, ma rispetto al commento del nutrizionista intervistato, pur condividendone la cautela in questo mondo affamato d’iperboli, si possono aggiungere alcune cose. In primis, stupisce l’attenzione per l’approccio farmaceutico della risposta, che focalizza l’attenzione su una singola sostanza laddove è chiaro che quello che si intende suggerire è prossimo all’integrazione alimentare, alla modulazione più dietetica ed incentrata sull’assuzione cronica di basse dosi anzichè farmacologica. Una di quelle applicazioni “grigie” in cui l’interplay tra terapia e nutrizione diventa una triangolazione abbastanza stretta da portare l’azione verso aree e zone di campo più complesse, un elegantissimo esempio delle quali è in questo post di Marco Valussi sull’ormesi – xenormesi. In seconda battuta manca un riferimento al fatto che lo studio citato, certamente preliminare essendo il primo condotto sull’uomo, arriva comunque alla fine di un percorso ormai decennale di evidenze in vitro e su animale che hanno messo una bella tag sull’oleuropeina, quasi ovunque indicata come responsabile dell’azione favorevole in termini di perossidazione lipidica, protezione delle lipoproteine ed azione ipolipemizzante. Non solo, ma buona parte dei benefìci ascritti all’olio d’oliva anche e soprattutto nei confronti dell’aterogenesi e delle degenerazioni ossidative in generale, sono derivati proprio dalla presenza dell’oleuropeina. Che è sì presente nella spremuta di frutti verdi dell’olivo ma è di gran lunga più abbondante nelle foglie, se si resiste al sapore amaro. Tra l’altro, per chi volesse approfondire, non mancano studi sulla possibilità di ricirclare la sansa e le acque di lavorazione delle olive, ricche nell’iridoide amaro, proprio per produrre integratori alimentari ed estratti d’uso cosmetico ed erboristico. Sorseggiando, realizzo che si poteva contattare anche chi, non molto lontano da Via Solferino, si occupa in modo esplicito del ruolo nell’aterogenesi dei derivati vegetali di Olea europea.
Per la cronaca del brunch, per rifarmi la bocca dall’amaro c’è comunque voluta una doppia razione di pancakes imburrati al raspberry seedless. Temo che la sommatoria del mio colesterolo sia andata comunque in attivo, con buona pace di tutti. Giapponesi inclusi.
Medicina tradizionale cinese e sostenibilità
19 Novembre 2008 a 09:22 (Biodiversità, Erboristeria, Etica, Medicine Tradizionali, Mercato Erboristico, Piante, Popoli)
Tags: Biodiversità, consumo critico, deforestazione, flora cinese, legname pregiato, medicina tradizionale cinese, piante cinesi, sovraraccolta, state of wildlife trade in China, sviluppo sostenibile, Traffic, wwf
Traffic ed il WWF hanno pubblicato nei giorni scorsi lo The State of Wildlife Trade in China in 2007, un report basato su interviste ed indagini sul territorio cinese condotte tra dicembre 2007 e febbraio 2008 (qui disponibile in pdf bilingue). Tre i capitoli centrati direttamente o indirettamente sulla medicina tradizionale cinese (MTC) e sulla biodiversità vegetale in genere.
Dalla lettura di Promoting sustainable use of Chinese traditional plant medicines emerge chiaro come in assenza di un sistema regolato e tarato sulla sostenibilità e non solo sui consumi e sulla produzione, il sostegno bona fide a qualunque sistema diffuso di utilizzo commerciale di piante medicinali (e di risorse naturali in genere) è destinato a creare più danni che benefici. La promozione e l’aumento costante delle quote di mercato delle droghe della MTC, cresciuto del 10% nell’ultimo anno stando alle stime di Traffic (oltre un miliardo di dollari nei primi 10 mesi del 2007), stanno avendo infatti un ruolo preponderante nella rovraraccolta di specie spontanee a rischio estinzione, ormai giunte al 15-20% della flora cinese. Nonostante la centralizzazione del commercio per l’export in 17 grandi mercati su scala regionale, i controlli sulle specie a rischio e l’applicazione di buone pratiche di raccolta sono infatti lettera morta. Delle 1200 piante medicinali cinesi sul mercato, 800 sono raccolte spontanee, per un totale pari a circa il 30% del volume commerciale del paese nel settore. Tra le specie più minacciate quelle non coltivabili per motivi diversi (climatici o biologici, alcune sono piante parassite), come Saussurea involucrate, Cistanche deserticola, Cordyceps sinensis e Gastrodia elata.
Curiosamente, per quanto riguarda i consumi interni nel paese, sono le persone con un ceto sociale ed un’educazione superiori a consumare più frequentemente materiale vegetale spontaneo (sia come alimento che come medicina), anche per una questione di prestigio ed esclusività legata alla sempre meno agevole reperibilità delle risorse, specialmente nelle aree urbane, come approfondito nel report Understanding the motivations of wildlife consumption.
La Cina è diventata infine il secondo paese importatore di legname pregiato, soprattutto dall’Africa (Timbertrade trends between China and Africa). Un fatto inevitabile dati i trend di crescita industriale ma problematico per la difficoltà nel controllare le certificazioni e l’uso di legname protetto, oltre che per la scarsa cultura cinese per la conservazione e l’equità commerciale. Non a caso la crescita delle importazioni da paesi come Guinea Equatoriale e Gabon è direttamente proporzionale all’implementazione di regole ambientali e sociali rigide imposte alle importazioni cinesi dai paesi del sudest asiatico.
Segno dei tempi?
18 Novembre 2008 a 13:16 (Eventi, Futilities)
Tags: amazzonia, calendario 2009, calendario piante, frate indovino, frate indovino 2009, Futilities
Monday Movies #4 – Tutto intorno a te
17 Novembre 2008 a 00:37 (Biodiversità, Didattica, Divulgazione, Monday Movies, Plantech, Rizomi, podcast e filmati)
Tags: Biomimesi, Biomimicry, conferenze scientifiche, invenzioni naturali, invenzioni sostenibili, Janine Benyus, natura e scoperte, scienze naturali, TED, videoconferenze
Abbiamo parecchi problemi da risolvere. Per le soluzioni, concrete e sostenibili secondo Natura, basta imparare a guardarsi attorno con gli occhi della biomimesi. Guardate questa conferenza. Poi riguardatela di nuovo.
Poi fate un giro al Biomimicry Institute, trovate conferma alle buone vibrazioni leggendo un’intervista in italiano e soprattutto cercare di leggere di questo libro, anche che se -orrore e vergogna!- non pare ancora tradotto nella nostra lingua. Per chi non mastica l’inglese però dovrebbe a breve essere disponibile in versione italiana Nature’s 100 best – Le innovazioni naturali che stanno cambiando il mondo.
Corsi e Master
15 Novembre 2008 a 11:23 (Didattica, Erboristeria, Eventi, Farmacognosia, Fitocosmesi, Fitoterapia, fitochimica)
Tags: cistre, corsi erboristeria, corsi fitoterapia, etnobiofarmacia, Etnobiologia, fitopreparati, galenica erboristica, Master, Master fitoterapia, sifit, università di pavia, università di Siena
La Società Italiana di Fitoterapia e l’Università degli Studi di Siena hanno appena bandito per il 2008-2009 un Master di II livello in Fitoterapia e due Corsi di Perfezionamento, uno in Fitoterapia ed uno in Preparazioni Galeniche Fitoterapiche. Ulteriori informazioni sono scaricabili qui.
A Pavia invece scade a fine 2008 il bando della seconda edizione dell’eccellente Master in “Etnobiofarmacia e utilizzo sostenibile della biodiversità“, organizzato dal Centro Interdipartimentale di Studi e Ricerche di Etnobiofarmacia dell’ateneo pavese, sul quale non possiamo far altro che ripetere le belle cose dette in primavera sulla prima edizione.






