Fate come me, riposatevi tanto

Troveranno un accordo?

Per colmare il gap di comunicazione tra l’offerta garantita da coltivatori di piante officinali e la domanda di aziende di trasformazione (in ambito erboristico, fitocosmetico, alimentare, profumiero), Assoerbe e FIPPO hanno creato uno sportello comune per la pianificazione della produzione. Compito dello sportello sarà quello di mediare tra la disponibilità di terra e di competenze a livello nazionale ed i bisogni del settore produttivo in termini di essenziere e medicinali, cercando di ovviare al principale ostacolo: la definizione a priori del prezzo.

L’iniziativa, annunciata nei giorni scorsi, verrà presentata ufficialmente al SANA di Bologna a metà settembre ma i primi dettagli sul senso dell’operazione sono stati divulgati la scorsa settimana.

Ed il batterio si arrampica sugli specchi

Probabilmente per via di una mia personalissima perversione culturale, apprezzo enormemente i crossover tra discipline scientifiche. Nello specifico, quando una materia nobile, da rocket-science e cervello fino come la termodinamica si mette al servizio della medicina. Di quella che usa anche prodotti vegetali, per giunta.

Il meccanismo con cui il succo dei frutti di Vaccinium macrocarpon (il mirtillo rosso americano noto anche come cranberry) agisce nella profilassi delle infezioni del tratto urinario è da qualche anno abbastanza definito. Da tempo infatti l’ipotesi prevalente ha individuato il punto critico nella riduzione della capacità adesiva dei batteri alla parete della vescica e dell’uretra e diverse indicazioni convergono su questo. Negli ultimi anni quindi l’attenzione si è concentrata sulle fimbrie, strutture piliformi (colorate in rosso nell’immagine a fianco) con cui alcune classi di batteri causa di cistiti ed infezioni del tratto urinario come Escherichia coli aderiscono alle superfici liscie dell’epitelio degli organi coinvolti. Ora è stato verificato che, in maniera dose-dipendente, il succo di cranberries manda il tilt le fimbrie rendendo energeticamente svantaggiosa l’adesione alle pareti degli organi. In altre parole per l’ospite indesiderato l’adesione divene estremamente svantaggiosa e non più automatica ovvero le fimbrie incontrano una barriera energetica che ne impedisce ed ostacola l’azione, facilitando l’espulsione nelle urine (qui il pdf).

Queste conferme sono interessanti non solo per una mera questione di meccanismo, ma anche perchè validano ulteriormente ipotesi già avanzate: il succo di Vaccinium macrocarpon è più efficace nella prevenzione e meno nella cura (evita l’attacco ma non uccide o danneggia seriamente il patogeno non avendo un’azione antibiotica), non altera la composizione fisiologica della flora preesistente (che in genere è già legata all’epitelio della vescica e dell’uretra). Infine, un simile meccanismo suggerisce una maggiore efficacia da parte di una assunzione continuata e costante da parte di soggetti predisposti al problema o a rischio recidiva. Per la gioia dei produttori.

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Cranberry changes the physicochemical surface properties of
E. coli and adhesion with uroepithelial cells
Yatao Liu, Amparo M. Gallardo-Moreno, Paola A. Pinzon-Arango,
Yorke Reynolds, Guadalupe Rodriguez, Terri A. Camesano.
Colloids and Surfaces B: Biointerfaces 65 (2008) 35–42
(scarica il pdf)

Cranberries have been suggested to decrease the attachment of bacteria to uroepithelial cells (UC), thus
preventing urinary tract infections, although the mechanisms are notwell understood. A thermodynamic
approachwas used to calculate the Gibbs free energy of adhesion changes (Gadh) for bacteria–UC interactions, based on measuring contact angles with three probe liquids. Interfacial tensions and Gadh values were calculated for Escherichia coli HB101pDC1 (P-fimbriated) and HB101 (non-fimbriated) exposed to cranberry juice (0–27 wt.%). HB101pDC1 can form strong bonds with the Gal–Gal disaccharide receptor
on uroepithelial cells, while HB101–UC interactions are only non-specific. For HB101 interacting with UC,
Gadh was always negative, suggesting favorable adhesion, and the values were insensitive to cranberry
juice concentration. For the HB101pDC1-UC system, Gadh became positive at 27 wt.% cranberry juice,
suggesting that adhesion was unfavorable. Acid–base (AB) interactions dominated the interfacial tensions,
compared to Lifshitz–van der Waals (LW) interactions. Exposure to cranberry juice increased the
ABcomponent of the interfacial tension of HB101pDC1. LWinteractionswere small and insensitive to cranberry juice concentration. The number of bacteria attached to UC was quantified in batch adhesion assays and quantitatively correlated with Gadh. Since the thermodynamic approach should not agree with
the experimental results when specific interactions are present, such as HB101pDC-UC ligand–receptor
bonds, our results may suggest that cranberry juice disrupts bacterial ligand-UC receptor binding. These
results help form the mechanistic explanation of how cranberry products can be used to prevent bacterial
attachment to host tissue, and may lead to the development of better therapies based on natural products.

Scattare!

Anzichè cheese, potete dire trees.

Sono online i vincitori passati, le gallerie fotografiche e per i meno contemplativi anche il bando di concorso per l’International Garden Photographer of the year 2009, uno dei più importanti concorsi fotrografici a tema vegetale. Tra le mie preferite lo sturm und drang di Adam Gibbs, l’impressionismo boschivo di Colin Roberts e l’Hokusai di Claire Takacs, vincitrice del 2008.

(in copertina, l’ikebana oppiaceo di Lucy Birnie).

La fitochimica olistica

Che finiscano sui banconi di un’erboristeria in prodotti confezionati, in fitoterapici o integratori alimentari, tra gli ingredienti di un functional food o qualora semplicemente restino nel solco della tradizione delle tisane, per tutte le droghe vegetali esiste una parola chiave: fitocomplesso. Già il termine ricorda qualcosa di ingarbugliato e difficile da districare e difatti sottende la croce e la delizia di chi si occupa di piante medicinali, della loro validazione e del loro controllo di qualità. Il fitocomplesso è un concetto che esprime la parte per il tutto, una specie di sineddoche fitochimica che include principi attivi, coadiuvanti, inerti e tutto quanto possa essere indiscriminatamente estratto da una matrice vegetale. Ovvero quella miscela di classi chimiche che a vario titolo contribuiscono all’espressione un’azione fisiologica o terapeutica, a seconda dei casi.

A causa della sua inafferrabilità da sempre il fitocomplesso è l’oggetto di contese e discussioni: per i fautori dell’erboristeria tradizionale esso non è riducibile ad uno o pochi elementi ma la sua azione è dovuta all’intervento sinergico di un gran numero di molecole tra loro differenti. Il concetto di sinergia, in cui l’azione complessiva è maggiore della somma dei singoli componenti presi individualmente, riassume bene il concetto. Sull’altra sponda del fiume stanno quanti hanno un approccio più materialistico e farmacologico alla questione, secondo i quali è necessario stabilire una correlazione tra uno o pochi principi attivi e l’espressione di un’azione biologica. Il tutto si riassume in un confronto tra i fautori del fitocomplesso-lupara, che colpisce ad ampio spettro ma con pallini piccoli e quelli del principio attivo-silver bullet, che agisce con forza su un bersaglio univoco e preciso, alla stregua di un normale farmaco di sintesi. Mesi addietro grazie ai commenti di Marco Valussi questa dicotomia era affiorata ed avevamo provato ad approfondire il tema.

Per tutti gli attori che recitano su un brogliaccio vegetale il fitocomplesso è infatti una brutta gatta da pelare: non sempre è chiaro quali sono i principi attivi davvero rilevanti l’efficacia e, soprattutto, questo benedetto fitocomplesso è una chimera elusiva e mutevole di partita in partita, di anno in anno, di coltivazione in coltivazione. Le conseguenze di un interlocutore così camaleontico e sfuggente ricadono su tutti gli aspetti di ricerca e sviluppo di un derivato vegetale: validazione, qualità, analisi, ottimizzazione dei processi estrattivi, miglioramento della coltivazione, ecc.

Al contempo tuttavia l’esistenza del fitocomplesso è in un certo senso il cardine dell’erboristeria, ne garantisce la distinzione dalla farmacoterapia e la difficile inclusione sic et simpliciter nella nutrizione, garantendo quindi al settore qualche scampolo di indipendenza ed unicità (nel bene e nel male). Al contempo obbliga le aziende a scegliere una linea precisa circa le droghe: titolare (ovvero specificare lotto per lotto la quantità di uno o più principi attivi), standardizzare (offrire garanzie di uniformità delle partite, senza necessariamente specificare quanti principi attivi sono presenti) oppure non effettuare nessuna delle due operazioni e limitarsi a garantire la certezza dell’origine botanica della droga. Messe tra l’incudine dell’industria farmaceutica ed il martello di quella alimentare le aziende che trattano estratti vegetali si trovano attualmente nella necessità di rimarcare questa unicità ed usarla come vessillo per la loro autonomia di competenze e cultura. Fornire una titolazione “secca”, ovvero quantificare unicamente un composto guida nell’estratto vegetale (l’ipericina in Hypericum perforatum, ad esempio) è una classica indicazione farmaceutica e non è più sufficiente per sfuggire dall’orizzonte degli eventi di big pharma. Al tempo stesso una semplice indicazione dell’origine botanica della droga garantisce l’accesso a mercati troppo di nicchia e preclude forme di controllo e di garanzia ormai indispensabili per accedere a mercati sufficientemente ampi.

Prendiamo un esempio che si colloca esattamente in questo contesto duplice, tra farmaco ed alimento: il tè verde. Esprimerne la qualità in termini salutistici non è semplice: è sufficiente indicare la quantità di catechine? E tra tutte, quali sono più rilevanti per l’azione? Ed i flavonoidi? Ed i derivati cinnamici come l’acido clorogenico? Ed i vari aminoacidi, tra cui uno, la teanina, esclusivo di Camellia sinensis e considerato responsabile di diverse attività a carico del sistema nervoso? Sino ad ora l’unica maniera era quella di analizzare le sostanze una ad una, un’operazione improponibile per costi, tempi e variabili coinvolte, sia per i ricercatori che per le aziende. Ora la disponiilità di apparecchi di risonanza magnetica nucleare (NMR) abbastanza potenti e l’applicazione della metabolomica declinata in chiave fitochimica possono metterci una pezza. Non subito, ma in prospettiva a medio-breve termine molto probabilmente.

Proprio applicando queste tecniche al tè verde, un articolo recente (scarica il pdf) illustra a mio avviso molto bene le potenzialità dell’NMR fingerprinting. Ad esempio, tralasciando la parte statistica e gli inevitabili tecnicismi e limitandosi all’osservazione della figura ingrandibile a lato è possibile riconoscere ed individuare in un colpo solo e su un singolo campione la presenza di aminoacidi, zuccheri, alcaloidi, polifenoli e di confrontarne l’abbondanza relativa tra un batch di poduzione e l’altro, ad esempio.

La stessa operazione può essere svolta per monitorare in toto le procedure di estrazione, scegliendo il protocollo estrattivo che aumenta la presenza di componenti desiderati o limita quella di eventuali composti sgraditi,ottimizzando il metodo estrattivo sulla totalità del fitocomplesso e non su una singola molecola o su una singola classe chimica. Analogamente, il metodo può essere applicato anche alla selezione del miglior fornitore o della varietà di droga che si considera di migliore qualità dal punto di vista del fitcomplesso totale e non solo facendo riferimento ad un singolo parametro.

Volendo utilizzare un termine quasi impronunciabile, quella fornita da questo impiego dell’NMR è una descrizione chimica “olistica”, nel senso che permette di descrivere il fitocomplesso nella sua completezza e non solo in maniera parziale come avviene con una quantificazione classica per via cromatografica. Al tempo stesso però può anche evolversi in un dato più caro a medici e farmacologi. Esiste difatti anche un’ulteriore upgrade che può essere implementato per tradurre il dato “qualitativo” in un dato “quantitativo”, giungendo per il tè verde a quantificare simultaneamente teanina, catechine, xantine e derivati cinnamici in modo simile (seppure leggermente meno sensibile) ad una normale analisi cromatografica.

La fregatura dove sta? Lo strumento necessario costa attualmente diverse centinaia di migliaia di euro.

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1H NMR Based Metabolic Profiling in the Evaluation of Japanese Green Tea Quality
LUCKSANAPORN TARACHIWIN, KOICHI UTE, AKIO KOBAYASHI, EIICHIRO FUKUSAKI

J. Agric. Food Chem. 2007, 55, 9330–9336
(Scarica il pdf)

Classification of tea quality is now mainly performed according to the sensory results by professional tea tasters. However, this evaluation method is inconsistent in differentiating their qualities. A combination of a 1H NMR technique and a multivariate analysis was introduced to the quality evaluation of green tea by means of a metabolomic technique. A broad range of metabolites were detected by 1H NMR spectrometry. The principal component analysis (PCA) was used to reduce the complexity of the 1H NMR spectra data set and provided the quality discrimination result. It offered an extensive clue for classification and quality assessment without any prepurification method. A set of green teas from a Japanese tea contest were analyzed by 1H NMR to classify the quality with respect to that judged by tea tasters and to conceive a quality prediction model. Metabolic profiling and fingerprinting of 1H NMR spectra of green teas with different quality were studied. PCA showed a separation between the high- and the low-quality green teas. The taste marker compounds contributing to the discrimination of tea quality were identified. Reliable prediction models were obtained by the partial least-squares projection to latent structure (PLS) analysis together with a preprocessing filter of both orthogonal signal correction (OSC) and a combination between OSC and wavelet transform algorithms.

Dell’Amazzonia sostenibile non si butta via niente

Parlando di Amazzonia, dire che la selva è la farmacia delle popolazioni indigene rappresenta un topos che trascura come la foresta possa costituire un emporio dagli scaffali ben più vari, affollati. Ricchi di spunti e materiali utili non solo per le popolazioni che la abitano ma anche per chi vive altrove.

Il sito di Amazon your business è un pò bulgaro e costituisce una specie di ossimoro rispetto al libro che il sito promuove ed alla filosofia del suo contenuto, che invece è ben sintetizzata nella prefazione. La tesi del libro è chiara e consiste nel sottolineare come la protezione della biodiversità tropicale possa (debba?) passare attraverso una valorizzazione sostenibile dei prodotti delle foreste, dando ad essi un valore commerciale preciso,  obbligatoriamente vincolato a qualità, perfezione, eleganza, alta professionalità, l’attenzione per il consumatore e non solo per il produttore. Per centrare l’obiettivo della protezione ambientale  questi prodotti devono nascere con certificazione etica, ambientale e tutti i crismi dell’equità sociale ma devono avere le carte in regola, per forma e sostanza, per competere anche con l’alta gamma del commercio tradizionale, in tutto il mondo, per tutte le tasche.

Amazon your business non è un saggio tecnico ma un intelligente pastiche di interviste dal taglio giornalisito ad ONG, attori istituzionali dalla vocazione produttiva e soprattutto cooperative ed aziende attive in svariati comparti. Domande, risposte ed approfondimenti si susseguono in bilico leggero e comprensibilissimo tra la rivista patinata e la brochure socio-ambientale. Il formato scelto è quello delle dieci domande, con descrizione dei prodotti e degli indicatori di equità e sostenibilità socio-ambientale che i produttori si prefiggono di monitorare, il tutto farcito da storie in presa diretta che amplificano l’empatia tra il lettore ed volto umano di queste esperienze di lavoro. Solidali, attente all’ambiente ma non per questo scarse in professionalità ed ambizioni.

Le classi merceologiche trattate spaziano dagli sciccosissimi fitocosmetici eco-equo-sostenibili dei brasiliani di Natura ai saponi più rugged di Tawaya, ottenuti da palme locali spontanee come buriti e muru-muru, dal cacao boliviano di REPSA alla linea da toeletta della Fundacion Chankuap’ in Ecuador sino alla nutraceutica, con i produttori di camu-camu legati a Cedecam ed attivi nella zona di Iquitos in Perù. Rispondono presente anche fonti che potrebbero far alzare un sopracciglio ad alcuni, come il legname pregiato ma sostenibile di Precious Woods Amazon, le pelli di caimano prodotte in Bolivia sotto l’egida della Fundacion Amigos de la Naturaleza ed i gioielli in oro di Green Gold-Community Mining dalla Colombia, perchè dell’Amazzonia sostenibile non si butta via niente. Della scheda di Treetap, produttori di borse e borsette in caucciù vegetale da estrattivismo, vagamente à la Orla Kiely, è disponibile una preview.

Il libro, edito nel 2007 in un formato quadrato molto sexy, patinato il giusto e conseguentemente non economico (45 euro se includiamo le spese di spedizione), è acquistabile online ed arriva a casa in pochi giorni. Il curatore, che dev’essere un tipo da conoscere, probabilmente vi contatterà direttamente per sapere come accidenti avete fatto a scoprire il suo libro.

Il tè del vicino è sempre più verde

Sull’ottimo Trashfood Gianna Ferretti parla del boom delle bevande estive a base di tè verde e rilancia la palla dalla mia parte della rete. Io le rispondo con una volee’ di dritto a base di Olteo, “l’olio extravergine arricchito in biofenoli del tè verde“, come recita il sito del produttore.

Il continuo sdoganamento della droga vegetale verso l’alimentazione funzionale risponde ad un trend costante ed ha motivazioni precise. Si tratta di una tendenza che non risponde solo ad esigenze di marketing ma anche di posizionamento e di scelte strategiche delle industrie appartenenti in senso lato al settore erboristico e naturale. Queste, dopo anni passati a giocare da green pharma, inseguendo approcci farmacologici e cucendosi addosso un habitus da azienda farmaceutico-erboristica, hanno spostato la rotta e puntato il timone sul mercato alimentare.

I motivi di questa scelta sono vari. Innanzitutto si tratta di un mercato più ampio, che richiede studi e ricerche meno costose e più rapide e che meglio si presta all’azione suadente dell’apparato di marketing, pratica in cui molte di queste imprese sguazzano ben più che in un laboratorio. Inoltre il progressivo slittamento del senso dei prodotti verso il farmaco (inclusa la scelta di fornire una titolazione farmaceuticamente precisa del principio attivo ed il relativo corredo di attività farmacologiche) ha si’ allargato il mercato delle droghe vegetali e coperto una nicchia di mercato ben precisa, ma dall’altro ha reso appetibile il prodotto erboristico all’industria farmaceutica, che anche a livello normativo sta facendo di tutto per inglobare queste competenze nei suoi canali di vendita e produzione. Buttarsi sull’alimentare a mio avviso può essere un salto dalla padella alla brace (le multinazionali del cibo non sono meno voraci di quelle del farmaco), ma pare essere una soluzione che tira per allargare volumi e moltiplicare mercati lavorando solo sulla qualità e non sulla validazione, sfruttando tecnologie di estrazione e purificazione accessibili e già disponibili. Immagino infatti che i diversi estratti di tè verde citati nelle liste di ingredienti siano verosimilmente il risultato di un’estrazione acquosa (a caldo o a freddo con ultrasuoni) seguita da liofilizzazione o spray-drying e condotta in modo tale da estrarre sia l’aroma che i polifenoli. Un esempio dettagliato di un possibile processo industriale è consultabile in questo brevetto giapponese.

Molte delle operazioni in merito sono tuttavia difficili da intepretare a dovere, in quanto ci si trova di fronte ad un ibrido culturale e non solo scientifico. Nello specifico della creazione di alimenti arricchiti con estratti di tè verde ci si confronta con prodotti che si portano dietro un retaggio di tradizione d’uso che include rituali, forme di preparazione ed assunzione che escono in realtà completamente stravolte. La pratica distensiva della preparazione di una tisana viene tradotta nell’assunzione di una bevanda addizionata di polifenoli e colorata artificialmente, da consumare ovunque. Le informazioni epidemiologiche e cliniche acquisite relativamente all’assunzione di tisane di tè verde, pur abbondanti e solide, spesso sono state ottenute in contesti precisi ma vengono usati per veicolare e consigliare una forma differente. Difficile quindi anche ragionare in modo compiuto sull’efficacia reale di questi prodotti nel difendere la nostra salute: gli estratti sono presenti in percentuali molto limitate (4% al massimo nelle bibite elencate su Trashfood), spesso addizionati di coloranti ed altri ingredienti. E’ difficile, ad esempio, riuscire a stabilire una equivalenza tra un dato sperimentale ottenuto partendo da una tisana di 5 grammi di tè verde e mezzo litro di ice tea industriale contenente pochi punti percentuali di estratto.

A parte questo, le evidenze circa l’azione preventiva e salutistica del tè verde sono numerose (anche se non totalmente univoche, ma questo è normale) per quanto riguarda l’azione antiossidante in genere ma anche per la prevenzione della mutagenesi, del rischio cardiovascolare e nel controllo del peso, anche se rispetto a questa azione va ricordato come i risultati più significativi siano stati riscontrati in persone che hanno assunto costantemente tè verde in tisana per almeno 10 anni. Ovvero tutto il contrario di una pratica saltuaria ed occasionale.

Chi volesse farsi una cultura a riguardo si può leggere l’esaustiva review uscita nel 2006 (qui il pdf completo), che tratta più dal punto di vista nutrizionale che terapico le potenzialità del tè verde nella dieta. Ne emergono elementi consueti per chi si occupa di piante medicinali, come la variabilità della fonte (il tè verde è variabile in composizione come e più del vino, per capirci), l’elaborata composizione chimica (sebbene si citino in genere le catechine queste non sono sole ma accompagnate da flavonoidi, steroli, proteine, oligoelementi ed anche aminoacidi specifici come la teanina), la diversità legata alla forma (tempi di infusione, temperatura dell’acqua, presenza o assenza di latte, limone o zucchero) e la possibilità di incontrare differenti risposte individuali (causate da alterazioni alla biodisponibilità legate ad esempio da differenze nella flora intestinale). La review è molto completa e considera anche le possibili conseguenze note legate al sovraconsumo di tè verde: la presenza di alluminio può essere un problema in caso di problemi renali qualora il consumo sia cronico ed abbondante; i polifenoli notoriamente riducono l’assorbimento del ferro e quindi possono dare noia agli anemici.

Il tema della composizione chimica e del suo controllo, in particolare, è estremamente rilevante, sia per l’industria che per il consumatore e mi prefiggo di riaffrontarlo nei prossimi giorni.

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Beneficial Effects of Green Tea—A Review
Carmen Cabrera, Reyes Artacho, Rafael Gimenez
Journal of the American College of Nutrition, Vol. 25, No. 2, 79–99 (2006)

(scarica il pdf)

Tea is the most consumed drink in the world after water. Green tea is a ‘non-fermented’ tea, and contains more catechins, than black tea or oolong tea. Catechins are in vitro and in vivo strong antioxidants. In addition, its content of certain minerals and vitamins increases the antioxidant potential of this type of tea. Since ancient times, green tea has been considered by the traditional Chinese medicine as a healthful beverage. Recent human studies suggest that green tea may contribute to a reduction in the risk of cardiovascular disease and some forms of cancer, as well as to the promotion of oral health and other physiological functions such as anti-hypertensive effect, body weight control, antibacterial and antivirasic activity, solar ultraviolet protection, bone mineral density increase, anti-fibrotic properties, and neuroprotective power. Increasing interest in its health benefits has led to the inclusion of green tea in the group of beverages with functional properties. However, although all the evidence from research on green tea is very promising, future studies are necessary to fully understand its contributions to human health, and advise its regular consumption in Western diets, in which green tea consumption is nowadays limited and sporadic.

Key teaching points:
• Green tea contains numerous components with antioxidant activity: polyphenols (especially catechins), minerals, vitamins.
• Green tea contains more catechins than black or oolong teas.
• The strong antioxidant potential of catechins, and especially EGCG, are widely demonstrated in vitro and in animal studies. In addition, catechins possess antimutagenic, antidiabetic, anti-inflammatory, antibacterial and antiviral properties.
• Recent human studies suggest that green tea may contribute to reduce the risk of cardiovascular disease and cancer, and has another beneficial effect on health.
• Although research of green tea is very promising, future studies considering dietetic, environmental and life style factors, are necessary to fully understand its contribution to human health.

Il protettore del bagnante

Per chi come il sottoscritto è impegnato nel frenetico inseguimento delle ferie e di un posto al sole, un approfondimento a tema. L’Environmental Working Group ha reso disponibili risultati e metodologie di uno studio comparativo condotto per valutare sicurezza ed efficacia su oltre 900 filtri e protezioni solari (con fattore superiore a 15) presenti sul mercato americano. Solo 28 hanno passato a pieni voti l’esame e molte marche leader hanno preso la sveglia, come si suol dire. Claims errati in termini di durata ed efficacia della protezione, di resistenza all’acqua, protezione inadeguata contro UVA o UVB o addirittura verso entrambi, formulazioni a rischio allergenico, ingredienti in grado di essere assorbiti a livello transdermico i principali problemi evidenziati dalla ricerca (qui l’elenco completo delle rogne). Lo studio usa come riferimento la normativa americana (a quanto pare oggetto di ampie critiche dato che non è stata aggiornata dal 1978 ) e tratta prodotti non sempre disponibili sul mercato italiano, ma una comparazione degli INCI può essere utile anche per fare la scelta giusta dalle nostre parti.

Sullo stesso sito, una pratica e sintetica guida alla scelta della protezione solare ed alla lettura dei relativi ingredienti. Anche Scientific American ha da poco ripreso e commentato i risultati divulgati da EWG.

Anche gli angeli mangiano fagioli

L’argomento si presta ad osservazioni salaci e può facilmente degenerare in bieche divagazioni grossier da commedia all’italiana, ma quello del meteorismo è un tema nient’affatto trash tanto in erboristeria quanto nell’alimentazione e come argomento serio va trattato. Provandoci, almeno.

Non essendo classificabile come patologia senso strictu (perlomeno quando occasionale e non sintomo di malattie o sindromi come quella del colon irritabile) non ha pertinenza esclusivamente medica, anche se può costituire un effetto collaterale di trattamenti farmacoterapici, come vedremo di seguito. Indubbiamente però per chi ne soffre può costituire un problema alquanto sgradevole e fastidioso, spesso imbarazzante da affrontare.

Proprio per la combinazione di questi motivi il meteorismo rappresenta una di quelle disfunzioni per cui il ricorso all’intervento medico-terapico è considerato quasi istintivamente eccessivo e si opta per automedicazione o autocura. Questo implica che gli attori sulla scena, dall’erborista, al farmacista, al consumatore devono essere informati ad hoc. I primi per competenza, gli ultimi per poter selezionare e capire le scelte. Che alcuni alimenti predispongano al problema è dato diffuso, il motivo magari meno ma aiuta a capire il perchè dell’esistenza di determinati rimedi. Cibi ricchi in certi oligofruttosaccaridi come i legumi possano infatti dare luogo a fermentazioni incontrollate a livello intestinale a causa dell’assenza del pool di enzimi responsabili della degradazione non gassosa di queste fibre idrosolubili nell’intestino umano. Il nostro intestino infatti non ospita le alfa-galattosidasi, alias gli enzimi deputati alla scomposizione degli oligosaccaridi della famiglia del raffinosio (trisaccaridi come anche il verbascosio e stachiosio, a base di fruttosio, glucosio e galattosio per la precisione). Questi zuccheri arrivano indenni all’intestino crasso dove divengono substrato di fermentazione anaerobia, ovvero sono digeriti “nel posto sbagliato” da una parte della flora intestinale producendo grossi volumi di gas, principalmente idrogeno, anidride carbonica e, per la gioia di Alvaro Vitali, metano (scusate non ho resistito). Il problema non è tanto nel tipo di zuccheri semplici che costituiscono l’oligosaccaride quanto nel fatto che il galattosio sia legato agli altri tramite un legame 1,6 e come nel caso della cellulosa basta un legame diverso per stravolgere la digeribilità enzimatica.

Per completezza va detto che non è completamente chiaro se raffinosio & co siano gli unici assisi sul palco degli imputati, in quanto esistono studi nei quali legumi privati di queste sostanze hanno continuato ad esercitare la loro poco gradita azione. Potrebbero ad esempio essere presenti anche polisaccaridi a catena più lunga, nei quali permane l’indigesto legame galattosidico 1,6.

I rimedi classici al meteorismo ed al gonfiore intestinale fanno leva sul potere adsorbente del carbone vegetale (che limita i danni ma non limita la fermentazione, agendo in buona sostanza solo sul sintomo) o sull’azione di droghe vegetali come il finocchio (il cui meccanismo è da definire ma potrebbe coinvolgere una modulazione dell’attività dei batteri anaerobi che operano la farmentazione). Oppure ancora viene impiegata con un certo successo la clorofillina, un derivato semisintetico della clorofilla ottenuto per idrolisi basica in presenza di rame.

Proprio per l’esistenza di un meccanismo enzimatico sono stati sviluppati negli ultimi decenni prodotti che non si limitano alla tradizionale azione adsorbente ma operano un”integrazione enzimatica. Questi prodotti propongono infatti di assumere per os quegli stessi enzimi o un pool di enzimi equivalenti a quelli che ci deficitari a livello intestinale, in maniera tale da scomporre gli oligosaccaridi non digeribili prima dell’avvio della fermentazione. Uno di questi prodotti si chiama Beano e contiene alfa-galattosidesi. La logica sottesa  a questo tipo di prodotti può essere compresa leggendo online l’intero brevetto di un prodotto simile. Non si tratta di un prodotto di origine vegetale, in quanto gli enzimi che contiene hanno origine biotech e sono estratti da colture di Aspergillus niger. A differenza di beano questo prodotto non contiene un unico enzima, ma un pool composto da emicellulasi, cellulasi e fruttofuranosidasi. Questo per allargare lo spettro d’azione anche ad altre fibre poco digeribili, che possono determinare problemi analoghi a quelli citati per i legumi.

Spigolando qua e là amergono studi clinici direttamente legati a Beano uno dei quali riguarda un arbomento interessante ed un’applicazione specifica in quanto valuta gli effetti combinati della somministrazione simultanea (qui il pdf) di beano ed acarbose, un farmaco per il trattamento del diabete mellito che ha nel meteorismo un effetto collaterale importante. L’acarbose è difatti un inibitore enzimatico che, limitando l’idrolisi a glucosio dei carboidrati nell’intestino, non solo contiene l’assorbimento di tale zucchero ma altera in parallelo i processi di demolizione sopra citati, causando meteorismo. I risultati del trial suggeriscono che l’integrazione enzimatica causi una parziale riduzione dell’efficacia del farmaco ma un netto miglioramento del quadro collaterale.

E per l’immancabile angolo della curiosità: come fanno alcuni produttori di birra a diminuire le calorie nei loro prodotti o ad ottenere birre più alcooliche? Aggiungono gli stessi enzimi di cui sopra durante la fermentazione: questi digeriscono i carboidrati complessi rendendoli disponibili ai lieviti con conseguente incremento il tasso alcolico e diminuzione del contenuto in carboidrati totali. Pare si possa fare anche in casa.

Biodiversità a Villa Buri

Marco Valussi di Infoerbe mi segnala questa bella iniziativa prevista per il 7 settembre a Villa Buri, vicino a Verona riguardo alla quale cercherò di tenervi aggiornati durante la calura estiva. Tempo e temperature permettendo, mi riprometto di dedicare all’argomento una mini serie di post d’avvicinamento alla conferenza.

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Nell’anno del ventennale della prima conferenza sulla biodiversità delle piante medicinali tenutasi a Chiang Mai (Tailandia) sotto l’egida dell’OMS, la Scuola di Formazione del CIAM organizza un incontro dal titolo “Piante medicinali e biodiversità culturale”, per parlare del rapporto tra piante medicinali e cultura umana.
L’incontro avrà luogo domenica 7 settembre presso Villa Buri, Via Bernini Buri, 99 – 37132 Verona (Tel. 045972082 – Fax 0458921662 – e-mail info@villaburi.it), con inizio Intorno alle 10 e proseguimento fino al pomeriggio.

Aprirà l’incontro il dott. Andrea Pieroni, etnobotanico presso la Division of Pharmacy Practice, School of Life Sciences, University of Bradford, GB, con un intervento dal titolo: “Ricerche etnobotaniche nel Mediterraneo: quo vadis?“, nel quale parlerà degli studii di etnobotanica medica ed alimentare in molte aree del Mediterraneo “che riportano nell’agone della discussione sulle Medicine Tradizionali erboristiche il problema dell’ancora scarsa utilizzazione di molte risorse vegetali autoctone. Prendendo spunto da esempi di recenti ricerche in Lucania, Croazia ed Albania, cercheremo di capire la complessita dei saperi popolari legati alla natura e di indagare il possibile contributo che l’etnobiolgia moderna e le etnoscienze possono dare alla fitoterapia”.

Gli altri interventi della giornata comprenderanno: Gianfranco Caoduro, Presidente del Consiglio direttivo della World Biodiversity Association, che parlera di Biodiversita: una risorsa locale e globale. La perdita di biodiversità rappresenta oggi una delle emergenze più gravi del pianeta. Il fenomeno è purtroppo assai diffuso anche in Sud America, dove l’autore ha condotto ricerche nell’ambito di alcune spedizioni naturalistiche, delle quali saranno presentati in sintesi i risultati. Saranno esaminati anche i “valori” della
biodiversità e le opportunità che la sua conservazione può offrire in ambito locale, per uno sviluppo sostenibile del territorio. A tal proposito saranno considerate alcune particolarità della biodiversità della regione veronese, caratterizzata dalla presenza di numerose specie endemiche.

Francesco Novetti, erborista in Milano che parlerà del “modello erboristico” di utilizzo delle piante medicinali, e del rischio della sua scomparsa; Valeria Calamaro del CTM – Altromercato che parlerà del ruolo del commercio equo e solidale nel sostegno delle culture locali, ed in particolare nel valorizzare l’identità culturale e la conservazione delle piante indigene della foresta amazzonica. L’esempio del guaranà nativo in Brasile e delle piante autoctone dell’Amazzonia Ecuadoriana. Infine il dott. Antonio Bianchi che parlerà del difficile ruolo del bioprospecting solidale nei paesi in via di sviluppo sia nell’ottica di ONG impegnate nello sviluppo sociale delel realta locali sia dal punto di vista della moderna impresa con profilo etico e solidale.

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