Contravvenendo -ma solo in parte, qualcuno sa perchè- alla matrice vegetale di questo spazio, si chiude baracca per qualche giorno e si va a rendere metaforicamente visita, previo oooh d’ammirazione per la fioritura in Val Nerina e nella Piana di Castelluccio ed altre amenità, al Chirocefalo del Lago di Pilato al secolo Chirocephalus marchesonii. Musa ispiratrice ed ideologia ecopolitica a bassa intensità a cura degli Offlaga Disco Pax.
(un ringraziamento agli sconosciuti escursionisti dal palato fine)
Ai Kew Gardens non ci sono solo le magnifiche serre e le collezioni di Botanical Art, ma si può visitare anche il museo della storica scuola britannica di Economic Botany, chiamato Plants+People. Sebbene spesso sovrapposto, il concetto di Economia Botanica racchiude un insieme di applicazioni più ampio di quelle legate alla Farmacognosia. Non comprende infatti solo utilizzi farmaceutici, cosmetici e voluttuari di piante e droghe ma qualunque applicazione umana di derivati vegetali, dal sughero per i tappi alle essenze in liuteria, dalle fibre per tessuti ai coloranti naurali alle lacche, dai combustibili agli ornamenti.
Il museo ospita una parte dei circa 80.000 reperti disponibili, è raccolto e forse un pò buio ma sintetizza egregiamente la miriade di impieghi dati dall’uomo ai vegetali ed esprime l’idea della forza del legame tra uomini e piante, senza risultare prolisso. L’esibizione permanente ha anche un catalogo a colori assai economico ed ordinabile online (il mio è arrivato in meno di una settimana), dal costo più che abbordabile: 3,5 sterline più spese di spedizione. Online sono invece disponibili immagini ed informazioni su alcune collezioni non completamente esposte in Plants+People ma altrettanto interessanti.
Questi sono i giorni delle ciliegie e dell’agrobiodiversità, grazie a COP9 in corso a Bonn, grazie alla giornata mondiale della biodiversità celebrata il 22 maggio e grazie a morette o duroni a fine maturazione. Gustare questi ultimi è facile, portafogli alla mano. Per gustare l’agrobiodiversità invece bastano una buona connessione e scaffali buoni a cui far spesa, come quelli di Agricultural Biodiversity e di Hand Picked (blog dell’editore CABI). Come per le ciliegie, su questi blog un link tira l’altro e l’indigestione biodiversa è sempre dietro l’angolo, ad esempio quando si scopre che tutti gli interventi di COP9 sono disponibili live in streaming o che è stato reso disponibile in download un libretto dal contenuto snello e dal nome allettante: Biodiversity and Agriculture: Safeguarding Biodiversity and Securing Food for the World.
Proprio dal booklet, estraggo una dichiarazione del 2002 che ben sottolinea la valenza non solo ambientale del concetto di agrobiodiversità: “Neglected and underutilized species can become valuable commodities for the poor, who have used them to survive for centuries as subsistence crops in difficult and low-input production environments” e da questa parto per celebrare a modo mio questa finestra sulla biodiversità agroalimentare parlando di tejate.
Il tejate è una bevanda nutriente e rinfrescante tipica della regione di Oaxaca, nel Messico meridionale, preparata con varietà autoctone di mais, semi di diverse specie Theobroma (T. cacao e T. bicolor), semi di Sapote (Pouteria sapota) e fiori di Quararibea funebris, una Malvacea nota anche come Cacahuaxochitl o rosita de cacao in quanto tradizionalmente usata per aromatizzare l’amaro cacao in Mesoamerica. Oltre al bel mix di aromi e specie vegetali scarsamente usate (il sapote è buonissimo anche come frutto, peraltro), il tejate ha con la biodiversità un legame a doppio filo a causa del numero enorme di varietà di mais addomesticate e selezionate nel corso dei secoli dai contadini di quelle zone. Il tipo di granturco utilizzato per il tejate cambia di valle in valle ed anche le specie Theobroma coinvolte possono variate, come la ricetta del ripieno del tortellino tra i comuni emiliani. Tradizione etnica e biodiversità da sempre vanno a braccetto e da sempre faticano quando la modernità si affaccia dalle loro parti.
La lavorazione del tejate è lunga ed impegnativa, affidata alle donne ed in alcuni casi considerata un’arte manuale come il tirare la sfoglia, al punto che esiste il termine tejateras e nella zona d’origine non mancano concorsi per eleggere la migliore. Nella ricetta originale la farina di mais previa decantazione con cenere e le fave tostate di cacao vengono macinate assieme ed impastate con poca acqua, sino ad ottenere una pasta densa a cui si incorporano gradualmente aromi ed altri ingredienti.
Successivamente vengono aggiunti acqua fredda e ghiaccio sino ad ottenere una bevanda liquida della consistenza di un frappè, agitata energicamente e costantemente a mani nude per produrre un’abbondante schiuma, considerata elemento distintivo della qualità di un buon tejate.
Oltre che per riflettere sulla reale attualità dei cibi energizzanti di oggi, il tejate si presta bene a considerazioni su interculturalità e biodiversità e su come flussi migratori, globalizzazione e mercato possano in alcuni casi diventare una via di salvezza per utilizzi tradizionali di piante locali. Difatti, sulla storia etnografica del Tejate e sui suoi sviluppi in bilico tra erosione della biodiversità messicana, legami tra tradizioni popolari e nuovi scenari di riscatto globalizzato sono disponibili due articoli, che impastano ingredienti culturalmente distanti ma eccellenti, specialmente se ben amalgamati. Nel primo (qui il pdf) si parla delle bevande tradizionali della zona meridionale del Messico e di come mais e cacao siano leit-motiv ricorrenti nelle ricette e nei reperti archeologici della zona. Tascalate in Chiapas, Tejate in Oaxaca e Chorote in Tabasco hanno tutti in comune una base amilacea proveniente dal mais ed una lipidica proveniente dai semi tostati di cacao, utilizzati per creare non solo un cibo gradevole, ma fortemente e rapidamente energetico e saziante. Il loro scopo era quello di dare forma ad un energy drink ante litteram, senza dubbio. Il cacao tuttavia non era strettamente autoctono di queste zone e vi giunse solo a seguito di scambi e contatti commerciali, quegli stessi scambi e flussi che ora sembrano minare -in apparenza- la sopravvivenza della tradizione del tejate.
Ora difatti il tejate sta vivendo una fase strana della sua storia, come illustra in maniera più puntuale il secondo articolo (qui il pdf)., pubblicato su Current Anthropology. Come funzionino le dinamiche sociali nelle realtà rurali che si affacciano alla società dei consumi lo sappiamo, basta riflettere sulle nostre nonne e zie, prontissime ad abbandonare un evergreen come la madia di noce per il più fashionable impiallicciato in fòrmica caleiodscopica: la tradizione cede il passo alla modernità e diviene fardello di conoscenza di cui liberarsi in fretta in nome di una nuova immagine. I tejate non fa eccezione a questa regola ed il suo consumo da alcuni anni risulta in calo nelle zone d’origine, dove le abitudini alimentari cedono il passo a prodotti commerciali. Tuttavia per la prima volta da secoli la sua richiesta è in forte crescita altrove, ad esempio grazie alle pressioni delle richieste degli emigrati negli USA, che nella bevanda vedono un elemento di indentità sociale e di riconoscimento etnico ed un tratto distintivo d’improvviso divenuto rilevante e, in termini sociali, essenziale. Nascono cosi’ forme di tejate esportabile, preconfezionato o disidratato ed il mestiere della tejatera diventa trendy in California e nel Aztlan (o Mexico ocupado), come da sud del Rio Grande chiamano Colorado, New Mexico, Texas. E gli ingredienti-base come Theobroma bicolor o Quararibea funebris ma soprattutto le varietà iper-localizzate di mais stanno trovando una seconda giovinezza ed un nuovo senso produttivo, commerciale e di conservazione, trainate dalle richieste de “la raza“.
In altre parole, grazie alla passione dei migranti messicani sparsi per il mondo il milkshake senza latte di Oaxaca rischia di diventare un prodotto internazionale ed i commerci globalizzati che potevano decretare la morte della ricetta e della coltivazione dei suoi ingredienti biodiversi possono offrire anche una via di salvezza. E nessuno ha ancora iniziato a studiarne le caratteristiche nutrizionali per gli sportivi o il potere antossidante per i salutisti…
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TEJATE: THEOBROMA CACAO AND T. BICOLOR IN A TRADITIONAL BEVERAGE FROM OAXACA, MEXICO
Food & Foodways, 15:107–118, 2007
DANIELA SOLERI, DAVID A. CLEVELAND
(scarica il pdf)
Although cacao is most familiar in industrialized Western societies in the form of a processed solid confection, for most of its history the seeds of Theobroma cacao have been most commonly used as ingredients in beverages. Today, in some of the more traditional communities of Mesoamerica, cacao continues to be used primarily in traditional local beverages. One such beverage is tejate, from the Central Valleys of Oaxaca, Mexico. Tejate is a culturally and socially significant beverage, and because it is made with maize and frequently consumed in some rural households, its nutritional contribution may be meaningful. However, tejate preparation is labor intensive and this, combined with changes in the Central Valleys, is leading to changes in the persistence and geographic distribution of this important form of cacao consumption.
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Food Globalization and Local Diversity – The Case of Tejate
Daniela Soleri, David A. Cleveland, and Flavio Aragon Cuevas
CA Online-Only Material: Supplements A–C (scarica il pdf)
Globalization is often assumed to lead to a reduction in cultural and biological diversity, but a view from the beginning of plant domestication suggests that the interaction of foods with forces along the global-local continuum has outcomes for biological and cultural diversity that are contingent and difficult to predict. This phenomenon is apparent in the case of tejate, one of a family of beverages made with maize and
cacao that have a very long history in Mesoamerica. Today, tejate is arguably the most important traditional drink in the Central Valleys region of Oaxaca, in southern Mexico. It is commonly made with maize, seeds of one or two species of cacao, seeds of mamey, and rosita de cacao blossoms. Analysis of tejate’s current role and its relationship with farmer-named maize diversity in two communities of the Central Valleys, one less and one more indigenous, reveals that the preparation of tejate is positively associated with greater local maize diversity. At the same time, it suggests that this relationship could change as a result of contemporary globalization, in which tejate has become more popular with urban consumers and has moved to the United States with Oaxacan migrants. Tejate is an example of the persistence and change of an important traditional food over time—its origins in indigenous America made possible by interregional migration and trade, its persistence and change through European colonization and independence, its decline during late-twentiethcentury economic globalization, and its current change and expansion in an era of intensified globalization.
Parallelismi divergenti sui binari di una stazione dall’Africa nera. Al primo binario la storia raccontata da New Agriculturist. In Kenia la produzione di Moringa oleifera, anche sulla scia di un successo commerciale discusso in un post precedente, sta dando nuove risorse all’agricoltura di sussistenza nelle aree del paese climaticamente più svantaggiate. La sua coltivazione, inoltre, si sta dimostrando efficace anche in coltura forestale integrata, garantendo un minimo d’ombra ideale per la crescita di altre piante utili e limitando l’erosione del suolo. La diversificazione dei prodotti che se ne ottengono (foglie, semi) e dei mercati (cosmetico, alimentare, allevamento) garantisce vantaggi non solo ecologici ma anche economici nella zona. Molti contadini hanno infatti iniziato a coltivare la pianta, che non viene più solo raccolta allo stato spontaneo, aumentando quindi i volumi di produzione e facilitando la creazione di un microtessuto produttivo per la lavorazione delle materie prime.
La storia della Moringa potrebbe iniziare ad assomigliare a quella del Karitè, per il quale già si parla di “karitè belt” con riferimento all’area geografica di produzione e commercializzazione, come descritto in questo bell’articolo (in francese) di Tradewinds – West Africa Trade Hub.
Al binario due la storia raccontata da AllAfrica. Come da tempo noto la raccolta eccessiva di una risorsa quasi esclusivamente forstale come la corteccia di Pygeum africanum sta aumentando esponenzialmente il rischio di estinzione della specie, sebbene questa sia nella lista CITES da un decennio. La droga, usata come rimedio erboristico l’ipertrofia prostatica benigna sia in Africa che in Occidente e considerata un possibile afrodisiaco a livello popolare, ha vissuto un immediato boom di vendite senza che venisse creato un minimo di piano di sostenibilità per la sua raccolta. La pianta non viene coltivata se non in rari casi ma scortecciata direttamente in foresta. Un’eccessiva asportazione della corteccia, condotta con sistemi rudimentali e senza controllo forestale determina infatti la morte dell’albero, sebbene siano possibili tecniche di raccolta meno distruttive ma anche meno redditizie nell’immediato.
Da un lato un minimo di pianificazione della produzione e del mercato sta permettendo di ottenere vantaggi in termini di ricaduta economica e di sostenibilità, dall’altro invece un approccio rapace e privo di regole sta creando più danni che ritorni.
Commodity dal mercato fiorente e globale ed al tempo stesso bandiera dell’erboristeria no-age, il tè verde è da tempo una delle piante medicinali più studiate nei laboratori di mezzo mondo. Solo nelle ultime settimane sono andati a stampa un bel numero di pubblicazioni su attività in vitro e su animali, più che altro indicative di possibili ed eventuali futuri sviluppi.
Poco alla volta ad esempio si affinano le conoscenze sulla biochimica della digestione delle catechine del tè verde ed anche sugli effetti positivi dell’aggiunta del limone, con ricadute sulla prevenzione della carcinogenesi in sistemi modello. Il consumo orale di tè verde sembrerebbe essere poi collegato ad un minore rischio ossidativo causato dalle apnee notturne (e qui siamo al confine tra ricerca e curiosità), con conseguente miglioramento delle capacità cognitive e mnemoniche in animali da laboratorio (qui il pdf). E’ invece disponibile solo un lancio d’agenzia relativo ad una comunicazione a congresso, ma sarebbe bello avere presto maggiori dettagli circa una sinergia positiva osservata tra trattamento antibiotico e polifenoli di Camellia sinensis, che a quanto si evince dall’abstract (ma non dal lancio di cui sopra) si riferisce a studi in vitro e non su pazienti reali. Estratti ricchi in polifenoli del tè verde hanno dato poi esito positivo come trattamento coadiuvante per contrastare effetti collaterali della radioterapia, limitando per via topica i fenomeni infiammatori e promuovendo la rigenerazione della cute lesionata. In questo caso una parte delle evidenze viene da prove dirette sull’uomo. Passando dagli utilizzi fitoterapici futuribili a quelli più concreti, il numero di aprile della newsletter della Mayo Clinic offre una panoramica complessiva su limiti ed efficacia. La versione completa è a pagamento, ma un riassunto si può leggere qui.
Ed infine, per il settore tossicità, sembra sempre più definito il quadro tossicologico, grazie alla recente definizione del livello effettivo di genotossicità di catechine e relativi gallati (qui il pdf) ed alla definizione del NOAEL (No-observed adverse effect level) per le catechine del tè verde, pari a (763.9 mg/kg al giorno per i maschi e 820.1 mg/kg per le femmine). (qui il pdf).
A fronte di questo fermento di ricerca, il mercato globale del tè sembra tuttavia attraversare un fase di impasse: l’offerta cresce più in fretta della domanda ed i ritorni per i produttori alla base della piramide commerciale iniziano a contrarsi. Anche dietro la spinta salutistica, i volumi di vendita del tè verde sono in crescita, mentre quelli del tè tradizionale si contraggono e si contrarranno ulteriormente in futuro. Nei giorni scorsi a Hangzou in Cina un meeting organizzato dalla FAO ha fatto il punto sulle nuove strategie per allargare il mercato del tè. Si è parlato anche di qualità e di una più diffusa adozione della certificazione ISO 3720.
A Casola Valsenio, oltre la vena del gesso e sotto la Linea Gotica, l’ultima domenica di maggio coincide con il weekend di Erbe in Fiore. Qui il programma delle attività, quest’anno dedicate all’Acetosella. Mercatino, visite guidate, degustazioni, laboratori, conferenze e nei ristoranti menù a base di erbe officinali.
Anche se il clou, in una località a pochi chilometri dalla Curva Capirossi di Borgo Rivola è tutto per Pistoni e Maccheroni, roba che solo la Romagna può capire. Poi il weekend successivo tutti al Mugello.
Chi sostiene che la pesante influenza del marketing sul mondo dell’erboristeria e della nutrizione funzionale sia un fenomeno recente, può divertirsi a consultare la galleria di immagini e booklets d’epoca del Bonkers Institute. In Truly Marvelous Mental Medicine – Early remedies sono riportate pagine di giornali ormai d’antiquariato con pubblicità e descrizioni di prodotti d’uso medico che a posteriori fanno sorridere o spesso rabbrividire (basti pensare all’eroina venduta come antitussivo ad inizio secolo).
I miei preferiti sono però quelli più borderline, come i Krause’s Phosphorets, antesignani della comunicazione in tema di integratori per l’affaticamento mentale e soprattutto il Pabst Extract, presentato con sottile machismo nella pagina pubblicitaria vintage di Harper’s Magazine, che tra l’altro negli anni 10-20 era una delle prestigiose vetrine dell’illustrazione modernista americana e da sempre rivista di taglio progressista.
Il Pabst Extract è stato venduto sicuramente per oltre trent’anni, come testimonia questa galleria monotematica a cura del Museum of Beverage Containers and Advertising da cui ho tratto l’illustrazione qui a lato. Veniva proposto come un estratto ideale come sedativo e calmante, ricostituente tonico per madri nevrasteniche e bimbi irrequieti, per lavoratori stressati con problemi di insonnia. Un incrocio mediatico tra la melatonina ed il Ritalin, da assumere prima dei pasti e prima di dormire. Venne promosso con una campagna mediatica convergente e molto simile a quelle a tutt’oggi utilizzate nel settore dell’integrazione alimentare. In ambito generalista vennero creati un gran numero di gadgets ed imposto il brand tramite un ampio battage pubblicitario sui principali media dell’epoca, con attenta selezione dei termini e precisa individuazione di un target. I copywriters della Pabst si diedero da fare coniando slogan a raffica sino ad ottenere l’accettazione del prodotto non più come semplice rimedio da collegare ad uno stato di malessere ed alla terapia medica ma come elemento culturalmente e socialmente integrato al punto da essere percepito non più come un tonico, ma come un “liquid food“. Nel contesto professionale l’azienda investì nella promozione sulle riviste di settore per farmacisti, droghieri e medici e si avvalse del sostegno diretto di una parte della classe medica, che sosteneva l’efficacia dell’estratto. I venditori all’ingrosso ed al dettaglio vennero stimolati ad esporre il prodotto e vennero garantiti premi qualora si superasse un certo volume di vendita.
La storia della scalata dell’ estratto della Pabst Brewery di Milwaukee è ben riassunta in Deconstructing Public Relations, al terzo capitolo, quello emblematicamente chiamato Alcohol as Medicine. Già, perchè il Tonico in questione era un fermentato di malto e luppolo, ovvero nient’altro che una birra particolarmente forte, una porter simile all’odierna Guinness, resa ancora più efficace dalla disabitudine al consumo di alcolici imposta alle donne dal puritanesimo imperante nella società americana di inizio secolo. La transizione da birra scura a tonico per creare un mercato, la successiva trasformazione da tonico medico a cibo funzionale per riestendere il mercato stesso e la creazione di un’immagine di prodotto sicuro ed efficace era stata dettata e costruita esclusivamente sulla base della forza mediatica dell’azienda produttrice.
Un altro pezzo di cultura pop di origine vegetale trova il suo prosaico perchè: la capacità adesiva dell’edera, così tenace nell’avvolgere tronchi d’albero e così abile nell’aggrapparsi a muri e superfici di ogni tipo è dovuta a nanoparticelle di bostik vegetale, secrete da vescicole poste all’apice delle radici aeree avventizie della pianta. Le radici a loro volta hanno forma discoidale e sono attraversate da minuscole “dita”, aventi doti di ventose del tutto simili a quelle delle ciglia lamellari delle zampe dei gechi. Chi ha cercato di eliminare l’edera e le sue ventose da una parete ha ben presente il concetto di “pervicace tenacia”.
Le ridottissime dimensioni delle goccioline (circa 70 nanometri) consentono una penetrazione in qualunque irregolarità delle superfici più levigate e sebbene i legami prodotti siano verosimilmente deboli il loro numero spropositato genera un effetto cooperativo alquanto efficace. La combinazione dell’effetto ventosa con quello adesivo consente alla pianta di adottare una morfologia semplice e flessibile, priva di nodi e tale da garantire una distribuzione uniforme delle sollecitazioni meccaniche. Lo studio della composizione della colla è ancora preliminare (apparentemente si tratta di una base cerosa ma con presenza di azoto e zolfo organicati non si sa bene come) e si suppone che il meccanismo si basi sulla creazione di un gran numero di ponti idrogeno. Le informazioni chimiche possono essere rilevanti per due motivi: usare la formulazione per produrre adesivi universali biodegradabili e mettere a punto solventi idonei alla rimozione delle tracce lasciate dalla pianta.
A Modem, rotocalco radiofonico d’informazione della RTSI-Rete uno (la Radio della Svizzera Italiana) la scorsa settimana hanno parlato di biopirateria. L’ennesimo casus belli è legato alle denunce di appropriazione indebita di saperi tradizionali avanzate nei confronti di un’azienda tedesca, la Willmar Schwabe, rea di aver brevettato l’uso di Pelargonium sidoides di origine africana (Umckaloabo) in fitoterapia. Qualche settimana fa ne aveva parlato anche Grain.
La trasmissione è disponibile in podcast e dura circa una mezz’oretta. Il tema, assai spinoso per i vari risvolti che offre se affrontato con rigore, è trattato con molto equilibrio e completezza, qualità che solo un mezzo di comunicazione meraviglioso e demodè come la radio può attualmente permettersi. Tutte le possibili parti coinvolte sono presentate senza preclusioni ideologiche: ONG, azienda, ufficio brevetti, legislatori. Ospiti in studio l’esperto di brevetti industriali Marco Zardi e Massimo Ruggero, antropologo culturale.
Il tema della biopirateria da sempre divide e rappresenta una delle questioni più accese nella protezione della biodiversità e nella sua valorizzazione. Spesso (leggasi, sempre) la discussione cade nel manicheismo ideologico da ambo i lati della barricata e sfugge la realtà delle cose, per cui mi riservo di tornare sull’argomento quanto prima. Anticipo due elementi che ritengo rilevanti e che nella trasmissione non sono stati approfonditi, per inevitabili imiti temporali. Il primo è la concezione spesso distorta che si ha nei PVS e da parte di alcune ONG del significato di brevetto, di ricerca e di ricaduta legata alla commercializzazione di una droga di origine tradizionale. Esiste una perniciosa tendenza a sovrastimare il valore reale delle conoscenze tradizionali, a ritenere che il loro ritorno economico sia qualcosa di garantito senza rischio ed esiste un’ambiguità sul loro impiego commerciale, che si traduce in un controproducente ostracismo verso la nascita di un mercato per i prodotti naturali (la storia virtuosa del Jojoba di ieri dice niente?).
Il secondo elemento è la limitata attenzione delle aziende che operano in questo settore, le quali ben poco fanno per sperimentare forme alternative di protezione dei diritti di proprietà che siano più vicine non solo alle loro istanze ma anche a quelle delle comunità. Il mondo industriale troppo poco e spesso solo per questioni di facciata si adopera per trovare un punto d’incontro tra le proprie esigenze commerciali e quelle culturali e sociali delle popolazioni con cui opera. Anzi, spesso non si preoccupa minimamente di capirle e semplicemente cerca di imporre la sua visione culturale alla loro, sfruttando in maniera perticolare la diversità biologica senza riguardo per quella culturale.
Il risultato di questi due approcci unidirezionali mi ricorda sempre una delle migliori battute di Danny de Vito in La guerra dei Roses: “Non c’è mai un vincitore in un divorzio, ci sono solo gradazioni di sconfitte”.
Global Facilitation Unit for Underutilized Species è un nome che rende bene idea del contenuto: un portale per piante di nicchia ma economicamente ancora in potenza, provenienti dai quattro angoli del mondo. Vi si trovano dati agronomici, di ricerca alimentare e medicinale, proiezioni di mercato, survey sulla sostenibilità e tutto quanto ruota attorno alle piante utili ma non già planetarie. Un delizioso parco giochi per chi si occupa di biodiversità e della sua valorizzazione.
L’ultima chicca che ho trovato nel bengodi del GFU è l’edizione testuale di una lecture tenuta da un docente della Johns Hopkins School of Public Health al convegno Underutilized Plants: Their Role in Preventive Medicine, Nutrition, and Sustainability, tenuto nel 2006 presso il Center for a Livable Future. Del centro è disponibile anche il programma degli eventi, un’altra mezza miniera di spunti, informazioni, approfondimenti. Per dirne una, del convegno sopracitato sono disponibili anche i podcast di tutti gli interventi.
La review scaturita dall’intervento del prof. Noel Vietmeyer è stata pubblicata da poco su Trees for Life Journal ed è disponibile integralmente online (qui il pdf). Si tratta di una carrellata sulle piante utili e semisconosciute a cui si è dedicato l’autore negli ultimi 30 anni. L’excursus offre una visione in retrospettiva di un libro edito per la prima volta nel 1977 dallo stesso autore e considerato seminale per lo studio del potenziale produttivo della biodiversità.
La lecture è un esempio aureo di divulgazione, ha un taglio molto discorsivo e gradevole, racconta storie e nelle prime pagine si sofferma sull’esperienza di Vietmeyer nella scoperta e nel lancio della produzione di Jojoba (Simmondsia chinensis = Buxus chinensis, anche se cinese non è) negli USA degli anni 60. Una vera epopea del West, guidata da un ricercatore giovane e da un indiano Cherokee medaglia d’argento alle Olimpiadi di Helsinki, in cui una scoperta casuale si è tradotta in un successo produttivo e commerciale tutt’ora forte e di cui hanno beneficiato ambiente, popolazioni ed interi settori industriali. La pianta, endemica nel southwest americano, produce semi ricchi di una cera liquida, sino all’epoca ottenibile solo dallo spermaceti di capodoglio ed impiegata in cosmesi e come lubrificante meccanico, dal cambio delle auto fino ai razzi Apollo. La produzione della cera è economicamente redditizia per habitat e terreni aridi, poveri di alternative sostenibili a patto che esista una domanda di mercato. La promozione della sua coltivazione, la messa a punto di varietà adeguatamente produttive, i dubbi, i successi ed i fallimenti legati al jojoba sono passati in rassegna da Vietmeyer con una legerezza pragmatica encomiabile, da consumato divulgatore. Per i dettagli produttivi e di composizione chimica dell’olio di Jojoba, Der kleine Herr Jakob vi rimanda alla monografia di NewCrop.
Non mi dilungo troppo sugli aneddoti (sapevate che il Mobil One contiene una variante sintetica dell’olio di jojoba?), che sono molti e valgono il tempo speso per leggere almeno le prime pagine del documento, ma sottolineo un elemento che non voglio vada perso: tutto è stato permesso da un approccio completamente open source, da una condivisione totale delle materie, delle conscenze, delle scoperte e non da una gestione proprietaria delle informazioni. La prima autobotte prodotta con finanziamenti statali è stata infatti distribuita gratuitamente a ricercatori pubblici e privati, ad aziende e ad appassionati, garantendo così la valorizzazione di una materia prima altrimenti semi sconosciuta e lo startup di un mercato che non c’era.
Il resto della presentazione è altrettanto stimolante e spazia con entusiasmo dall’alimentare (Psophocarpus tetragonobolus o fagiolo alato) alle gomme (Parthenium argentatum), a foraggi redditizi su terreni avari di nutrienti (Leucaena spp.) sino ad arrivare alle piante più idonee alla rapida rigenerazione di foreste tropicali, come Acacia mangium e Calliandra calothyrsus.
Vietmeyer è noto anche per la promozione di una scoperta importante nella lotta alla malnutrizione nei Paesi in Via di Sviluppo: l’utilizzo di semi germogliati per la preparazione di farinacei per l’infanzia denutrita, resi maggiormente digeribili grazie all’azione degli enzimi rilasciati al momento della germinazione.