Lo speziale ed il mangimista

Leggi e norme non sempre vietano e chiudono porte. O meglio, se lo fanno spesso ne aprono altre e creano spazi altrimenti preclusi. Per il settore delle piante officinali, dove da anni è in atto una battaglia tra lobby farmaceutica ed erboristica per la definizione di una nuova legge che regolamenti un settore assai poco normato, una nuova frontiera si sta aprendo per effetto della diffusione dell’agricoltura biologica e soprattutto della zootecnia biologica. In molti casi, poi, l’adozione di disciplinari con specifiche precise circa l’uso di additivi di sintesi nella filiera di alcuni prodotti certificati sta creando dei veri e propri mercati applicativi per i prodotti di origine naturale.

Ad esempio, il Consorzio del Formaggio Parmigiano-Reggiano ha recentemente emanato una serie di normative assai restrittive circa le caratteristiche dei mangimi da destinare all’allevamento delle bovine da latte. In tale normativa (Regolamento di alimentazione delle bovine per il Consorzio Parmigiano-Reggiano) viene esplicitamente sancito che “Non possono essere somministrati alle vacche da latte mangimi che contengano: additivi appartenenti al gruppo degli antibiotici; gli antiossidanti butil-idrossi-anisolo (BHA), butil-idrossi-toluolo (BHT) ed etossichina“. Ciò ha determinato numerosi problemi alle industrie mangimistiche, che impiegano abbondantemente antiossidanti di sintesi per prevenire l’irrancidimento dei mangimi, soprattutto di quelli a base di mais integrato con metalli ed oligoelementi. Queste sostanze, specialmente in mangimi ricchi di olio come quelli ottenuti dal mais, catalizzano infatti la perossidazione degli acidi grassi insaturi già dopo poche ore di insilamento. Il mangime rancido somministrato alle vacche aumenta considerevolmente il rischio di insorgenza dello spauracchio numero uno: la mastite.

Tale problema è stato risolto a livello industriale ad esempio grazie all’impiego di estratti deodorizzati di Rosmarinus officinalis, ricchi in acido rosmarinico, carnosolo ed acido carnosico, la cui azione antiossidante è caratterizzata in particolare da un’inibizione molto forte della perossidazione lipidica (qui il pdf di uno dei tanti articoli sull’argomento). Facile osservare come in questo caso l’industria erboristica abbia tratto giovamento e impulso dall’interazione con una realtà industriale e commerciale differente.

Una Risposta to this post.

  1. [...] L’uso di nitrati e nitriti nella lavorazione delle carni destinate alla stagionatura e quindi dei salumi in generale, è però da tempo nel mirino dei legislatori, per dubbi (invero non univoci) sulla loro salubrità in caso di assunzione cronica. Per i prodotti alimentari biologici la giuria normativa è in attesa di deliberare entro il 201o, come descrive il Regolamento CE 123/2008. Il panel di esperti che ha redatto il regolamento “ha raccomandato di eliminare entro tempi ragionevoli il nitrito di sodio e il nitrato di potassio dai prodotti biologici a base di carne. Il gruppo ha inoltre raccomandato di prendere alcune precauzioni nel caso in cui queste sostanze venissero soppresse. È quindi opportuno che il nitrito di sodio e il nitrato di potassio siano autorizzati fino al 31 dicembre 2010, in modo da poter valutare gli effetti che comporterebbe la loro soppressione. In questa valutazione è opportuno tenere conto della misura in cui gli Stati membri hanno trovato alternative sicure ai nitriti/nitrati e dei progressi da essi realizzati nell’istituzione di programmi educativi in materia di metodi di fabbricazione alternativi“. Questo significa che l’industria ed i ricercatori del settore sono da tempo al lavoro per cercare soluzioni alternative, in genere agendo sulle procedure di lavorazione e sul ricorso ad additivi di origine vegetale, per eliminare o quantomeno ridurre al massimo il ricorso a questi conservanti in maniera molto simile alla storia già raccontata dell’estratto di rosmarino nei mangimi zootecnici. [...]

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