Moringa zeta

Piaccia o non piaccia, Body Shop ha lanciato con grande forza una nuova linea fitocosmetica a base di Moringa oleifera: con scrub, crema da corpo, gel, saponi, eccetera. La conoscenza degli ingredienti aiuta, in molti casi, a capire le strategie scelte dalle aziende e permette di scegliere con maggiore consapevolezza, ponendosi due domande. Da dove salta fuori questo nuovo ingrediente e che caratteristiche ha? Perchè è stato scelto?

Innanzitutto non si tratta di una novità assoluta. Del resto è molto meno rischioso e complicato creare una linea basata su una materia prima disponibile in abbondanza e con costanza sul mercato. Soprattutto se i volumi di produzione previsti sono elevati e si desidera una forte uniformità dei batch di produzione. Moringa oleifera o Moringa pterygosperma è un alberello indiano dai fiori profumati diffuso poi in buona parte dei tropici aridi e tanto le foglie quanto i semi hanno svariati impieghi anche nell’alimentazione e nell’allevamento (qui una rapida sintesi). L’olio estratto dai semi è dolce ed inodore ed ha un uso storico in campo cosmetico come emolliente, ove è noto come olio di Ben o di Behen, fattore che ne ha peraltro favorito la diffusione in tutti i tropici, come testimonia questa citazione in un decreto giamaicano dell’800. Nella stessa pagina è disponibile una composizione in acidi grassi dell’olio stesso, che descrive una grande abbondanza (prossima o superiore al 70%) di acido oleico (C18:1), alla base delle proprietà emollienti.

Molte le similitudini con l’olio d’oliva, di cui rappresenta un potenziale succedaneo, non solo in termini alimentari, in virtù della analoga resistenza a temperature e perossidazione. Proprio la buona stabilità dell’olio è un plus per il formulatore, che deve gestire un ingrediente meno propenso di altri all’irrancidimento, con conseguenti minori necessità di aggiungere antiossidanti e stabilizzanti. Ad esempio, anche l’olio di mandorle dolci, da sempre visto come un must in fitocosmesi, contiene circa il 75% di acido oleico, ma la contemporanea presenza di un 20% di acido linoleico (C18:2, polinsaturo) richiede poi una certa protezione.

Va tuttavia ricordato che l’olio di Moringa non è l’unico lipide presente in questi cosmetici, anzi, non è neppure il più abbondante, come si evice ad esempio dall’INCI di Moringa Body Butter. Ai fini dell’espressione della funzione cosmetica quindi, il suo ruolo non è esclusivo e caratterizzante quanto il marketing lascia ad intendere. Niente di male in tutto questo, solo si tenga presente che la Moringa è un ingrediente assieme a molti altri.

I fiori di Moringa oleifera sono alquanto e gradevolmente profumati e la polvere dei frutti presenta una consistenza tale da rendera utilizzabile in uno scrub. Questo offre un duplice vantaggio: la linea può contenere più ingredienti della stessa fonte, caratterizzandosi così in maniera più netta in termini di immagine ed al tempo stesso è sufficiente controllare una singola filiera commerciale per reperire più materie prime: i produttori sono sempre gli stessi, ci sono più garanzie. Per le aziende è una semplificazione gradita. Questo elemento poi può costituire un ulteriore vantaggio se si desidera porre particolare enfasi sulla base della produzione nei PVS (un marchio di fabbrica, per Body Shop), che a parità di produzione diversifica ed aumenta i volumi di vendita.

Ad uso del formulatore e non solo, qualche dettaglio sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche di Moringa è disponibile in questo articolo. Tra gli altri dati, una discreta presenza di Vitamina E (circa 250 mg/kg di tocoferoli totali, più che nell’olio di palma ma molto meno che in quello di soia e mais) ed un insaponificabile pari a circa l’1%, non “bello” ed abbondante come quello dell’olio d’oliva.

Perchè non optare per una linea a base di olio d’oliva, allora? Indubbiamente sarebbe più facile da reperire. Credo che le motivazioni siano più di immagine che di contenuto e di proprità fitocosmetiche. Moringa oleifera ha un appeal più esotico, ha un’origine percepita più forestale e più tropicale e con ogni probabilità la sua produzione è maggiormente in mano a piccoli produttori con meno sbocchi di mercato, per i quali un aumento degli acquirenti e della richiesta i mercato ha un effetto molto maggiore nell’aumento della qualità della vita. Nella strategia dell’azienda e nella filosofia che intende seguire questi fattori sono evidentemente molto rilevanti.

Moringa oleifera infatti cresce particolarmente in fretta anche in climi aridi e su terreni abbastanza poveri, garantendo reddito e cibo in aree assai difficilmente redditizie con altre colture. Essa tuttavia ha prevalentemente un impiego locale e la sua presenza in un cosmetico di ampia diffusione favorisce mercati e produttori che non possono godere dei bacini d’utenza che già l’Olivo possiede. Da ricordare che la presenza di olio di Moringa in una linea così in vista come quella di Body Shop implica anche, con orgni probabilità, una maggiore richiesta di questa materia prima anche da parte di altri produttori di cosmetici, con un conseguente stimolo alla produzione ed all’allargamento della nicchia di mercato.

Fin qui, tutto bene. L’ingrediente ha un senso per il tipo di prodotto che se ne ottiene, offre vantaggi per il formulatore/produttore, ha un buon appeal per il target di mercato dell’azienda ed apparentemente anche per l’economia di zone del mondo altrimenti disagiate o poco sviluppate. La pianta è già coltivata e usata, semplicemente si è ricavata una nuova nicchia di mercato complementare alla produzione esistente e questo aumenta le possibilità di reddito dei piccoli produttori. A questo riguardo pero’ la comunicazione è scarsa e l’ingrediente “verde” può non essere automaticamente anche “onesto” o “equo” se si preferisce. La resa tradizionale di estrazione, ad esempio, non è adeguata nè a garantire una qualità adeguata nè ad ottenere una resa economicamente sostenibile, per cui occorre impiegare sistemi estrattivi industriali centralizzati (qui un bell’articolo sui principali problemi della filiera della Moringa). Spesso tali attrezzature sono in mano ad intermediari della produzione che raccolgono la materia prima dai contadini e la processano, di solito agendo da filtro (usiamo questo eufemismo) ai guadagni ottenuti realmente sul mercato. Purtroppo una descrizione trasparente dei passaggi di mano degli ingredienti e della distribuzione dei guadagni tra i diversi attori (produttori alla base, processatori, traders, ec..) non è quasi mai disponibile nel commercio, sebbene spesso questa sia la differenza reale tra un ingrediente vegetale attento all’uomo ed all’ambiente e tutti gli altri.

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Per l’angolo del “forse non sapevate che”: il materiale di scarto della lavorazione dei semi e delle foglie di Moringa oleifera ha un diffuso impiego nella purificazione delle acque, grazie alle proprietà flocculanti di alcune proteine e come tale viene usato in diversi paesi in via di sviluppo.

Tè legrammi

Dove, come e perchè: un reportage del New York Times sulla raccolta del Pu’erh nella Cina sudoccidentale.  Bere tè è come bere vino, ammonisce un anziano citato nell’articolo, ed anche per questo tè un poco speciale esisteranno fasce di qualità ben distinte come si evince dalla parte finale.

Integratori, che fare?

La revisione sistematica recentemente apparsa sulla Cochrane Library (qui la versione completa in pdf) e dedicata agli integratori vitaminici ha fatto il giro del mondo ed ha fornito spunti per note, reazioni ed approfondimenti ed articoli su quasi tutti i quotidiani nazionali (Repubblica, Corriere) ed internazionali.

Il solitamente ipercritico Roberto Albanesi offre la sua puntigliosa versione dei fatti sulla revisione e sulle reazioni conseguenti. Alla sua analisi aggiungo solo che lo studio si è dedicato esclusivamente a Vitamina A, Vitamina E, Vitamina C e selenio assunti tali e quali e sebbene nell’articolo stesso e conseguentemente in quasi tutta la pubblicistica derivata si parli genericamente di “antiossidanti”, le conclusioni tratte non sono affatto generalizzabili agli antiossidanti in toto, che possono avere origine, caratteristiche, effetti e cinetiche del tutto differenti.

La mia personalissima chiosa è che da un lato esiste una visione talvolta distorta dell’integrazione alimentare da parte del consumatore (se una cosa fa bene alla dose x allora la dose 3x farà bene il triplo) e del mercato, mentre dall’altra il tentativo di reintrodurre il senso della misura nelle somministrazioni e nei dosaggi si traduce spesso in sovrareazioni. Nel complesso entrambi i casi rappresentano ipersemplificazioni poco vantaggiose.

Il motore a biodiversità infinita

Dalle nostre parti sono i “frutti dimenticati” o le varietà fortemente regionali come la mela annurca o la pera cocomerina o ancora sono le infinite cultivar e variazioni clonali di una stessa specie (olivo e vite, ad esempio, ma anche cavolo, insalata e pomodoro per non parlare degli innumerevoli cultivar ed ibridi di Lavanda messi a punto dall’industria profumiera). Tutte assieme rappresentano il combustibile del motore a biodiversità infinita, quello messo in moto dall’uomo nella sua relazione con le piante che lui stesso ha “addomesticato” per i più svariati impieghi. Le piante che si sono messe in società con noi bipedi hanno tratto spesso un vantaggio evolutivo da questa loro scelta, come si diceva in un post passato. Difficile ad esempio non pensare che tra le circa 1200 varietà di Olea europea (solo in Italia sono note 600 varietà di Olivo) non ve ne siano alcune che l’uomo ha privilegiato per la loro capacità di resistere alle gelate o a certi parassiti, accelerando di fatto un percorso di selezione naturale altrimenti molto più lungo ed incerto per la specie vegetale.

Tutta questa variabilità costituisce anche una valvola di sicurezza nient’affatto secondaria in varie parti del mondo, dove proprio la diversificazione delle cultivar utilizzate garantisce (come una diversificazione dell’investimento di Borsa) maggiori chances di buon raccolto anche nel caso di eventi critici come alluvione e siccità. Un esempio visivo in questo video, pescato sull’imprescindibile blog della biodiversità agraria (http://agro.biodiver.se/) che illustra senza parole la diversa risposta alle inondazioni da parte di due accessioni differenti di riso (il riso sta bene nell’acqua come insegna l’inconografia delle mondine, ma va in tilt quando viene completamente sommerso). Il clip rientra nel concorso, lanciato da Agro.Biodiver.se per eleggere il migliore video in tema di biodiversità agronomica (in palio un iPod).

Venendo a noi, cultivar, varietà e cloni formano un serbatoio al quale l’uomo può attingere per ottenere prodotti che meglio si adattano alle sempre più numerose nicchie dei mercati alimentari, cosmetici, erboristici. Così come non tutte le mele hanno lo stesso profumo e lo stesso colore, non tutte le piante usate per ottenere integratori alimentari o sfruttate per le loro proprietà salutistiche presentano uguale abbondanza di principi attivi. L’esempio più lampante di questo fatto ci viene dalla vite e dalla biochimica dell’uva: il contenuto in resveratrolo, tannini, antocianine, flavonoidi varia da vitigno a vitigno e forse anche da clone a clone e con essi le proprità salutistiche correlate. Altrettanto frequente la variabilità dei costituenti degli oli essenziali di molte Labiatae, come ad esempio Lavanda e Timo: solo di quest’ultimo sono note sei differenti profumazioni (o più correttamente chemotipi): a timolo, a carvacrolo (fenoli, più comuni), a linalolo, a geraniolo, a terpineolo ed a thujanolo (alcoli), con relative differenze in aroma ed in azione antimicrobica.

In questo contesto, tuttavia, si inserisce il dramma di una biodiversità, quella agricola, quasi dimenticata e raramente sostenuta e promossa a dovere. La costante standardizzazione delle coltivazioni, la globalizzazione dei consumi massificati e la scarsa o nulla attenzione istituzionale nei confronti delle varietà agricole ha portato negli ultimi decenni ad un’erosione colossale del numero di varietà note e disponibili per molte specie addomesticate. Un esempio, sempre pescato su agro.biodiver.se:delle oltre 7000 varietà di mela note in Nordamerica nell’800 ne restano attualmente solo circa 300.

No such thing as the next big ingredient

Per sapere dove atterrerà il mercato, per scoprire dove conviene puntare le fiches più ciccione, le aziende si rivolgono agli esperti di settore, quelli che definiscono l’andamento delle tendenze del futuro. Nel settore della haute-couture sono spesso semiologi esperti in interfacce culturali, in quello alimentare non ho idea di quali vaticinatori siano considerati più attendibili, ma prevedo che la faccenda sia in mano agli illusionisti del marketing. Io peraltro non ho mai capito quanto ci siano e quanto ci facciano, questi esperti, ovvero non ho mai capito se dire nel 2008 che nel 2013 un certo ingrediente sarà terribilmente cool è il risultato di una reale preveggenza o equivale a spianare in anticipo la strada alla next big thing, tanto per iniziare a farne girare il nome sulle bocche giuste, sulle riviste giuste, nelle fiere e nei convegni che contano.

E dato che in nutraceutica non c’è niente di meglio del nuovo ingrediente trendy, già da ora iniziano a girare per i newsreader le top ten dei best seller del futuro (1) e gli annunci di pubblicazione di report a lungo termine, come il Global market review of functional foods – forecasts to 2013 (qui il pdf con il riassunto del contenuto), la cui consultazione online però viene via con quasi 400 sterline. Anche e soprattutto quando cibo, salute e mercato si mescolano generando i superfoods, non ci sono pranzi gratis, come diceva quello.

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(1) – Bella forza, sono poi buoni tutti a dire che nel futuro si prevede attenzione per la salute e per il mantenimento della linea, che l’interesse per i prodotti in grado di contrastare colesterolo e iperlipidemie resterà alto, che la cura per l’origine biologica delle materie prime è in crescita e che la nutrizione salutistica resterà sul podio… e ci vuole poco anche a ricordare che i tonici/eccitanti resteranno top-seller: gli hipster americani devono tenere alta la loro produttività, ma consci del fatto che l’eccessivo consumo di cocaina porta alla deforestazione, si rivolgono altrove.

Preferisco amaro

Nel minimondo della Scienza 2.0 il dolce-amaro del cacao è in queste settimane sulla bocca di tutti più del solito (fatta salva la modica quantità che il girovita concede a noi cocoa-addicted) per via della serie di post su cacao e cioccolato fatta da Dario Bressanini nel suo blog per Le Scienze. Oltre all’aspetto voluttuario, tonico e culinario del cacao ed oltre all’importanza del suo burro anche come eccipiente funzionale in cosmesi, l’uso dei derivati di Theobroma cacao viene ulteriormente promosso in erboristeria, cosmesi e nutrizione per gli aspetti salutistici legati alla frazione polifenolica. Non è un caso se un recente report, descrivendo un mercato in piena crescita, conclude con la seguente citazione da parte di un esperto commerciale: “We expect that the trend towards high-end products, especially those touting wellness benefits, will be the life force in this market for the next several years.

Come tutte le droghe vegetali ricche in alcaloidi xantinici (caffeina, teina, teobromina) la polvere di cacao è infatti estremamente ricca in polifenoli della classe delle catechine (flavan-3-oli, soprattutto (-)-catechina), delle procianidine (catechine polimerizzate ma non troppo) e dei flavonoli (vari glicosidi della quercetina ad es.), al punto da possederne per porzione (un sistema di misurazione, ammetto, un pò aleatorio) più di tè e vino rosso. Per queste sostanze la bibliografia in termini di azione antiossidante, mutageno-protettiva, protezione cardiovascolare e salutistica in generale si spreca (qui una delle tante reviews e qui il pdf di una revisione specifica sull’azione a livello cardiovascolare, per chi volesse approfondire).

Non stupisce quindi se l’aspetto tecnologico e lo studio delle fonti sembrano essere approcci primari per l’industria alimentare e nutraceutica legata a Theobroma cacao, stando almeno alle pubblicazioni recentemente uscite. Come spesso avviene in questi casi, la composizione della materia prima è parecchio elaborata e solo limitandoci alle catechine queste possono essere diversamente esterificate (da acido gallico), isomerizzate e polimerizzate con un conseguente ampio spettro di diversa attività, solubilità, biodisponibilità e comportamento chimico-fisico in generale. La varietà d’origine ed il tipo di trattamento postraccolta possono influire notevolmente sulla quantità di polifenoli presenti nella polvere di cacao (e quindi sulla validità dei relativi claims), come avviene per qualunque droga vegetale. Questa variabilità va monitorata e può al contempo essere sfruttata per ottenere prodotti a base di cacao con finalità salutistiche particolarmente ricchi in catechine e compagnia.

Come descritto in maniera eccellente da Bressanini, il cacao alimentare subisce un gran numero di processi e trasformazioni (fermentazione, tostatura, eccetera) il cui obiettivo è quello di rendere più gradevole un prodotto che nasce come alimento e che al piacere dei sensi deve rispondere in primis. Questi trattamenti influenzano il contenuto in polifenoli? Quali possono essere, tra le mille tipologie di cioccolato e cacao quelle in cui l’azione salutistica è massimizzata (o meno ridotta)? Queste domande se le stanno facendo ovviamente anche i produttori, tant’è vero che un sito come Confectionerynews, espressamente dedicato al research-to-business nell’industria dolciaria riporta direttamente in homepage uno studio sugli effetti dello stage di alcalinizzazione (dutching) nei confronti dell’abbondanza di flavoni e flavonoli nel cacao.

L’articolo (qui la versione completa in pdf) offre anche una panoramica del contenuto in catechine ed affini nelle principali marche presenti sul mercato spagnolo (che non mi aspetto essere tanto differente da quello italiano), evidenziando una prevedibile variabilità non solo tra produttore e produttore ma anche tra batch diversi della stessa marca, con fluttuazioni in alcuni casi anche del 100%. In termini di flavonoli totali (derivati della quercetina) la differenza quantitativa tra le diverse polveri di cacao spazia tra i 9 e gli 80 microgrammi/grammo, mentre per le catechine monomeriche, ovvero quelle più idrosolubili e maggiormente biodisponibili ed assimilabili si va da 180 a 1100. Decisamente una “forchetta” non trascurabile che si traduce verosimilmente in una analoga forbice in termini di biodisponibilità e reale efficacia salutistica.

Il dutching cui si accennava in precedenza prevede un trattamento della polvere di cacao a pH attorno a 7 e viene effettuato principalmente per migliorare aspetti organolettici (colore) e reologici (formazione dell’emulsione) ma a quanto pare non è una buona scelta se il prodotto è destinato ad un ruolo esplicito nella nutrizione funzionale: la perdita di catechine e flavonoidi si attesta mediamente attorno al 60%. Che nel passaggio da droga fresca (semi di Theobroma cacao) a prodotto finito (polvere di cacao) vi fosse una perdita in polifenoli è fatto risaputo (ad esempio il contenuto in procianidine cala durante la fermentazione in funzione della sua durata; esiste una review specifica sull’argomento qui in pdf) tuttavia, mentre fermentazione e tostatura sono passaggi imprescindibili per ottenere il cacao, il dutching può essere evitato. Si paga un dazio sul piacere e si torna ad una versione del prodotto più simile a quella originariamente giunta dalle Americhe, ma si recupera sulla ricchezza in ingredienti funzionali.

Se al contrario si intende massimizzare il tasso di polifenoli nella polvere di cacao e non solo limitarne la degradazione, le strategie possono essere di tipo agronomico, con la selezione ed il breeding di cloni con un metabolismo secondario particolarmente efficiente, o di tipo tecnologico. Sempre dalla Spagna (dopo aver portato in Europa il cacao evidentemente hanno preso gusto alla materia, dato che sono i primi consumatori di polvere di cacao del continente) si propongono ad esempio trattamenti mirati ad ottenere polvere di cacao arricchita in catechine (qui il pdf). Il sistema sembra relativamente semplice e basato sull’inattivazione dell’enzima preposto alla degradazione ossidativa dei polifenoli presenti nei semi. Il trattamento delle fave di cacao con acqua calda permetterebbe un aumento del tenore in polifenoli assimilabili quali catechine e relativi dimeri pari a otto e quattro volte rispettivamente. Stranamente però gli autori hanno deciso di confrontare una polvere di cacao convenzionale con una prodotta sì inattivando le polifenolossidasi ma evitando anche di fermentare e tostare il prodotto. Quello che hanno ottenuto è più correttamente definibile come un estratto di Theobroma cacao ricco in polifenoli che non come una polvere di cacao reale in termini di aroma o palatabilità. Anche il riconoscimento da parte del consumatore credo sia difficile. Sarebbe stato interessante introdurre l’inibizione enzimatica come unica variabile nel confronto, per capirne la percorribilità nella normale filiera produttiva.

Flavanol and Flavonol Contents of Cocoa Powder Products: Influence of the Manufacturing Process
J. Agric. Food Chem. 2008 doi: 10.1021/jf0728754

Major brands of cocoa powder products present in the Spanish market were analyzed for monomeric flavanols [(+)-catechin and (-)-epicatechin] and flavonols [quercetin-3-glucuronide, quercetin-3-glucoside (isoquercitrin), quercetin-3-arabinoside, and quercetin]. In addition, the influence of the manufacturing process of cocoa powder products, in particular, the alkalinization treatment (Dutching), on the original content of these flavonoids has been studied. (-)-Epicatechin was in the range of 116.02–730.26 μg/g, whereas (+)-catechin was in the range of 81.40–447.62 μg/g in the commercial cocoa products studied. Among flavonols, quercetin-3-arabinoside and isoquercitrin were the major flavonols in the cocoa powder products studied, ranging from 2.10 to 40.33 μg/g and from 3.97 to 42.74 μg/g, respectively, followed by quercetin-3-glucuronide (0.13–9.88 μg/g) and quercetin aglycone (0.28–3.25 μg/g). To our knowledge, these results are the first quantitative data in relation to the content of individualized flavonol derivatives in commercial cocoa powder products. The alkalinization treatment resulted in 60% loss of the mean total flavonoid content. Among flavanols, (-)-epicatechin presented a larger decline (67%, as a mean percentage difference) than (+)-catechin (38%), probably because of its epimerization into (-)-catechin, a less bioavailable form of catechin. A decline was also confirmed for di-, tri-, and tetrameric procyanidins. In the case of flavonols, quercetin presented the highest loss (86%), whereas quercetin-3-glucuronide, quercetin-3-arabinoside, and isoquercitrin showed a similar decrease (58, 62, and 61%, respectively). It is concluded that the large decrease found in the flavonoid content of natural cocoa powder, together with the observed change in the monomeric flavanol profile that results from the alkalinization treatment, could affect the antioxidant properties and the polyphenol biovailability of cocoa powder products.

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A New Process To Develop a Cocoa Powder with Higher Flavonoid Monomer Content and Enhanced Bioavailability in Healthy Humans
J. Agric. Food Chem. 2007, 55, 3926-3935 doi: 10.1021/jf070121j

Cocoa is a food rich in polyphenols, mainly the flavonoid procyanidins and flavan-3-ols. The improvement of the cardiovascular function in humans upon cocoa consumption has been specifically linked to the presence of flavan-3-ol derived metabolites in plasma, especially epicatechin glucuronide. In this context, a flavonoid-enriched cocoa-derived product could potentially exert stronger health benefits. The aim of the present study was to obtain a cocoa powder with a higher flavonoid content (mainly enriched in monomer compounds) and assess its flavonoid bioavailability in humans. For this purpose, an unfermented, nonroasted, and blanch-treated cocoa powder (A) was obtained. The powder contained four times more procyanidins than a conventional (B) cocoa powder. Powder A contained eight times more epicatechin and procyanidin B2 than powder B. Cocoa milk drinks were prepared with powder A (MDA) and B (MDB). The bioavailability of flavonoids in both drinks was assessed in a crossover intervention with healthy volunteers. The content of epicatechin glucuronide, the main metabolite detected in plasma, was five-fold higher upon consumption of MDA as compared with MDB. The urinary excretion of metabolites, mainly methyl epicatechin sulfate, was higher upon MDA consumption as compared with MDB, ranging from two- to 12-fold higher depending on the metabolite. These results, together with previous reports regarding the cardiovascular benefits linked to the presence of procyanidin metabolites in plasma, suggest that further clinical trials to validate the health benefits of a flavonoid-enriched cocoa powder are warranted.

Dopare la biodiversità

Pascolando per alpeggi non sempre convenzionali capita di imbattersi in foraggi diversi dal solito ma ugualmente sostanziosi: anche per la mente vale la regola dell’alimentazione variata. Questa volta è il turno di un libro uscito negli scorsi mesi per la Kluwer ed intitolato Geographical Indications For Food Products a firma Marsha A. Echols, giurista.

Il tema non è lontano da quelli spesso toccati su questi schermi: limiti e potenzialità, ostacoli e propellenti per la creazione di forme di sviluppo sostenibile a partire da saperi tradizionali legati alle piante. Nello specifico il saggio della Echols è dedicato alle forme legali e commerciali di definizione della tipicità che vanno sotto il nome di Indicazioni Geografiche (DOC, IGP, DOP, IGT per intenderci) e che possono giocare un ruolo fondamentale per la promozione e per la difesa commerciale di prodotti di nicchia, non solo alimentari ma anche nella produzione di materie prime destinate alla cosmesi, all’erboristeria.

Sinora applicate quasi solo in occidente ed in mercati di un certo tipo, questi sistemi di protezione della proprietà intellettuale possono trovare felice applicazione anche in altri contesti, inclusi molti ingredienti e prodotti erboristici in senso lato. Si tratta di un aspetto in genere trascurato da chi opera nel settore dei nuovi ingredienti e dei nuovi prodotti, ma a mio avviso fondamentale se l’intervento (commerciale o di sviluppo) intende dare risposte a lungo termine nella crescita dell’economia dei PVS, nella protezione ambientale sostenibile ed anche nelle garanzie di qualità per il consumatore finale. Radicare un prodotto al suo territorio e collegare anche mediaticamente prodotto e geogravia è un valore aggiunto indispensabile per il binomio produzione-ambiente, che si parli di Langhe o Chiantishire, di alta Amazzonia peruviana o Pantanal.

Il concetto può essere illustrato con un esempio semplice legato ad Argania spinosa: se voglio garantire la difesa del sapere tradizionale delle donne marocchine che producono olio di Argan ed assicurare una continuità commerciale devo legare il nome dell’Argan a quella zona geografica ed a quel tipo di produzione artigianale, proteggendo il mio prodotto di successo da produzioni lontane, diverse, magari non sostenibili o nate solo sulla scia di un boom commerciale lontano da istanze etiche. Analoghi esempi si potrebbero fare per il Patchouli indonesiano, per la Cannella dello Sri Lanka, eccetera. La logica è la stessa seguita dal mondo alimentare di qualità in tutta Europa e se applicato rappresenterebbe un bell’esempio di auspicabile sincretismo tra aspetti profit (industrie alimentari, cosmetiche, erboristiche, di materie prime vegetali) e non-profit (ONG, centri di ricerca, enti di cooperazione e sviluppo, istituzioni). E darebbe al consumatore maggiori garanzie sulla qualità delle materie prime.

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Geographical Indications For Food Products

Product Description
Geographical indications (GIs) for food and other names that connote a characteristic or process together with origin fit in with notions of quality, tradition, and support for local producers that are important for the producers, for an increasing number of consumers, and for local development. Although there are many costs and administrative commitments associated with the use of these names, they can fill a growing consumer demand and a community need, and many localities and nations are turning toward them. However, in attempting to prevent the use of culture for protectionist purposes, the World Trade Organization (WTO) treats geographical indications, like trademarks, as private rights. This affirmation which runs counter to the traditional view that a GI is a communal right lies at the root of a legal stand-off at the WTO between two groups of countries.

Focusing primarily on the Reports of the Panels in the WTO disputes brought by Australia and the United States against the European Communities, this important book explores the meaning of the TRIPS Article 22 and Article 24 commitments, especially as they concern the definition of the term geographical indication and national and most favored nation treatment. The author clarifies the relationship between niche-market geographical indications and the more prevalent (and commercially valuable) trademarks. With no sacrifice of depth, she covers a wide range of issues such as the following:
Estimates of the value added by origin and tradition;
Procedures followed by the European Communities;
Minimum standards of protection under TRIPS;
The significance of the Agreement on Technical Barriers to Trade;
Administrative and procedural rules at WTO and national levels;
The Codex Alimentarius and WTO Agreements;
The role of the TRIPS Council;
Proposals for the Doha Development Agenda.

As a detailed analysis and interpretation of the Article 22 definition as it exists within the context of an agreement on private property and the WTO market access goals, this book is of crucial importance to an adequate understanding of the trade rules that apply to the recognition, protection and enforcement of geographical indications and competing names. It is sure to be of great value to anyone concerned with this specialized field, whether practitioners, jurists, officials, policymakers, or academics.

Facciamo ricerca, che cavoli!

oracz.gifDire che un prodotto vegetale destinato all’alimentazione funzionale o all’integrazione alimentare è potenzialmente efficace perchè ricco di una o più sostanze chimiche è un’affermazione non scorretta in toto, ma perfettibile. Se un vegetale è consumato dopo cottura, quanta parte del principio attivo viene degradata? E soprattutto, quanta viene effettivamente assorbita e messa in circolo nell’organismo? Cosa succede durante la digestione? E se ad essere potenzialmente attiva è un’intera classe di composti, questi si comportano tutti allo stesso modo? E se dovesse sussistere una sinergia tra più classi chimiche con diverse strutture e diversi meccanismi?

Le risposte a queste domande non sempre (quasi mai) sono definitive e ricadono nella zona ibrida di relazione tra chimica degli alimenti, fitochimica, biochimica e farmacologia. Esse permettono non solo di capire quale può essere la migliore via o forma di assunzione o di spiegare risposte non uniformi in trial clinici, studi epidemiologici e nutrizionali, ma anche di indirizzare produzione ed assunzione verso una maggiore espressione delle sostanze effettivamente responsabili di una azione dietetica, preventiva o salutistica.

Tra gli alimenti ad azione antiossidante, quelli ricchi in antocianine come i glicosidi della cianidina si collocano tra i primi posti nelle graduatorie stilate, ad esempio, in base al metodo ORAC (all’interpretazione dei test antiossidanti dedicherò presto un post, perchè è un argomento istruttivo). Il frutto di Euterpe oleracea (palma açai), i frutti rossi come uva, ribes, lamponi e mirtilli, il cavolo rosso, tutti devono la loro fama di eccellenti antiossidanti all’abbondanza di antocianine. Persino le bucce della melanzana ne contengono in gran quantità, ma sono indubbiamente indigeste, specie da crude. Potrebbero però essere usate come fonte di estratti, magari recuperando scarti dell’industria agroalimentare.

Queste classifiche sono compilate di solito analizzando estratti ottenuti da materiale vegetale fresco ed inevitabilmente non tengono conto di alcuni fattori importanti: la risposta delle sostanze testate alla tecnica di misurazione scelta, quante classi di antiossidanti contribuiscono al risultato complessivo; come i potenziali antiossidanti si modificano durante un’eventuale cottura o conservazione; come si modificano per effetto della digestione e della flora intestinale e come (e quanto) vengono assorbiti realmente. Perchè ovviamente, se l’obiettivo è quello di catturare ROS e bloccare reazioni radicaliche a cui sono esposte le cellule del nostro organismo, l’azione degli antiossidanti di origine nutrizionale deve per forza avvenire “da dentro”. Simmetricamente a quanto avviene coi farmaci non è il contenuto in principio attivo nella matrice di partenza, ma la sua cinetica a determinare l’azione reale: la fisiologia ed il metabolismo umano non discriminano tra un flavonoide ed una sostanza di sintesi, che sempre vengono trattati da xenobiotici da parte del nostro organismo.
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Un modello su cui parecchio si sta lavorando nel settore nutrizionale/nutraceutico è il genere Brassica, che annovera un gran numero di specie e varietà d’uso alimentare (cavolo, cavolini di bruxelles, verze, cavolo rapa, broccoli, cavolfiore, eccetera), variamente proposte per la loro azione salutistica, soprattutto in chiave antiossidante. Una panoramica delle conoscenze a riguardo è fornita da una review del 2007 (scarica il pdf), che descrive il contributo ed il comportamento dei principali antiossidanti in queste verdure: vitamina C, antocianine, carotenoidi, vitamina E, glucosinolati. Per una panoramica recente limitata alle caratteristiche, alle fonti ed alle proprietà dei vari pigmenti raccolti sotto il nome di antocianine (circa 250 diverse strutture), il riferimento migliore è questo pdf, il quale tuttavia conclude osservando che il limite principale in questo specifico settore risiede proprio nelle limitate informazioni disponibili sulla farmacocinetica delle antiocianine. Nel complesso, in base al saggio ORAC, esiste una forte linearità tra la quantità di antocianine presenti in un vegetale e la sua risposta antiossidante, ma la realtà del nostro organismo e della reale assunzione sono più complicate, come si diceva.

Brassica oleracea var. capitata f. rubra, cavolo rosso e B. oleracea var. botrytis o verza rossa e le antocianine che le colorano cadono esattamente in questo scenario particolarmente complesso e giusto in questi giorni sono stati divulgati i risultati di una indagine mirata a definire la reale cinetica delle antocianine del cavolo rosso nel corpo umano. Lo studio arriva alla fine di un percorso che nel tempo ha permesso di individuare e descrivere quali antocianine sono presenti nella verza rossa, determinando la presenza di antocianine libere e di antocianine acilate, nelle quali un residuo zuccherino è esterificato con un acido idrossicinnamico (caffeico, ferulico, sinapico). Queste ultime sono le più abbondanti nelle Brassicaceae e tendenzialmente le antocianine acilate con l’acido ferulico e quelle con meno residui zuccherini forniscono, in vitro ed isolate, un ORAC più elevato delle loro sorelle. Tuttavia la realtà del complesso delle antocianine rivela la possibilità di un forte sinergismo, dato che l’ORAC dell’estratto totale è pari a 6 volte quello dato dalla somma dei singoli costituenti (scarica il pdf). In altre parole, le antocianine del cavolo rosso si comportano diversamente tra loro, sia nell’intensità antiossidante che durante la digestione ed apparentemente quelle acilate potevano rappresentare il migliore parametro da monitorare per produrre estratti antiossidanti d’uso nutrizionale e salutistico.

In secondo luogo si è studiata la degradazione termica delle antocianine di questi cultivar di Brassica oleracea, verificando che tutti i trattamenti termici cui vengono sottoposti cavoli causano una netta degradazione di queste sostanze (scarica il pdf), sebbene cavolo rosso e verza rossa non contengano gli stessi tipi di antocianine. In particolare, la cottura convenzionale causa una perdita superiore all’80% in antocianine totali senza differenze di rilievo tra i singoli componenti (ovvero più o meno tutte le antocianine si comportano allo stesso modo) mentre cottura al vapore ed in microonde hanno conseguenze limitate. In aggiunta, anche altri costituenti antiossidanti del fitocomplesso subiscono una pesante degradazione termica, come ad esempio i glucosinolati, mentre altri come l’acido ascorbico non ne sono particolarmente affetti. Insomma, meglio crudo, si direbbe. La realtà è come al solito più complicata, dato che anche i composti ottenuti dalla degradazione possono essere dotati di proprietà antiossidanti e magari esserlo ancora di più, a patto che non vadano dispersi nelle acque di cottura o trattamento. Ad esempio in alcuni casi alla degradazione non corrisponde una diretta perdita di efficacia antiossidante in molti dei test più comuni (scarica il pdf).

Che siano nelle verdure assunte con la dieta o in compresse contenenti un estratto, tutte queste antocianine vengono assunte per via orale, digerite e poi assorbite dall’intestino. Il terzo stadio di questo percorso è dunque rappresentato dalla verifica della loro resistenza alla digestione gastrica ed alle secrezioni pancreatiche e si è visto che, in un modello artificiale, le antocianine possiedono una buona resistenza al ph acido dello stomaco ma solo una parte resiste al passaggio per l’intestino tenue. Nello specifico, circa il 75% delle antocianine assunte viene “smontato” dalle secrezioni pancreatiche a formare gruppi fenolici più piccoli (scarica il pdf). Le antocianine acilate sembrano possedere una resistenza maggiore. In soldoni, l’efficacia antiossidante in vivo potrebbe essere dovuta più ai cataboliti delle antocianine che alle antocianine stesse. Va peraltro sottolineato come questo studio sia in parte distante da un modello reale, non fosse altro per il fatto che l’assunzione tramite dieta prevede il transito di una miscela di cibo in digestione e non di molecole isolate e quindi più esposte all’azione degradativa. Molti altri studi in vivo si limitano a verificare che si ha una certa degradazione delle antocianine ma non si preoccupano nè di definire nè di descrivere il possibile percorso dei loro cataboliti, generando una certa incertezza a riguardo.

Per capirne di più, lo studio della farmacocinetica delle antocianine di Brassica oleracea è stato ampliato ed effettuato nell’uomo, andando a determinare quante e quali antocianine (acilate e non), assunte con una dieta ricca di cavolo rosso cotto al vapore e riscaldato al microonde, arrivano effettivamente in circolo e quante vengono alla fine escrete per via urinaria. I risultati (scarica il pdf) indicano innanzitutto che più se ne mangia e maggiore è il tasso di antocianine assorbite, ovvero che un eventuale plateau di assunzione non viene raggiunto con due piatti di red cabbage al giorno (circa 300 g). Queste indicazioni si combinano con tempi di escrezione renale abbastanza rapidi (picco di eliminazione dopo 4 ore), che potrebbero suggerire un’assunzione almeno due volte al giorno per aumentare l’efficacia e massimizzare l’AUC delle antocianine. Soprattutto, lo studio ha permesso di verificare che le antocianine non si comportano tutte allo stesso modo, che quelle acilate sono assorbite molto meno di quelle libere, che le antocianine acilate con acido sinapico e dotate di più residui zuccherini sono le meno assorbite, oltre che le meno attive come antiossidanti.

Il design dell’indagine ha previsto di considerare uno scenario realistico, nel quale la verza rossa è assunta previa cottura assieme ad altri cibi all’interno di una dieta bilanciata e permette di sottolineare come il know-how farmacologico, biochimico e fisiologico possa integrarsi molto opportunamente con competenze tipicamente alimentari e fitochimiche, per fornire un’indicazione il più possibile completa.

Una chiosa finale: innanzitutto se gli antiossidanti non sono destinati ad un ruolo alimentare ma cosmetico o preservante le considerazioni da fare sono necessariamente differenti. La cinetica di assorbimento per via orale interessa poco o nulla se l’uso è topico. In secondo luogo le antocianine non sono l’unico gruppo di molecole antiossidanti presenti nel cavolo rosso fresco e nel genere Brassica in generale, dato che Vitamina C e carotenoidi sono abbondanti e possono contribuire notevolmente all’effetto complessivo, così come i glucosinolati. In terza ed ultima battuta resta vacante il ruolo dei cataboliti ottenuti per degradazione digestiva.

Come al solito una visione parziale aiuta a fare un passo, ma non a descrivere tutta la mappa.

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Effect of Dose Size on Bioavailability of Acylated and Nonacylated Anthocyanins from Red Cabbage (Brassica oleracea L. Var. capitata)
Craig S. Charron, Beverly A. Clevidence, Steven J. Britz, and Janet A. Novotny
J. Agric. Food Chem., 55 (13), 5354 -5362, 2007.

Recent studies indicate that anthocyanin intake conveys a variety of health benefits, which depend on absorption and metabolic mechanisms that deliver anthocyanins and their bioactive metabolites to responsive tissues. The anthocyanin bioavailability of red cabbage (Brassica oleracea L. var. capitata) was evaluated as reflected by urinary excretion of anthocyanins and anthocyanin metabolites. Twelve volunteers consumed 100, 200, and 300 g of steamed red cabbage (containing 1.38 mol of anthocyanins/g of cabbage) in a crossover design. Anthocyanin concentration in cabbage extract and urine was measured by HPLC-MS/MS. Six nonacylated and 30 acylated anthocyanins were detected in red cabbage, and 3 nonacylated anthocyanins, 8 acylated anthocyanins, and 4 metabolites were present in urine. Mean 24 h excretion of intact anthocyanins increased linearly from 45 (100 g dose) to 65 nmol (300 g dose) for acylated anthocyanins and from 52 (100 g dose) to 79 nmol (300 g dose) for nonacylated anthocyanins. Urinary recovery of intact anthocyanins (percent of anthocyanin intake) decreased linearly from 0.041% (100 g dose) to 0.020% (300 g dose) for acylated anthocyanins and from 0.18% (100 g dose) to 0.09% (300 g dose) for nonacylated anthocyanins. Anthocyanin metabolites consisted of glucuronidated and methylated anthocyanins. The results show that red cabbage anthocyanins were excreted in both intact and metabolized forms and that recovery of nonacylated anthocyanins in urine was >4-fold that of acylated anthocyanins.

L’etica protestante e lo spirito della ricerca fitoterapica

Gli svizzeri sono gente precisa per antonomasia e non a caso il rigore calvinista ha trovato terreno fertile nella Ginevra del ‘500, lasciando in eredità un marchio forte in termini di rigore ed etica applicata al lavoro. Non è quindi forse del tutto casuale se proprio da un’iniziativa dell’USFP (Ufficio Federale della Salute Pubblica della Confederazione Elvetica) è partito l’input per un raffronto sistematico degli studi clinici in fitoterapia ed in medicina allopatica. Obiettivo: verificare se lo standard qualitativo con cui farmaci di sintesi e rimedi erboristici vengono valutati in base ai criteri della EBM è equivalente e se sono presenti elementi che possono fuorviare l’interpretazione dei risultati sperimentali. Circa novanta trials clinici rispondenti a criteri prefissati sono stati selezionati causalmente e confrontati ad altrettanti studi condotti su farmaci di sintesi. Affinità e divergenze sono state elaborate statisticamente, anche mediante analisi multivariata (Scarica il pdf).

Risultati: a parità di design (doppio cieco, random, eccetera) i trials fitoterapici contano mediamente su un numero minore di pazienti ed hanno meno visibilità, specie su scala internazionale. Il 35% di questi studi viene pubblicato in francese o tedesco su riviste prive di Impact Factor, elemento che ne limita la diffusione senza però essere indice oggettivo di minor rigore*. Il minor numero di pazienti di questi trials determina invece una media più alta di risultati positivi in conseguenza di errori standard maggiori ed una minore validità nel riscontrare reazioni avverse e controindicazioni, elementi che spesso divengono critici quando il campione viene esteso oltre i 100 individui e la trattazione statistica diviene conseguentemente più accurata, grazie ad una riduzione della finestra d’errore. Fin qui l’indicazione è una conferma di quanto si può intuire osservando anche in modo approssimativo la letteratura di settore ed è una conseguenza dei fondi più risicati a disposizione della validazione fitoterapica: meno soldi uguale studi in minor scala, ergo indicazioni meno solide.

Altri elementi interessanti: gli studi condotti su materiale standardizzato o su piante già inserite nelle monografie ESCOP hanno dato maggiori indicazioni di efficacia. Manca invece, su entrambi i rami, una valutazione su eventuali correlazioni tra esiti positivi e studi promossi da aziende.

Per contro non è corretto imputare agli studi sulla fitoterapia una scarsa qualità nell’esecuzione. Anzi, su molti parametri indipendenti dalla numerosità del campione (ad esempio validità del blinding, generazione della randomizzazione) il rigore del ramo fitoterapico si è rimostrato superiore a quello convenzionale, con un 21% di studi di qualità metodologica elevata contro un 5%. Detta in soldoni: i ricercatori clinici in fitoterapia devono gestire minori fondi e questo porta a risultati di minore solidità scientifica, ma il loro lavoro pare più preciso ed accurato dei loro colleghi che si occupano di farmaci di sintesi.

Si tratta di una conclusione interessante, perchè limita alcune interpretazioni un po’ superficiali secondo le quali la ricerca in ambito medico-fitoterapico verrebbe fatta in maniera poco rigorosa, con forti bias da parte degli autori e con metodi insoddisfacenti. Lo studio peraltro non si proponeva di valutare l’efficacia terapeutica, ma solo la qualità d’esecuzione, essendo questo un parametro spesso indicato a detrimento della ricerca in ambito fitoterapico. Per evitare ambiguità va infine rimarcato come solo la declinazione occidentale della fitoterapia sia stata studiata, ovvero l’impiego di circa 30 comuni droghe vegetali impiegate secondo i dettami medico-terapeutici della medicina convenzionale, in termini di diagnosi, trattamento e prognosi. La vulgata è che i risultati dello studio non si applicano alle MNC ed all’integrazione alimentare nè a pratiche consioderate non ortodosse in ambito medico e legate all’uso eclettico di piante medicinali. Anzi, un’analoga operazione condotta sugli studi di MTC (Medicina Tradizionale Cinese) ha prodotto risultati meno lusinghieri, anche in questo caso solo in termini di qualità metodologica.

* Quest’indicazione, in particolare, può contribuire alla recende discussione sulla qualità della ricerca condotta su riviste non indicizzate ISI e prive di Impact Factor, nata a seguito di un post di Progetto Galileo e poi proseguita sul blog di Fabio Turone.

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Matched-pair study showed higher quality of placebo-controlled trials in Western phytotherapy than conventional medicine
L. Nartey, K. Huwiler-Muntener, A. Shang, K. Liewald, P. Juni, M. Egger
J. Clinical Epidemiology 60 (2007) 787-794
(Scarica il pdf)

Objectives: Herbal medicine (phytotherapy) is widely used, but the evidence for its effectiveness is a matter of ongoing debate. We compared the quality and results of trials of Western phytotherapy and conventional medicine.
Study Design and Setting: A random sample of placebo-controlled trials of Western phytotherapy was identified in a comprehensive literature search (19 electronic databases). Conventional medicine trials matched for condition and type of outcome were selected from the Cochrane Central Controlled Trials Register (issue 1, 2003). Data were extracted in duplicate. Trials described as double-blind, with adequate generation of allocation sequence and adequate concealment of allocation were assumed to be of higher methodological quality. Results: Eighty-nine herbal medicine and 89 matched conventional medicine trials were analyzed. Studies of Western herbalism were smaller, less likely to be published in English, and less likely to be indexed in MEDLINE than their counterparts from conventional medicine. Nineteen (21%) herbal and four (5%) conventional medicine trials were of higher quality. In both groups, smaller trials showed more beneficial treatment effects than larger trials. Conclusions: Our findings challenge the widely held belief that the quality of the evidence on the effectiveness of herbal medicine is generally inferior to the evidence available for conventional medicine.

Aguzza la vista

Diverse o uguali? Due notizie legate alla coltivazione della pianta di Hevea brasiliensis (al secolo l’albero del caucciù) sono state recentemente presentate sulla stampa in modo differente, sebbene a prima vista la sostanza possa apparire simile. Nella Cina sudoccidentale le foreste vengono abbattute per fare spazio a piantagioni di Hevea al fine di soddisfare la pantagruelica fame di gomma dell’industria cinese e l’operazione viene associata a conseguenti gravi danni alla biodiversità locale. In Brasile invece il governo intensifica in modo massiccio la produzione di gomma naturale a partire dalla stessa pianta per produrre preservativi da distribuire gratuitamente alla popolazione e la notizia passa come un intervento a favore dell’ambiente. Affiancando i due eventi e confrontandoli come le classiche immagini della Settimana Enigmistica, quali differenze giustificano il diverso tono? La differenza risiede nel diverso sistema di gestione forestale della risorsa: tipicamente da piantagione industriale nel primo caso, da gestione sostenibile di risorse forestali preesistenti nel secondo, posto in atto presso una delle riserve legate al movimento Chico Mendes. Se difatti l’intervento cinese prevede la liberazione del terreno da foreste e l’impianto di alberi con la creazione di una monocoltura, quello brasiliano si configura come un tipico esempio di estrattivismo operato in un ambiente che non subisce un’alterazione grave: si raccoglie il caucciù da piante già esistenti allo stato spontaneo e poste all’interno di un sistema reale e dinamico, ovvero mescolate ad altre piante e quindi con un impatto ambientale e sociale molto più limitato.

In compenso però questa iniziativa brasiliana, di per sè lodevole, appare come un’operazione cosmetica per salvare la faccia ed addolcire una politica basata sulla monocoltura della soia che sta determinando gravissimi danni all’ecosistema amazzonico, con la benedizione ed il sostegno del governo Lula (vedasi recente post di Leucophaea and links therein).

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