è pur sempre il primo aprile
Marzo 31, 2008 a 11:02 pm (Uncategorized)
Tags: Pesce d'aprile
Marzo 31, 2008 a 10:22 am (Approfondimenti, Biodiversità, Divulgazione, Farmacognosia, Piante, Rizomi)
Tags: amazzonia, Caffeina, Darwin, Didattica, Ecologia, evoluzione, Guarana, Scienze, Tucani
Il mio professore di scienze del liceo era un tipo da didattica estrema: inculcare un minimo sindacale di chimica e biologia in studenti svogliati ed oppressi da greco e latino, in due sole ore settimanali. Uno dei suoi stratagemmi più riusciti fu quello degli “esempi di evoluzione”, chiosa finale di ogni interrogazione in cui lo studente era tenuto a presentare e motivare in termini evolutivi un caso di adattamento vincente posto in atto da una qualunque specie vivente. Questo piccolo Certamen Darwinianum, oltre a dare la stura ad un florido commercio sotterraneo di esempi da presentare, ha permesso di portare alla luce gli stratagemmi del cocomero asinino nella dispersione dei semi, il rapporto tra Biston betularia e la fuliggine della Rivoluzione Industriale, gli adattamenti evolutivi delle Cactacee ai climi torridi, di spiegare perchè la corteccia fresca delle Rhamnaceae è emetica via discorrendo. E soprattutto ha ottenuto il suo sporco effetto: inculcare in noi testoni i principi base dell’evoluzione.
All’epoca Internet era ancora una chimera (Tim Berners-Lee avrebbe definito il protocollo HTTP qualche anno dopo) ed il recupero di possibili esempi da sottoporre al vaglio critico del professore era totalmente affidato alla consultazione di testi di etologia, botanica e biologia reperiti nei modi più strani. Oltre che alla creatività ed alla capacità d’osservazione individuale, naturalmente. Per questi motivi non trovai (anche perchè non era disponibile in questa forma dettagliata e precisa - scarica il pdf) nulla sull’educazione evolutiva del Tucano da parte del Guaranà attraverso la precisa compartimentazione di alcuni metaboliti secondari colorati, nutritivi o bioattivi. Che il seme di guaranà contenga grandi quantità di caffeina è rinomato, lo sanno anche gli eterni stanchi e gli adepti di afterhours e notti brave, ma la sua localizzazione specifica nel seme e non in altre parti del frutto ha avuto una spiegazione precisa solo nel 1995.
Il frutto di Paullinia cupana (ed in realtà di tutto il genere Paullinia) è infatti l’epitome dell’ingegno evolutivo, funzionale come un coltellino svizzero ed inventivo come uno dei gingilli che Q passava a 007 prima delle missioni più difficili. Botanicamente è una capsula contenente un solo seme avvolto in un arillo. Struttura, cromatismi e contenuto in metaboliti secondari rispondono a precise esigenze di dispersione del seme, grazie all’aiuto inconsapevole ma ricompensato di uccelli amazzonici frugivori tra cui i tucani. I volatili sono infatti attratti visivamente dalla combinazione cromatica del rosso della capsula, del bianco della lanuggine interna e dal nero del seme, che formano il caratteristico “occhio” a loro ben visibile e riconoscibile nel verde delle fronde, per cui calano sulla liana e ne mangiano i frutti con voluttà. In realtà non mangiano tutto il frutto, ma si cibano preferenzialmente dell’arillo bianco e sputano, spesso lontano dalla pianta in cui hanno banchettato, i semi. Questo avviene perchè l’arillo fibroso è ricco di zuccheri e totalmente privo di caffeina, mentre il seme contiene una quantità di caffeina tale da stordire (ma non uccidere: l’individuo educato è evolutivamente più utile al Guaranà di quello morto) i tucani, che imparano rapidamente a non spezzare il seme durante il pasto ed a rigurgitarlo appena inizia la digestione, diverse decine di minuti dopo averlo ingerito. Questo è possibile perchè la parte esterna del seme è abbastanza resistente ai succhi gastrici del tucano da non rilasciare caffeina se non dopo circa un’ora, tempo sufficiente invece alla degradazione di glucosio e fruttosio presenti nell’arillo.
Il risultato di un metabolismo che accumula principi attivi selettivamente nei diversi tessuti della pianta e del concordato biochimico tra guaranà e tucani garantisce la dispersione del seme nella foresta, lontano dalla pianta madre, ed offre un bel pò di calorie all’educato frugivoro in cambio del suo lavoro di vettore. Un vero meccanismo biochimico ad orologeria, sviluppatosi grazie al reciproco vantaggio che gli individui dotati della capacità di biosintesi selettiva da un lato e dell’abilità nell’apprendere a nutrirsi dall’altro hanno acquisito nel tempo rispetto ai propri simili meno evoluti. Il tutto, peraltro, spiega in maniera esemplare uno dei motivi per cui non tutte le parti di una pianta medicinale hanno lo stesso contenuto in principi attivi.
Io dico che con un esempio così un bell’otto non me lo avrebbe tolto nessuno.
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Guaraná (Paullinia cupana) rewards seed dispersers without intoxicating them by caffeine
Thomas W. Baumann, Brigitte H. Schulthess and Karin Hänni
Phytochemistry 1995 39: 1063-1070
(Scarica il pdf)
The fruit of the Amazonian guaraná liana (Paullinia cupana) looks like a human eye, and undoubtedly shows the ‘bird dispersal syndrome’. The seeds were reported to be ingested by large birds such as toucans and guans. We determined the purine alkaloid content of the various fruit and seed parts. The two aspects of defence and dispersal are reflected in the differential seed alkaloid distribution: the seed kernel (embryo with bulky cotyledons) and the seed coat (testa) accumulate much caffeine, i.e. 4.28 and 1.64%, respectively, whereas the ‘white of the eye’, the aril, is virtually alkaloid-free, but contains glucose, fructose and sucrose up to almost 70% of aril dry weight. Furthermore, the aril is strongly hygroscopic and it is suggested that it extends germination power by preventing seed desiccation. Experiments simulating pH and temperature conditions in the avian stomachs showed rapid desintegration of the aril and no caffeine release by the intact seed at pH 4.5 (crop) during the first 30 min of ‘digestion’. Only a tiny fraction (between 0.025 and 0.07%) of total seed caffeine left the intact seed after 60 min at pH 4.5 or during the incubation at pH 2.3 (gizzard), indicating the presence of a very powerful diffusion barrier in the seed coat which at least theoretically should prevent intoxication of the dispersing bird even after an assumed foraging bout of 50 seeds. The cracked seed, however, releases a considerable fraction of its caffeine, considered harmful to destructive birds, if a few seeds were processed in this way. Absence of caffeine in the aril could well be the result of a ’secondary’ degradation during maturation, analogous to hypoglycin A in the aril of the closely related sapindaceous Blighia sapida.
Marzo 30, 2008 a 1:06 am (Farmacognosia, Fitoterapia, Piante, Ricerca, Validazione)
Tags: Clinical Trial, Demenza senile, Fitoterapia, Gingko, Gingko evaluation of memory, GuidAge, ipotesi ossidativa, Prevenzione, Scienza
Nonostante la percezione comune, la ricerca (e l’etimologia aiuta a capirlo) non segue solo vie maestre e battute ma cerca con pazienza di aprire una possibile strada su terreni poco battuti ed incerti. Insomma, esplora. E l’esplorazione implicitamente prevede la possibilità di tornare sui propri passi, di costruire quella che a posteriori si definisce conoscenza attraverso un processo di prova ed errore, un lento accumulo di informazioni, una progressiva selezione tutt’altro che straightforward, “dritta in avanti”, come benissimo espresso dagli anglosassoni. Per questo motivo le indicazioni degli studi clinici, di quelli farmacologici ed a maggior ragione quelle delle indagini in vitro o su modelli semplificati, non dovrebbero mai essere assolutizzate a verità definitiva, come purtroppo certa pubblicistica fa, ma inseriti in un contesto ampio e valutati in relazione a quanto già conosciuto. Per usare una metafora neanche troppo lontana dalla realtà, per capire la direzione di una curva un punto è inutile, due possono dare un’idea vaga, molti punti permettono di descrivere bene la situazione e la rotta da prendere per non perdersi.
Per questo motivo non è sufficiente una pubblicazione su ratti o uno studio in vitro per asserire che un estratto vegetale è terapeuticamente efficace e consigliabile a chiunque. Ed è sbagliato e rischioso estrapolare indicazioni universali da indicazioni emerse da ricerche mirate a soggetti precisi e ben caratterizzati. Chi lo fa non solo offre un pessimo servizio al fruitore finale (ovvero noi consumatori sani o malati), ma anche alla fitoterapia o all’uso di prodotti vegetali in genere, esposti ad un effetto boomerang che ne mina la credibilità. Dire le cose come stanno non significa dare contro ad una disciplina o ad una materia, significa contribuire a dare ad essa un ruolo preciso, chiaro, onesto e riconosciuto. Corretto per essa stessa e per chi intende avvalersene.
Su Gingko biloba sono disponibili molte informazioni. Questa pianta ha un radicamento nella medicina tradizionale molto minore rispetto al diffuso impiego terapeutico e commerciale che se ne fa e molte delle applicazioni proposte nascono quindi da dati di ricerca. Alcune rotte che sono state tracciate per il Gingko si sono rivelate vicoli ciechi (il trattamento del tinnitus, ad esempio), su altre il percorso sta offrendo indicazioni progressivamente positive come nel caso della prevenzione del declino cognitivo degli anziani (da considerarsi come evento fisiologico non obbligatoriamente correlato alla sua versione patologica, la demenza senile), ma la lettura dei dati introdotti dal tradizionale cappello “la ricerca scientifica ha dimostrato che…” deve sempre essere attenta.
In questo settore molto si sta facendo per verificare la cosiddetta “ipotesi ossidativa“, secondo la quale la supplementazione alimentare con forti antiossidanti permetterebbe di rallentare i processi radicalici alla base della perdita di memoria che hanno fisiologicamente luogo durante la vecchiaia. Da una decina d’anni vengono pubblicati trials clinici su questo utilizzo di Gingko biloba effettuati con modelli sperimentali differenti e soprattutto su fasce d’età assai diverse. Un risultato abbastanza assodato è che la sua somministrazione in persone sane al di sotto dei 60 anni di età sembra fornire vantaggi estremamente limitati se non trascurabili, come evidenziato da una revisione sistematica recente. Questo significa che abbiamo preso un altro sentiero sbagliato? Non necessariamente: dice che se dato a persone non anziane non ha effetti significativi per questo preciso utilizzo, ovvero che il target non risponde.
Quello dell’eterogenicità degli studi e dei target è uno dei problemi cardine nella traduzione del dato scientifico, perchè lo rende fortemente passibile di travisamenti e banalizzazioni, dovuti all’eccesso di semplificazione chiesto (e purtroppo fornitole) dall’opinione pubblica: funziona si/funziona no. In realtà la risposta dovrebbe sempre essere “dipende” e mai dicotomica. Dipende da cosa si intende trattare, in quali soggetti, con quali problemi, attraverso quali forme di somministrazione, eccetera. Ad esempio, una lettura semplificata della revisione citata potrebbe portare a sancire l’inutilità dei prodotti a base di gingko nel trattamento delle turbe della memoria. Ma quel che vale per individui sani al di sotto dei 60 anni è universalizzabile? Si direbbe di no a leggere i risultati degli studi su una popolazione più anziana.
E’ di questi giorni la pubblicazione di un trial clinico in doppio cieco randomizzato che giunge a sostegno di precedenti indicazioni, secondo le quali Gingko biloba garantiva moderati miglioramenti allo status cognitivo degli anziani, come indicato dalla British Association for Psychopharmacology nel 2006 (scarica il pdf). Secondo lo studio (scarica il pdf), durato oltre tre anni e condotto su circa 120 pazienti ultra-ottantacinquenni a rischio cognitivo, un estratto standardizzato di Gingko biloba foglie (80 mg tre volte al giorno) ha probabilmente garantito in chi ha seguito con rigore il trattamento una minore incidenza di demenza senile ed una migliore performance mnemonica. Per la serie “non esistono pranzi gratis” il trattamento ha però causato anche un incremento di eventi ischemici e di piccoli infarti, non letali e non connessi a quei fenomeni proemorragici per i quali il gingko è noto.
Un trend simile nell’effetto in funzione dell’età è stato evidenziato da uno studio analogo effettuato utilizzando picnogenolo, una miscela proprietaria di polifenoli fortemente antiossidanti estratti dalla corteccia di Pinus maritima. Quasi a suggerire che ci possa essere un fil rouge a livello di meccanismo, da confermare su numeri maggiori.
Come correttamente indicano gli autori, le dimensioni di questo studio hanno permesso solo di mostrare un possibile effetto preventivo e per una solidità statistica ottimale servirebbe una popolazione di qualche migliaio di individui. Non a caso sono in corso due studi particolarmente ampi come il Gingko Evaluation of Memory negli Stati Uniti ed il GuidAge Study europeo, entrambi con oltre 3000 pazienti trattati ma con alcune differenze nei dosaggi e negli outcomes da valutare, che includono anche il trattamento e non solo la prevenzione di demenza senile ed Alzheimer. I loro risultati, attesi per i prossimi anni dovrebbero garantire una mappa più precisa con cui orientarsi nel territorio di Gingko biloba.
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A randomized placebo-controlled trial of ginkgo biloba for the prevention of cognitive decline
H.H. Dodge, T. Zitzelberger, B.S. Oken, D. Howieson, J. Kaye
Neurology 2008.
(scarica il pdf)
Objective: To assess the feasibility, safety, and efficacy of ginkgo biloba extract (GBE) on delaying the progression to cognitive impairment in normal elderly aged 85 and older. Methods: Randomized, placebo-controlled, double-blind, 42-month pilot study with 118 cognitively intact subjects randomized to standardized GBE or placebo. Kaplan-Meier estimation, Cox proportional hazard, and random-effects models were used to compare the risk of progression
from Clinical Dementia Rating (CDR) 0 to CDR 0.5 and decline in episodic memory function between GBE and placebo groups. Results: In the intention-to-treat analysis, there was no reduced risk of progression to CDR 0.5
(log-rank test, p 0.06) among the GBE group. There was no less of a decline in memory function among the GBE group (p 0.05). In the secondary analysis, where we controlled the medication adherence level, the GBE group had a lower risk of progression from CDR0 toCDR0.5 (HR0.33, p 0.02), and a smaller decline in memory scores (p 0.04). There were more ischemic strokes and TIAs in the GBE group (p 0.01). Conclusions: In unadjusted analyses, ginkgo biloba extract (GBE) neither altered the risk of progression from normal to Clinical Dementia Rating (CDR) 0.5, nor protected against a decline in memory function. Secondary analysis taking into account medication adherence showed a protective effect of GBE on the progression to CDR 0.5 and memory decline. Results of larger prevention trials taking into account medication adherence may clarify the effectiveness of GBE. More stroke and TIA cases observed among the GBE group requires further study to confirm.
Marzo 29, 2008 a 1:04 pm (Farmacognosia, Nutraceutica, Piante, Principi attivi, Ricerca)
Tags: antiossidanti, Dieta mediterranea, flavonoidi, Flora, Michael Pollan, Nutrizione, Progetti di ricerca, rischio cardiovascolare, western diet
Il FLORA project (Flavonoids and related phenolics for healty living using orally recommended antioxidants), da non confondersi con il Flora Project for Heart Disease Prevention, è un progetto di ricerca finanziato dal sesto programma quadro della Unione Europea. Si occupa dello studio dell’utilità salutistica della grande classe chimica dei flavonoidi, operando ricerche multicentro che coinvolgono istituzioni e gruppi di mezza Europa.
Rispetto a quanto avviene comunemente nella ricerca fitoterapica e nutrizionale, per una volta attorno al bancone da laboratorio sono contemporaneamente presenti fisiologi e genetisti vegetali, chimici, farmacologi ed epidemiologi, assieme per operare in sinergia ed in parallelo anzichè in serie o tramite ricerche slegate ed indipendenti tra loro. Questo approccio è estremamente importante, in quanto uno dei limiti delle ricerche monotematiche risiede nella difficoltà di correlare correttamente tra loro i risultati ottenuti da esigenze e prospettive non sempre armoniche (il medico non affronta il problema da chimico, il chimico non lo affronta da farmacologo, l’epidemiologo studia l’uso di un alimento senza essere abbastanza esperto sulla fonte vegetale, il biotecnologo da solo non è in grado di svuluppare modelli adeguati, eccetera). Il risultato di approcci slegati è spesso un patchwork di dati, che forniscono visioni d’insieme spesso viziate da forzature.
I ricercatori di FLORA (una buona parte dei quali italiani), riservano particolare attenzione al ruolo dei flavonoidi nella dieta e non a caso una delle ultime indicazioni emerse riguarda il legame tra antocianine e rischio cardiaco e la proiezione di questi dati nel confronto tra Dieta Mediterranea e Dieta Ocidentale (ehi, guarda! C’e’ di nuovo Michael Pollan!). Si tratta delle indicazioni preliminari, condotte su animali, necessarie per passare alla successiva fase del lavoro, quella sull’uomo.
Con merito, il progetto prevede anche una parte di divulgativa attraverso una newsletter gratuita scaricabile in pdf. Un bel modo per non tenere la ricerca chiusa in un laboratorio o in una rivista di settore spesso ostica per chi non vive di pane a provette.
Marzo 28, 2008 a 2:40 pm (Approfondimenti, Etica, Farmacognosia, Mercato Erboristico, Popoli)
Tags: Comes, commercio equo, Erboristeria, Fairtrade, Observer, te, Tea, Tisane
Avere le bustine sugli occhi è equivalente ad avere il prosciutto sugli occhi? La risposta è affarmativa leggendo la traduzione presente su Internazionale in edicola oggi e tratta dall’Observer, quotidiano britannico che ospita una rubrica fissa chiamata Ethical Living, in cui vengono trattati in chiave giornalistica anche temi a noi cari, dalla presunta eticità degli integratori alimentari alla produzione casalinga di dentifrici bio. Si parla spesso anche di Fairtrade applicato a prodotti erboristici, incluse due commodities storiche come caffè e tè e dell’impatto che pratiche di commercio etico possono avere sui produttori alla base della piramide commerciale.
L’articolo di Internazionale non è disponibile online ma è presente in inglese sul sito dell’Observer e fotografa le storture del mercato del tè, dello sfruttamento del lavoro minorile nelle piantagioni e dell’equità dei prezzi che arrivano a raccoglitori e produttori. Si tratta di fattori ai quali chi frequenta un’erboristeria è in genere assai attento ma che sovente vengono dimenticati al momento della scelta di un prodotto così comune e diffuso. Dopo decenni di bracciantato minorile pare che anche i grossi produttori convenzionali stiano prestando una qualche attenzione al problema, mentre solo il commercio equo garantisce salari accettabili ai coltivatori e condizioni di lavoro adeguate. Questa corsa del gambero dei prezzi implica un vantaggio per il consumatore occidentale (che negli ultimi decenni ha pagato sempre meno per la bustina di tè), ma si traduce in una ricaduta sempre più esigua per il produttore reale, che riceve meno delle briciole del valore aggiunto prodotto dall’allargamento costante dei consumi. La feroce concorrenza basata più sul prezzo (la cui limatura cade sempre più spesso sui salari ai produttori) anzichè sulla qualità del prodotto non aiuta, come illustrato da questa fotografia del mercato in Sri Lanka. Nell’articolo il focus è centrato sull’esigenza di produrre e difendere la produzione qualitativamente migliore ed il legame tra qualità e certificazione è considerato cardinale dagli operatori del settore, secondo i quali la semplice rincorsa al prezzo più basso si traduce esclusivamente in una guerra tra poveri ed inasprisce anzichè risolvere le questioni del lavoro a basso costo, anche minorile e della dignità dei lavoratori.
Lo scorso autunno a Kuminda ho incontrato Sarath Ranaweera, tea taster di prim’ordine e direttore di Bio Foods, uno dei principali produttori di tè fairtrade dello Sri Lanka. In quell’occasione Sarath mi aveva descritto esattamente la strategia e la logica di intervento di SOFA, la cui motivazione primaria è proprio quella di garantire la risoluzione dei problemi descritti da Lucy Siegle nel suo articolo sull’Observer, passando attraverso l’innalzamento della qualità dei prodotti e seguendo uno schema che i cultori del vino, degli alimenti DOP e dello Slow Food in genere conoscono benissimo.
Marzo 28, 2008 a 12:44 pm (Divulgazione, Nutraceutica, Piante, Ricerca, Validazione)
Tags: Camu, Chia, Goji, integratori alimentari, Lucuma, Mesquite, Muscadine, Nutraceutica, Yacon
Sul mio aggregatore di news, settore nutraceutica, passano in continuazione lanci di nuovi prodotti, nuove linee, nuove fonti di materie prime per integratori o per alimenti di nicchia. Le informazioni associate sono sempre scarne ed abbastanza vaghe. Si intuisce che la loro funzione è quella di finire in qualche pubblicità redazionale o in una brochure di presentazione e l’aspetto tecnico-scientifico, quando presente, è inevitabilmente annacquato. Sta all’iniziativa individuale dell’erborista e del consumatore aggiornarsi ed approfondire e capire nel dettaglio.
Chia, Mesquite, Goji, Yacon, Lucuma, Muscadine e Camu sono gli ultimi esotismi di una lunga serie. Prossimamente farò qualche post sulle piante che stanno dietro questi nomi, sulla loro origine e sul senso del loro utilizzo.
Chia - Salvia hispanica 2/4/2008
Goji - Lycium barbarum 12/5/2008
Marzo 26, 2008 a 5:34 pm (Fitocosmesi, Piante, Ricerca)
Tags: Cosmetici, Cotogno, Cydonia oblonga, Erboristeria, Fitocosmesi, Korres, Quince, Sal, Shorea robusta
Korres è un produttore greco di fitocosmetici, con un bouquet completo in linea con il trend di mercato eco-bio (anche se in realtà alcuni ingredienti usati sono semisintetici o considerati alla stregua di solventi, come alcuni glicole-derivati). I suoi prodotti sono distribuiti in Italia da Coin, ma filosofia e catalogo sono consultabili interamente online, per chi volesse farsi un’opinone. Curiosando tra gli INCI ho trovato, oltre ad una gran mole di ingredienti ricorrenti ed alcune scelte tipicamente “mediterranee” come l’uso del coriandolo, del melograno, del miele e dello yoghurt, anche due materie prime meno usuali: Cydonia oblonga e Shorea robusta.
La prima è il comune cotogno (sinonimo botanico Pyrus cydonia) ed in cosmesi se ne usa prevalentemente l’estratto idroalcolico dei semi, ricchi in fenoli antiossidanti (soprattutto derivati caffeoilquinici e flavoni glicosilati) e mucillagini idrosolubili leggermente acide (formate per la precisione da cellulosa abbinata a xilani fortemente sostituiti con acido glucuronico e concentrate nel tegumento del seme, così chiudiamo il siparietto tech-talk), presenti nell’ordine del 20% e stabili in ambiente acquoso. I semi contiengono anche un olio (15% circa) costituito come in altre Rosacee soprattutto da acido linoleico. Un articolo recente ha definito l’abbondanza di acido citrico ed ascorbico nei semi, che sono invece risultati poveri di altri acidi organici come malico e fumarico. E’ stata anche descritta l’azione antiossidante dell’estratto dei semi, sebbene il test impiegato sia uno solo e neanche particolarmente solido dal punto di vista dei risultati (scarica il pdf). Riguardo alle mucillagini esiste invece uno studio in vivo sull’azione cicatrizzante negli animali. La mucillagine viene ottenuta tradizionalmente per bollitura dei semi (interi o meglio in polvere) in acqua e veniva usata nella medicina eclettica americana nel trattamento topico del mal di gola e delle irritazioni oculari.
Sebbene le indicazioni specifiche e dirette siano limitate, il loro razionale d’impiego cosmetico è nel miglioramento della percezione tattile della pelle (morbidezza) e nell’azione filmante, emolliente e reidratante, protettiva contro i danni ossidativi e blandamente antinfiammatoria. Questo è in linea con quanto indicato in diverse formulazioni brevettate come ad esempio questa, in cui tra l’altro si suggerisce l’uso di polialcoli come l’1,3-butandiolo per ottimizzare l’estrazione. L’estratto ha colore scuro e viene usato in percentuali variabili. Ad esempio per un estratto al 2,5% si consiglia l’utilizzo nei formulati finali di concentrazioni variabili tra il 3 e l’8%.
Shorea robusta è invece nota col nome comune di Sal o Salwood ed ha origine esotica. Si tratta difatti di una pianta forestale originaria del subcontinente indiano ed anche in questo caso se ne usano i semi, che contengono un burro composto principalmende da acido stearico (40-45%) ed oleico (40-45%), che lo rendono una buona base di partenza per la fabbricazione industriale di margarina o saponi. Per la sua composizione rientra ta i burri consentiti come succedanei del burro di cacao nella produzione di cioccolata (assieme ad illipe, palma, karitè, Garcinia indica e nocciolo di mango, per la cronaca). Shorea robusta non va confusa con Shorea stenoptera da cui si ottiene il butto di illipe, che contiene più acido palmitico ed ha un punto di fusione ancora più elevato, talvolta superiore a 38 °C. La frazione insaponificabile è abbastanza ricca ma meno abbondante di quella del burro di cacao (numerodi saponificazione circa 150-180 contro i 200 del burro di cacao) e contiene oltre a steroli e triterpeni abbastanza comuni anche un 20% circa di triterpeni chetonici. La loro applicabilità cosmetica non risulta studiata.
Dal punto di vista cosmetico può essere considerato un’alternativa di minor costo al burro di cacao (il suo punto di fusione è leggermente superiore) in formulazioni che necessitano di una certa consistenza e di un’azione ammorbidente la cute. La ridotta presenza di acidi grassi polinsaturi lo rende abbastanza stabile alla perossidazione. Sarebbe interessante vedere se l’insaponificabile presente può avere un ruolo funzionale come filtro UV o come attivatore del microcircolo.
Marzo 24, 2008 a 10:10 pm (Approfondimenti, Farmacognosia, Mercato Erboristico, Piante)
Tags: Atlanti vegetali, Droghe, Erboristeria, Farmacopea, Microscopia, Piante medicinali
Quando si parla di controllo di qualità in erboristeria il primo riferimento è per le tecniche moderne, quelle basate sulla chimica analitica e sulla fitochimica: cromatografia, spettroscopia. Il loro obiettivo è quello di quantificare alcuni principi attivi caratterizzanti o individuare la presenza di eventuali sofisticazioni a garanzia della qualità e della sicurezza offerte. Esistono però anche altri approcci, meno sofisticati in quanto a tecnologie e tuttavia spesso risolutivi in casi particolari. Si tratta dei casi in cui esiste il bisogno di identificare una droga sconosciuta: un caso specifico può riguardare un sequestro di droghe vegetali non rapidamente identificabili da parte delle forze dell’ordine (sapreste distinguere delle foglie secche e tritate di Khat? O della polvere di Salvia divinorum senza sapere a priori che è lei? O una droga vegetale riturata rinvenuta in una tomba?). Oppure ancora approcci non strumentali possono essere indispensabili quando l’accorto sofisticatore ha aggiunto un adulterante ignoto, di basso costo e non rivelabile con i più comuni protocolli di controllo chimico applicati di routine alla droga sofisticata. Oppure se l’adulterante proviene da una pianta del tutto inattesa ed imprevedibile, magari nociva, aggiunta o sostituita per dolo o per errore come nell’ormai famigerato caso della sostituzione di Stephania tetrandra con Aristolochia fangchi.
Grossisti, commercianti ma anche industrie alimentari e organismi di ricerca investigativa in ambito legale hanno spesso necessità di ricorrere a quello che si definisce controllo farmacognostico di identità delle spezie e delle droghe, soprattutto quando queste giungono dall’estero e non c’è modo di controllare direttamente tutta la filiera. E’ chiaro quindi che il riconoscimento della purezza botanico-farmacognostica delle droghe garantisce, anche se in parte, la sicurezza e l’efficacia di un prodotto erboristico.
Lo svolgimento di queste indagini basate sull’istologia e sulla botanica è tuttavia particolarmente laborioso e necessita di competenze particolari, per riconoscere parti vegetali che raramente si presentano integre e più spesso sono deformate dal trattamento post-raccolta, polverate, tritate, contuse e quindi riconoscibili solo con l’ausilio di un microscopio. E soprattutto per confronto con materiale di riferimento di provenienza garantita e certificata. In alternativa al confronto reale possono essere utilizzate le indicazioni testuali delle Farmacopee, se le piante osservate vi sono incluse (e non sempre capita), oppure con l’ausilio di atlanti illustrati, che come descritto in un post precedente sono spesso difficili da recuperare.
Oltre alle monografie dell’American Herbal Pharmacopeia già citate, è disponibile ad un buon prezzo (90 dollari) anche un completo atlante compilato da un’altra organizzazione americana, l’American Botanical Council, e chiamato The Identification of Medicinal Plants - A Handbook of the Morphology of Botanicals in Commerce.
Questo atlante contiene la descrizione testuale dell’aspetto macroscopico e microscopico di circa 150 droghe, corredate da fondamentali tavole illustrate che descrivono i tratti salienti dei marker diagnostici di ognuna di esse. L’elenco delle droghe presenti e soprattutto un esempio di testo ed illustrazioni sono disponibili in pdf sul sito dell’editore.
Marzo 22, 2008 a 11:51 pm (Fitoterapia, Mercato Erboristico, Piante, Ricerca, Validazione)
Tags: Echinacea, Erboristeria, Fitoterapia, Geranio, Pelargonium, Raffreddore, salute, Vitamina C
Letture per una Pasqua freddolosa: Pelargonium sidoides ed il suo uso nel trattamento del raffredore secondo l’interpretazione dei medici di base americani (full text dal Journal of Family Practice, qui per la versione pdf). Sembra meglio di Vitamina C, preparazioni a base di zinco ed echinacea e la prospettiva è quella senza troppi fronzoli di un medico di famiglia: quando usarlo, quando no, come tradurre in pratica le indicazioni che vengono da un trial clinico, per quanto isolato.
E se a Pasquetta il tempo è brutto, potete sfogliare anche il resto della rivista, che tratta spesso anche temi di fitoterapia e l’uso di piante medicinali nella soluzione di piccoli problemi di salute. L’ultimo numero pubblicato è sempre consultabile, quelli più vecchi di sei mesi sono disponibili gratuitamente solo a seguito della registrazione al sito.
Marzo 21, 2008 a 9:59 am (Approfondimenti, Farmacognosia, Fitoterapia, Mercato Erboristico, Piante)
Tags: Controllo di qualità, Droghe vegetali, Erboristeria, Farmacognosia, Farmacopea, Herbal Pharmacopoeia, Libri
American Herbal Pharmacopoeia è una organizzazione no-profit che si occupa di produrre materiale utile al mercato erboristico nel controllo di qualità e nell’aggiornamento sull’uso terapeutico delle piante medicinali. Il principale scopo dell’AHP è quello di redarre e mantenere aggiornate monografie sullo stato dell’arte della ricerca erboristica circa le più diffuse droghe vegetali. Ulteriore servizio offerto è quello della fornitura di droghe e protocolli standard da utilizzare come campioni certificati nei saggi farmacognostici di riconoscimento e nel controllo di qualità di campioni commerciali, operazione che non sempre è fattibile con sicurezza solo ed esclusivamente per via chimico-analitica.
Senza dubbio alcune delle pubblicazioni dell’AHP in questo settore colmano un vuoto d’informazione sensibile, dato che le informazioni attualmente disponibili e relative alle tecniche ed alle schede di controllo macroscopico e microscopico delle droghe provengono da fonti assai datate, limitate, di difficile reperibilità o scritte in tedesco (penso a Powdered Vegetable Drugs di Jackson e Snowdon, al Pulver-Atlas der Drogen di Eschrich o al capitolo purtroppo presente solo nella vecchia versione inglese del testo di Trease and Evans, ad esempio). Oltre a questi aspetti le monografie coprono in maniera sintetica le nozioni base di ogni droga: trattamento post-raccolta, preparazioni, dosaggi, efficacia, tossicità, tecniche analitiche di controllo di qualità, stabilità e normativa nazionale ed internazionale. Delle 300 monografie pianificate ne sono state completate circa una ventina ed alcune di essere sono già in fase di revisione ed aggiornamento (quella di Hypericum perforatum, ad esempio). Sul sito è disponibile gratuitamente il file pdf della monografia su Valeriana officinalis.
Come per molte fonti di materiale professionale lo scoglio principale è nel prezzo, veramente elevato, delle schede monografiche (90 dollari più spese per un documento di circa 30 pagine). Tra l’altro, la pur utile e lodevole disponibilità del file pdf non prevede un prezzo differenziato per questo supporto, che ha costi di produzione quasi nulli. I materiali di riferimento sono in senso assoluto anche più cari, ma in questo caso la difficile reperibilità di standard certificati e la loro utilizzabilità anche per analisi di tipo legale va considerata.
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Amercan Herbal Pharmacopoeia Mission
The Mission of the American Herbal Pharmacopoeia is to promote the responsible use of herbal medicines and insure they are used with the highest degree of safety and efficacy as is achievable. Our primary way to accomplish this is through the development of standards of identity, purity, and analysis for botanicals, as well as to critically review traditional and scientific data regarding their efficacy and safety. These works will be disseminated through a variety of AHP publications such as monographs, textbooks, and other educational materials; workshops and conferences; electronic media, and other avenues of distribution as are appropriate.