Farsi valere

Il mercato dei functional foods e dei nutraceutici (gli alimenti addizionati tra le altre cose di vitamine ed ingredienti anche naturali con proiezione salutistica) è in pieno toro. Ma lo scetticismo dei consumatori nei confronti dei claim troppo spinti e verso l’uso troppo disinvolto di dati scientifici piegati ad esigenze di marketing inizia a farsi sentire.

Come indicato in un lancio d’agenzia da parte di chi ha condotto un recente studio sul tema: “[it is ] essential that manufacturers promote functional foods in a credible and honest manner and continue to educate consumers about the credence of emerging ingredients such as lycopene, prebiotic fibre and plant sterols.” In realtà la responsabilità nell’educazione dei consumatori non spetta solo ai produttori, ma la frase è più che condivisibile.

Il fascino discreto del cosmeceutico

Il termine cosmeceutica indica una categoria merceologica specifica ma sfuggente e frutto di diverse ambiguità. Per i più critici è uno degli abiti nuovi dell’imperatore o una zona franca per eco-furbi, per altri un buon mezzo di penetrazione sul mercato, per altri ancora una forma ibrida in grado di garantire prevenzione o trattamento soft contro inestetismi o invecchiamento cutaneo. Per soffiare via un pò di nebbie, iniziamo col dire che il termine è più figlio di esigenze commerciali che strettamente scientifiche e che la quantità di informazioni direttamente ottenute testando prodotti cosmeceutici è attualmente limitata.

Nello specifico è definito come cosmeceutico un prodotto che abbina un elemento strettamente cosmetico (quindi nella sua definizione casher non curativo, solo con finalità estetiche su pelle sana e contenente sostanze non in grado di passare la barriera cutanea, quindi virtualmente non attive sul derma profondo) ad uno funzionale, diciamo “attivo”. Se ne ottiene un prodotto non solo cosmetico ma in grado di svolgere una funzione parzialmente attiva ed in questo senso spostato più verso il “farmaco”, destinato ad una pelle borderline tra salute ed ingresso nella patologia . Il corsivo e le vigolette non sono casuali: la distinzione tra stato patologico e salute è sempre labile ed al cosmeceutico non è richiesta una garanzia di efficacia; qualora le sostanze attive fossero conclamatamente efficaci, la loro concentrazione sarà inferiore a quella terapeuticamente riconosciuta, in maniera tale da non rientrare in una classificazione farmaceutica (con limitazioni commerciali e normative più rigide). La definizione non ufficiale della FDA americana è chiara a riguardo: “cosmetic products that have medicinal or drug-like benefits“. Simile, ma non uguale.

Questo, è facile da intuire, crea una zona grigia in cui molte cose sono possibili ed i confini tra il certo e l’incerto si fanno più labili. E come dice il tenente Holden in Operazione Sottoveste, “nel torbido si pesca meglio“, che poi nella versione originale è l’ancor più esplicito e calzante “in confusion their is profit“. A dire il vero nello stesso film c’è un’altra battuta in topic, stavolta per bocca di Cary Grant: “certe cose sono come lo spogliarello, non indagare come lo fanno ma goditi il risultato“. Per il cosmeceutico possono valere entrambe, anche se l’entità del risultato è difficile da stabilire con adeguata certezza. L’uso di dosaggi limitati ottempera infatti a due esigenze: la riduzione del rischio di effetti collaterali e la possibilità a livello di immagine di sfruttare il traino mediatico di ingredienti noti per la loro efficacia, restando però nel seminato di un prodotto over-the-counter, in grado di arrivare direttamente al consumatore senza mediazione di un terapeuta e senza troppi vincoli legali e normativi. Che questa finestra permetta operazioni non sempre garantite è evidente. E soprattutto, andando questi prodotti ad intervenire, seppure in forma blanda, su uno stato fisiologico alterato il loro impiego andrebbe comunque mediato da una persona con un minimo di competenze dermatologiche e cosmetologiche.

Ad esempio, una ipotetica crema contro le smagliature a base di Centella asiatica o una pomata a base di alfa e beta idrossiacido o retinolo sarebbero classificabili come cosmeceutici, ma per esserlo non possono contenere una quantità di asiaticosidi o idrossiacidi superiori ad un determinato valore (quello a cui si sono ottenuti risultati terapeuticamente apprezzabili per via topica). Ma se la quantità è inferiore e l’effetto benefico ha una logica dose-dipendente (usiamo il caso più semplice) la garanzia del risultato non è la medesima, sebbene a livello di percerzione l’utente applichi l’associazione centella-efficace-prodotto valido. Idem per qualunque altro fitocosmetico, per il quale è solo la quantità e non la tipologia di ingrediente a porre un confine tra l’uso terapeutico e quello cosmetico.

In altre parole i cosmeceutici possono essere visti come i cugini cosmetici dei nutraceutici (loro controparte nell’alimentazione, anche se non proprio speculare) e possono contenere quantità controllate di principi attivi come vitamine e retinoidi, sostanze vegetali in grado di esercitare un’azione ad esempio a livello dei capillari, sostanze antiossidanti o capaci di penetrare nel derma, enzimi come la superossido dismutasi, da soli o in miscela. Messa così, praticamente qualunque fitocosmetico è potenzialmente classificabile come cosmeceutico, se la droga d’origine o il principio attivo non è classificato come farmaco e questo già rende difficile la distinzione tra cosmeceutico e cosmetico, creando ulteriori ambiguità.

Di fronte alla domanda-topos “ma funzionano?” la risposta è ardua: i dati evidence-based in genere disponibili in bibliografia si riferiscono ad ingredienti testati singolarmente ed a dosi differenti, per cui risulta possibile solo un’estrapolazione, un’ipotesi di massima e non una risposta specifica. Purtroppo gli studi effettuati direttamente sulle formulazioni cosmeceutiche sono poche. Sperimentazioni su formulazioni proprietarie probabilmente avvengono, ma spesso restano nei cassetti blindati dei settori R&D delle aziende, che li tirano fuori più per il sostegno di eventuali brevetti o per spingere ad hoc le loro creazioni che per sottoporle a scrutinio imparziale.

Negli ultimi anni alcuni dermatologi hanno tentato di fare il punto della situazione sui cosmeceutici a base di estratti vegetali, chi volesse approfondire può leggersi i seguenti pdf (uno, due, tre). Un buon libro sull’argomento è Cosmeceuticals and Active Cosmetics: Drugs vs. Cosmetics, recentemente edito in versione aggiornata e riveduta. L’edizione precedente del testo è consultabile quasi interamente su Google Books.

Almanacco erboristico

Alcuni eventi legati alle molte facce dell’erboristeria avranno luogo nei prossimi mesi o sono avvenuti in questi giorni.

  • Presso il Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena ha aperto un servizio di Fitoterapia, a quanto mi risulta uno dei pochi attivi in Italia in un contesto ospedaliero.
  • Durante il prossimo weekend (29 febbraio-2 marzo) aprono i battenti di Naturalexpo alla Fiera di Rimini.
  • A Roma invece presso il CSOA Forte Prenestino ha preso da pochi giorni inizio un corso di erboristeria a basso costo, chiamato “Il Sentiero dei Semplici“.
  • Sempre nella capitale, ma presso l’Università di Tor Vergata dal 9 al 12 giugno avrà luogo il congresso Apimedica dedicato tra l’altro anche ai prodotti apistici di uso fitoterapico.
  • Presso Roma Tre invece si terrà il 15 maggio il seminario “Problematiche di metodo nel campionamento etnobotanico ed esempi di concreta applicazione delle risorse etnobotaniche in diverse realtà territoriali“. L’incontro è previsto per le ore 10.00 presso il Dip. di Biologia (Viale Marconi 446) .
  • In diverse città sono previsti durante la primavera i corsi ECM per farmacisti organizzati dalla Società Italiana di Fitoterapia.
  • Dal 25 al 27 giugno invece è previsto nell’ippocratica Salerno il convegno Fitomed2008, che riunisce le diverse anime della ricerca scientifica italiana nel settore delle piante medicinali. Nello stesso contesto avrà luogo un workshop congiunto italo-giapponese sul tema Natural products and functional foods
  • L’Università della Calabria ha finalmente pubblicato il bando del masterApplicazioni terapeutiche innovative attraverso la caratterizzazione fitochimica e farmacologica delle piante della medicina tradizionale cinese” in collaborazione con la China Pharnaceutical University di Nanchino a cui si accennava tempo addietro.
  • A Modena farvono le attività in vista del Congresso Mondiale Ifoam dell’Agricoltura Biologica, dal 16 al 20 giugno . Molte le lectures previste, con temi che toccheranno anche il mondo salutistico e le conoscenze tradizionali delle popolazioni indigene.
  • Per chi volesse viaggiare, ad Atene ad inizio agosto è infine previsto il 7th Joint Meeting di AFERP, ASP, GA, PSE & SIF (principali società scientifiche europee in fitoterapia ed affini) dedicato a “Natural Products with Pharmaceutical, Nutraceutical, Cosmetic and Agrochemical Interest“.

Backpackers guide to herbalism - London

Ovvero un ipotetico capitolo londinese per una Lonely Planet erboristica. O un post eco-fashionista per Elle Beauty.

Al consumatore curioso ed all’erborista in cerca di nuovi prodotti, magari diversi da quelli già presenti sul circuito nazionale, la frequentazione delle fiere e la consultazione compulsiva delle riviste di settore non possono bastare. Guardarsi in giro alla ricerca di nuove marche, nuovi prodotti e nuove idee è (e deve essere) un must. Chi si ferma è perduto. In questo Londra è da alcuni anni diventata “the most organic city in the world”: il biologico è sempre più trendy lungo le sponde del Tamigi e spunta da ogni vetrina, da ogni caffè, in ogni supermercato. Non è ben chiaro quanto questa attenzione sia una deriva narcisistica autoprotezionista (consumo biologico perchè fa bene alla MIA salute) o quanto sia una effettiva assunzione di coscienza verso gli altri (beati gli ultimi se i primi hanno fatto a modo), ma prendiamolo come un’ecologia evidence-based. Al tempo stesso Londra è una metropoli che può permettersi di offrire il giro del mondo in bus a due piani e basta una Oyster Card per spaziare tra farmacie cinesi, drogherie indiane e spacci di prodotti africani, che si innestano su un lascito coloniale composto da un tripudio di ogni varietà e sorta di tè, caffè e spezie di ogni tipo. Il terreno è di quelli fertili per trovare nuove idee o scovare nuove nicchie.

Proprio per il tessuto commerciale del Commonwealth e per le britanniche tradizioni, non mancano le catene dedicate a tè ed altri infusi (la struttura policentrica di Londra favorisce la replicazione di punti vendita e la trasformazione di un negozio di buon successo in una catena metropolitana). Due esempi in merito sono Whittard of Chelsea e Drury’s, ma ce ne sono altri. Il primo è senza dubbio più commerciale ma con un pò di fortuna si può trovare il Tuocha Tea Nest a buon prezzo. Il secondo invece ha un negozio nei pressi di Covent Garden in cui oltre ai prodotti della casa vengono vendute anche le tisane di Dr Stuart’s, gradevoli esempi di miscele erboristiche commerciali. Design accattivante per il packaging e cura per il gusto e l’aroma (condivido l’opinione secondo cui una tisana confezionata deve essere in primis buona, poi benefica se vuole sperare di vendere), questi infusi non inventano niente dal punto di vista della combinazione delle erbe (vedasi Echinacea Plus, Gingko Plus o Throat Relief), ma lo fanno con stile. Prima o poi qualcuno le distribuirà in Italia.

Una visita a Liberty of London è sempre un’esperienza estetica di alto cabotaggio, con risvolti interessanti per alcuni prodotti erboristici e di fitocosmesi. Innanzitutto a piano terra è possibile provare, grazie alla generosa presenza di tester, buona parte dei prodotti di Ren Skincare, che cavalca al trotto ed al galoppo il trend del cosmetico ecobiocompatibile di fascia alta e dal forte appeal tecnologico, con un uso esteso di estratti purificati e principi attivi isolati da specie botaniche non ancora totalmente affermate sulla scena fitocosmetica (esempi: il contorno occhi a base di Gynostemma pentaphyllum e l’idratante anti-age a base di fitormoni di Dioscorea villosa). Roba per mamme cool.

Ai piani superiori di Liberty, ed in un contesto meno hi-tech sono disponibili le tisane di Today Was Fun, alcune delle quali hanno vinto nel 2005 il Best New Organic Food Product Prize. La spinta del responsabile marketing ed il lavoro del copywriter e dell’art director dell’azienda si fanno sentire più di quelle del formulatore ed i prezzi, alas, sono pienamente in linea con la media di Liberty. In Italia i prodotti di Today Was Fun dovrebbero essere distribuiti da Debondt.

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I prodotti di Neal’s Yard Remedies si trovano anche da Liberty ma è ben più gradevole recarsi nell’ombelico del consumo eco-biologico-consapevole di Covent Garden, tra Monmouth e Shorts Gardens. Riempire la pancia da Food for Thought o se la coda è troppo lunga per la vostra fame da World Food Cafè (che sta proprio sopra alla bottega di NYR) può aiutare a calarsi nell’atmosfera. Per gli oltranzisti della fitocosmesi ecobiosostenibile NYR è il nuovo baluardo dell’ortodossia eco-radical-chic dopo la cessione di The Body Shop a L’Oreal, per i riformisti basta che sia un’ottimo posto dove trovare cosmetici eccellenti (non orribilmente plasticosi ne nient’affatto a prova di Biodizionario come quelli di Kielh’s, dietro l’angolo in Monmouth), di stampo classico ed al contempo attenti all’eticità ed alla sostenibilità delle fonti. Quei cosmetici in cui la parte vegetale è sempre ai primi posti dell’INCI e nessun ingrediente è lì a sbrilluccicare per attirare le gazze ladre. Highlights di un negozio in cui il servizio è deliziosamente competente, la crema da corpo con Centella e Boswellia ed il gel da decolletè al Neroli. Pochi fronzoli e molta sostanza anche nel packaging, che trasmette lo spirito della tradizione sia per le linee di cosmesi che per quelle erboristiche. Il brand non è ancora sbarcato sul continente (immagino sia una questione di tempo, data la velocità con cui stanno aprendo punti vendita in tutta la Gran Bretagna), ma sono possibili ordini online.

Infine, nell’ormai frusto e trito mercatino di Portobello, una piccola meraviglia per lo speziale è The Spice Shop, all’angolo tra Portobello Road e Blenheim Crescent. In poco più di 10 metri quadri sono concentrate un numero impressionante di varietà di peperoncino, di pepe, di miscele aromatiche e spezie di ogni tipo dal Nordafrica, dal Medio Oriente e dall’Asia, dall’Europa. L’intero catalogo è consultabile ed ordinabile online, anche se prezzi sono purtroppo inversamente proporzionali alle dimensioni della bottega. La miscela degli aromi è però inerbiante al punto da lasciare almeno una dozzina di sterline alla cassa tutte le volte.

Dietro alla lavagna delle delusioni, il Bramah museum of tea and coffee.

Erboristeria a Km 0?

Si moltiplicano le operazioni sensibilizzazione sulla filiera corta e sul suo basso impatto ambientale. Comprare alimenti prodotti in loco sostiene l’economia nazionale, avvantaggia i piccoli e medi produttori, permette un maggior controllo sulla qualità, promuove la biodiversità, garantisce un minor consumo di carburanti ed in ultima analisi riduce le emissioni di CO2.

Repubblica ha recentemente dedicato uno special a questo argomento, in cui si elencano costi ambientali di frutta e verdura di origine più o meno esotica e si lanciano proposte. Credo che il tema sia sentito in maniera particolare dai frequentatori di erboristerie ed in generale da chi si rivolge al variegato mondo del naturale. Quale è la situazione del mercato erboristico in questo contesto? Secondo dati FAO l’Italia, nel periodo 1991-1998 era l’ottavo importatore al mondo di piante medicinali, con circa 11.500 tonnellate ed osservando i successivi trend di mercato questo numero è certamente cresciuto. Dati più recenti sono quelli di Agrisole e ISTAT del 2004, secondo i quali l’Italia produce 2.500 tonnellate di officinali e medicinali a fronte di un fabbisogno industriale dieci volte maggiore. Nel 2005 la superficie coltivata in Italia ad erbe officinali era di circa 2.000 ettari, sempre secondo l’ISTAT, largamente inferiore a quanto necessario a coprire le necessità produttive e di consumo.

Per molte delle droghe vegetali disponibili in taglio tisana nelle nostre erboristerie o come ingredienti in prodotti erboristici o ancora come spezie alimentari c’è poco da fare, dato che si tratta di specie esotiche non coltivate e non coltivabili in Europa o quantomeno nel Mediterraneo. Per molte altre piante invece  l’economia di scala ha già fatto il suo corso e molte spezie o droghe medicinali tipicamente mediterranee, coltivabilissime anche in Italia in ossequio ai dettami della filiera corta, giungono invece dall’estero. Spesso da molto lontano. Quasi tutta la camomilla che consumiamo (circa 1000t/anno)  giunge da Argentina ed Egitto, una piccola parte dai Balcani. La polvere di frutti di Cardo mariano, la silimarina che se ne ottiene assai spesso sono di origine cinese, così come molte altre droghe. L’origano è quasi tutto di origine turca, talvolta messicana e quasi mai presso la hrande distribuzione è disponibile prodotto coltivato in Calabria, in Puglia o Sicilia. La menta, nonostante la tradizione piemontese della sua coltivazione, è generalmente importata dal Maghreb. La genziana -una delle droghe vegetali più costose sul mercato- per diverso tempo è arrivata dal mercato balcanico, dove tuttavia la sovraraccolta del prodotto spontaneo ha recentemente imposto divieti e regolamentazioni. La tradizione della coltivazione della Liquirizia in Calabria ed Abruzzo è in molti casi un ricordo ed il grosso dei rizomi giunge da altre sponde del Mediterraneo, dalla Cina o dal Pakistan. In alcuni casi la dichiarata coltivazione in Italia funge principalmente da vetrina per le aziende di trasformazione, in quanto la produzione non è in grado di sopperire le reali esigenze industriali e di mercato.

Esistono piccole eccezioni, ma riguardano coltivazioni poste in atto soprattutto in zona appenninica per colmare eventuali richieste elevate o per prodotti di nicchia la cui coltivazione commerciale è difficile da esportare all’estero (un esempio il ribes nero da impiegare nei gemmoderivati) o per le quali è stato fatto un lavoro di protezione con marchi DOP (ad esempio il Bergamotto di Calabria). Nel complesso, le occasioni perse sono state molte. Le motivazioni sono diverse, ma già sentite: il costo della produzione agricola e dei trattamenti post-raccolta di queste piante sono troppo elevati rispetto alle voglie del mercato. Piante officinali e medicinali necessitano di parecchia manodopera e la meccanizzazione specializzata manca. La realtà italiana del resto è fatta di numerosi grossisti e trasformatori e di pochissime realtà agricole attive e sufficientemente forti nel campo delle officinali. Per molte droghe un prezzo all’ingrosso di 2 euro/kg non risulta sostenibile per piccoli e medi produttori e la presenza di grossi importatori/distributori in grado di trattare grosse partite limita gli spazi d’azione per il produttore locale. Per contro, gli agricoltori non sempre si sono adattati ad un contesto commerciale molto flessibile nel quale occorre saper cavalcare una certa dose di rischio. Molti ad esempio chiedono un prezzo garantito prima della semina, cosa che in genere non è fattibile. Anche a livello istituzionale sono mancati sostegni, soprattutto nella protezione del prodotto italiano tramite certificazioni DOP, ad esempio, cosa che ha favorito la quantità rispetto alla selezione qualitativa e la promozione di mercato basata su endemismi e tipicità.

A fronte della domanda interna consistente, l’offerta interna resta quindi fortemente di sotto del fabbisogno nazionale. E la filiera erboristica si allunga.

Displacement

Amparo Eguiguren, responsabile dell’ONG CISP in Ecuador, mi accompagna al minuscolo centro per la lavorazione di piante officinali gestito da una  comunità di donne in un barrio periferico di Quito Norte. A fondovalle fervono i lavori per la realizzazione del nuovo aeroporto ed i sobborghi della capitale sono a pochi minuti d’auto, ma qui le strade sono in terra battuta e le case semplici cubi di cemento con tondini Falk puntati al cielo, nella speranza di un futuro ampliamento che mai arriverà. Qualche pacchianata architettonica pagata con rimesse estere appare qua e e la, perversa manifestazione di status-symbol in contumacia.

Le mujeres coltivano piante aromatiche comuni (rosmarino, origano, calendula, lippia, tra le altre), gestiscono un vivaio di poche decine di metri quadri in cui preparano strapianti e sementi. In queste aree urbanizzate la tradizione basata sulle piante esotiche è andata ormai persa ed è il mercato cittadino a suggerire cosa coltivare e cosa no. La scelta delle piante è appiattita e manca capacità propulsiva. Stanno attendendo che finalmente arrivi nella zona la corrente trifasica necessaria a mettere in funzione un semplice ma ben fatto essiccatore a convezione d’aria calda. Nel frattempo portano le erbe essiccate all’ombra agli angoli dei mercati di Quito, cercano di capire quali piante hanno più richiesta, si ingegnano a produrre una crema a base di fiori di calendula e cera d’api. Ma la crema non ha odore ed appare troppo solida, la gente non la compra. Anche io, d’istinto, appena aperto il barattolo annuso. Ridono divertite e dicono che tutti lo fanno e per quello ne vendono pochissima. Consigliare di acquistare un olio essenziale è operazione semplice ma inutile, i pochi dollari al ml sono un ostacolo insormontabile. Il distillatore per produrlo in casa una chimera per gli stessi motivi. Le conoscenze di formulazione cosmetica sono assenti e non hanno mai pensato di provare ad aromatizzare la crema tramite un estratto alcolico misto di calendula fiori e lippia foglie.

Le donne sono curiose, hanno interesse a capire come migliorare, mentre i bambini si rincorrono nella polvere. Il mio bagaglio occidentale è zoppo, le mie conoscenze troppo basate sulla presenza di un budget e le mie idee nascono come vele nella bonaccia. Qui servono soluzioni semplici, artigianali e la scienza tecnologica cade di fronte ad una produzione che avrebbe bisogno di McGyver più che di laureati.

Quanti punti esclamativi?

Una lettura leggera ma ineccepibile: sul Times online, un gradevole vademecum terra-terra per imparare a muoversi nei tranelli del marketing (e del suo sconfinare nella programmazione neuro linguistica) in tema di salute.

Chelidonium e spie

Quanti gradi di separazione tra James Bond e Chelidonium majus? Meno di sei, come impone la regola. Un’erbetta mediterranea delle Papaveracee, coi fiorellini gialli -peraltro neanche particolarmente appariscente- e mister “shaken, not stirred“? Più legate di quanto si possa credere. La creatura di Ian Fleming è una spia, come spie israeliane pare fossero quelle che nel 1996 si sono presentate alla porta del Dr. Ian Nowicky in Austria per liquidarlo. Nowicky è un chimico ucraino ed ha messo a punto un farmaco semisintetico chiamato Ukrain, composto da derivati tiofosforici degli alcaloidi di Chelidonium majus. Bond-Spie-Nowicky-Chelidonium, addirittura sono solo quattro passi.

Una candidatura al Nobel in chimica, i ricatti e gelosie delle major farmaceutiche, il presunto intervento del Mossad, l’ostracismo della farmacologia ufficiale, dubbi sulla reale composizione del farmaco, i risultati spesso sorprendenti e l’indubbia rilevanza della questione delle terapie anti cancro completano uno scenario che appare quasi più consono ad una spy-story in stile Intrigo internazionale che non al solitamente modesto ambito della fitoterapia. Sul sito della Nowicky Pharma si trova quasi tutta la storia (anzi, pure troppa storia, come se gli eventi da thriller fossero più rilevanti della realtà scientifica e terapeutica). Gli amanti del genere possono anche scaricare la versione pdf del libro di Eleonore Thun-Hohenstein “Krebsmittel Ukrain - Kriminalgeschichte einer Verhinderung” (Anti-Cancer Agent Ukrain - The Crime Story of an Obstruction), che  riassume l’intera querelle dal punto di vista di Nowicky.

Spesso questa ostentazione di vittimismo cela una pericolosa tendenza a creare un mercato degli stati d’animo che da sempre è una zavorra poco corretta della fitoterapia e delle medicine non convenzionali in genere. Soprattutto quando non si parla di piccole disfunzioni ma di patologie gravi, in cui giocare con l’aspettativa dei pazienti è eticamente ed umanamente intollerabile. Eppure qualche cosa di interessante nel comportamento del fitocomplesso alcaloideo del Chelidonium ci deve essere, come indica anche una revisione sistematica recente ed indipendente, non del tutto negativa sui risultati ottenuti a livello clinico dal trattamento del dott. Nowicky. La review, consultabile gratuitamente su Biomed Central pone alcuni paletti e sottolinea lacune formali negli studi condotti, oltre che una certa assenza di studi clinici realmente indipendenti, non portati avanti da ricercatori direttamente coinvolti nel lavoro di Nowicky (i personalismi raramente giovano al sapere). Eppure al tempo stesso gli autori non possono non evidenziare un insieme di risultati quantomeno incoraggianti nei confronti di diversi tipi di neoplasie (pancreas, seno, intestino). Senza dubbio, trattandosi di un’impiego tipicamente medico-farmaceutico (allopatico, per intenderci) di un derivato vegetale una maggiore mole di dati sarebbe auspicabile, così come un’ampliamento dei gruppi di ricerca attivi a riguardo. Una rapida panoramica della bibliografia disponibile circa le possibili ipotesi alla base delle attività del derivato di Chelidonium suggerisce un meccanismo basato sull’apoptosi selettiva delle cellule tumorali ed una limitata tossicità nel caso di assunzione parenterale.

Secondo un recente lancio d’agenzia ora l’Ukrain inizierà ad essere prodotto su larga scala negli Emirati Arabi Uniti, dove l’intraprendente Nowicky prevede anche di realizzare cliniche ad hoc per il trattamento. Speriamo non solo per chi è in grado di permettersi certe cifre.

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Ukrain - a new cancer cure? A systematic review of randomised clinical trials.
Ernst E, Schmidt K.
BMC Cancer. 2005 Jul 1;5(1):69.

BACKGROUND: Ukrain is an anticancer drug based on the extract of the plant Chelidonium majus L. Numerous pre-clinical and clinical investigations seem to suggest that Ukrain is pharmacologically active and clinically effective. We wanted therefore to critically evaluate the clinical trial data in the form of a systematic review. METHODS: Seven electronic databases were searched for all relevant randomised clinical trials. Data were extracted and validated by both authors, tabulated and summarised narratively. The methodological quality was assessed with the Jadad score. RESULTS: Seven trials met our inclusion criteria. Without exception, their findings suggest that Ukrain has curative effects on a range of cancers. However, the methodological quality of most studies was poor. In addition, the interpretation of several trials was impeded by other problems. CONCLUSION: The data from randomised clinical trials suggest Ukrain to have potential as an anticancer drug. However, numerous caveats prevent a positive conclusion, and independent rigorous studies are urgently needed.

La tisana del Capo

Ho scoperto diverse persone che conoscono il Rooibos ma non sanno di cosa si tratta, in rooibos2.gifalcuni casi confondendolo con il tè rosso. Quest’ultimo, chiamato Pu erh, è infatti una delle numerose variazioni sul tema del trattamento post-raccolta delle foglioline giovani di Camellia sinensis, mentre il Rooibos è ottenuto da una specie appartenente alla famiglia delle Leguminosae chiamata Aspalathus linearis (per via delle foglie strette e lineari), simile ad una piccola ginestra. E’ endemica della regione del Cedarberg, in Sudafrica e ne sono noti almeno tre ecotipi differenti, tra i quali quello roccioso (Rocklands type) è quello di solito coltivato a scopo commerciale ed erboristico. Una precisa indagine sulla differente composizione fitochimica degli ecotipi e della variabilità fitochimica in seno alla specie non è disponibile, ma non troppi anni fa uno studio ha osservato considerevoli differenze che possono avere rilevanza nella selezione colturale o nel destino d’impiego. Ad esempio l’ecotipo Grey redsprouter può essere privo di aspalatina -componente in genere maggioritario- e più ricco in orientina ed isorientina. L’articolo in questione è disponbile qui.

Tradizionalmente si impiegano foglie e ramoscelli, che vengono battuti con pestelli di legno, umidificati e poi lasciati fermentare per 24 ore in cumuli alti 15-20 cm ed infine essiccati al sole per 2-3 giorni. Coltivazione e preparazione vengono condotte su scala industriale e presso piccoli centri di raccolta. Spesso la droga così ottenuta viene sottoposta ad un processo di sterilizzazione con vapore, per abbattere al minimola carica batterica. Il nome Roiboos (cespuglio rosso) deriva non dal colore della pianta (che è verde con fiori gialli e solo in alcune varietà ha germogli rossicci), quanto dalla colorazione assunta dalla droga a seguito della lavorazione. Buona parte del suo successo è da imputare ad eventi bellici: sprovvisti di adeguati rifornimenti di tè indiano e di Caylon durante la seconda guerra mondiale, i britannici cittadini del Sudafrica hanno iniziato a cercare in loco possibili succedanei, pescando a piene mani nella tradizione indigena. Il suo ingresso contemporaneo sul mercato europeo è stato, assieme a quello dell’Honeybush tea (Cyclopia spp, sopratutto Cyclopia intermedia), dapprima all’interno del circuito del commercio equo, per poi estendersi a quello erboristico convenzionale. Presso le popolazioni sudafricane l’infuso della droga è considerato bevanda nazionale e trova impiego come blando sedativo, nell’induzione del sonno e nel trattamento delle turbe dell’apparato intestinale, come spasmolitico e sedativo. Per via topica presenta un uso popolare nella cura di irritazioni cutanee di vario tipo, specialmente nei bambini.

honey2.jpgA differenza di Camellia sinensis non contiene alcaloidi xantinici (caffeina, teina) e l’infuso che se ne ottiene ha un contenuto in tannini molto basso (circa il 4%), mentre è ricco di polifenoli non polimerizzati e vitamina C (circa il 9%). Particolarmente abbondanti e responsabili della spiccata azione antiossidante della droga sono i flavonoidi e gli acidi fenolici come l’acido caffeico. La grande abbondanza di polifenoli semplici, di tipo flavonoidico è alla base della sua azione antiossidante-protettiva, per la quale è assimilabile al te verde (seppur meno efficiente come antiradicalico) senza però presentare le controindicazioni legate alla presenza di caffeina o tannini. La ridotta presenza di ossalato ne consente il consumo anche in presenza di problemi di calcolosi renale. Sempre per effetto della presenza dei flavonoidi può presentare un’attività blandamente sedativa e nel trattamento delle gastriti, in analogia con quanto avviene per gli infusi di Camomilla. Non a caso alcuni dei flavonoidi presenti nel Roiboos sono gli stessi che caratterizzano due noti blandi sedativi come Passiflora e Biancospino, anche se la loro variabilità nei diversi ecotipi può determinare destinazioni d’uso più o meno opportune in funzione dell’origine della droga.
A livello fitoterapico sono disponibili diverse indicazioni d’uso, da considerare tuttavia come assolutamente preliminari e non conclusive. Esempi sintetici a riguardo possono essere consultati su testi anglosassoni (uno e due). Mancano test clinici (e del resto il prodotto viene correttamente commercializzato come alimento e non come rimedio terapeutico, grazie anche al suo gradevole sapore), ma il suo impiego protratto nel tempo può essere annoverato nel settore della nutrizione funzionale o della nutrizione clinica.

Per eventuali approfondimenti, una bibliografia ad hoc, selezionata in chiave erboristica su Aspalathus linearis è consultabile a questo link.

Uomini e piante: visita ai Saraguro

Miguel Angel è un giovane saraguro e si sta laureando presso la Universidad Nacional de Loja in Ecuador con una tesi sull’etnobotanica del suo popolo. I Saraguro sono una etnia andina dal look originale (pantaloni neri al polpaccio e cappello di feltro nero per gli uomini, cappello a tese con macchie bianche e nere e costume variopinto per le donne), che come molte altre in Sudamerica cerca di mantenere vive le proprie tradizioni come elemento di identità culturale e fattore di coesione sociale. Questo non solo a livello medicinale, ma anche alimentare come come testimoniato dall’ottimo ristorante a gestione femminile Mama Cuchara presente sulla piazza centrale di Saraguro, a circa un’ora di Panamericana da Loja.

refre1.jpgNella foto a lato Miguel Angel sta ricevendo un refresco, un trattamento a scopo tonico che noi definiremmo aromaterapico, durante il quale viene gentilmente “fustigato” con erbe aromatiche e nebulizzato da un amico che beve e spruzza con la bocca aguardiente aromatizzato secondo una precisa ricetta, diffondendo un odore balsamico nell’aria. La macerazione in aguardiente del resto è la cosa più vicina ad un estratto idroalcoolico che si può ottenere in un Paese in Via di Sviluppo. Si tratta di una pratica diffusa in buona parte del bacino amazzonico, con valenze e significati differenti. Già presso gli Shuar dell’Oriente Ecuadoriano, che in alcune zone si sovrappongono ai Saraguro, la procedura prende il nome di limpieza e non ha finalità toniche, ma sottintende una pratica shamanica di eliminazione delle influenze negative. Nel candomble’ ed in altre pratiche religiose questo elemento diviene poi assai elaborato, come ben descritto in questo testo di Maura Battistrada presentato in Guarire, ieri e oggi, domani? Atti del 3º Colloquio europeo di etnofarmacologia e della 1ª Conferenza internazionale di antropologia.

Nella famiglia di Miguel Angel sono presenti tre curanderas e parteras, le ostetriche tradizionali, che ci accolgono refre2.jpgcon grande entusiasmo e cordialità. Il tavolo imbandito di piante, la descrizione della loro combinazione in funzione degli acciacchi da curare, le modalità di raccolta e la scelta della forma di preparazione, tutto viene raccontato con la passione e l’entusiasmo di chi ha un ospite gradito ed è orgoglioso della propria cultura. Quasi nessuna droga viene impiegata in forma semplice e le ricette sono sempre estremamente articolate. Chi ha una leggera bronchite riceve un amarissimo mix di erbe contuse e filtrate, da bere tutto d’un colpo dato che sorseggiarlo risulta impossibile. Agli altri, più fortunati, viene preparata seduta stante una bevanda refre3.jpgtonica in cui si combinano fiori spremuti in acqua con le mani, gel di aloe ed erbe pestate su una pietra prima di essere poste in infusione. Tutto è consumato fresco, le erbe non vengono seccate per farne droghe.

Nel consueto momento sociale dei saluti, in cui ognuno dei presenti ringrazia il gruppo e condivide il proprio pensiero sull’esperienza, una partera chiede aiuto su due cose: come sostenere il diritto all’autodeterminazione della cultura saraguro e come provvedere al problema della graduale scomparsa di alcune piante medicinali, che minacciate dalla sovraraccolta commerciale e dall’erosione delle nicchie ecologiche locali stanno diventando sempre più difficili da reperire.

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