La palma della cuccagna

seje.jpgseje.jpgSi pensa che lo sfruttamento indigeno delle risorse naturali sia sostenibile sempre e comunque ed invece, come al solito, quando si generalizza si rischia grosso. Come gli eventuali lettori di Collasso di Jared Diamond hanno appreso, la sostenibilità è un’arte, ma si avvale di alcuni vantaggi oggettivi, legati allo sbilanciamento verso le risorse ambientali dell’equilibrio ecosistema/consumo umano. In altre parole, lo sfruttamento indigeno è sostenibile fino a che la popolazione è contenuta ed i suoi consumi sono ridotti ed accorti, legati alla sussistenza della comunità. Lungi da me avviare un dibattito sul malthusianesimo, voglio invece portare un esempio semplice di come lo sfruttamento di risorse forestali per scopi commerciali possa essere vantaggioso e sostenibile solo se si opera una sintesi culturale equilibrata tra antico e moderno, tra aspettative e realtà. O, in ultima analisi, tra natura e mercato.

Jessenia bataua (o Oenocarpus bataua) è una palma amazzonica, molto usata dalle popolazioni indigene di Ecuador, Colombia e zone limitrofe, presso le quali è nota come Ungurahua o Sejè. Dai frutti si ottiene un olio utilizzato a scopo alimentare o cosmetico, per ammorbidire i capelli. I frutti sembrano grosse e lucide olive, scure a maturità e contengono un unico seme, durissimo. Curiosamente, forma e contenuto hanno un punto in comune: l’olio ha una composizione simile a quella dell’olio d’oliva. Tuttavia è abbastanza sensibile alla perossidazione e la sua lavorazione ai fini produttivi ha bisogno di una serie di accorgimenti tecnologici e trattamenti particolari atti a stabilizzarlo. L’olio ha un interesse cosmetico, è attualmente impiegato come ingrediente in alcune formulazioni della linea Natyr, nella fabbricazione di saponi ed inizia ad essere esportato anche verso altri paesi. Il metodo tradizionale di raccolta dell’ungurahua prevede però l’abbattimento della palma, una prassi sostenibile fino a che le palme abbattute sono legate alle esigenze di una popolazione indigena numericamente scarsa e tradizionalmente nomade. Lo spostamento ciclico permette infatti alle zone sfruttate di “ripredersi” dal punto di vista ecologico. Ma le dinamiche sociali, così come i consumi, fanno il loro corso. Al termine degli anni ’70, con l’invasione dell’Amazzonia orientale (soprattutto quella ecuadoriana) ad opera di coloni della Sierra, inizia lo scontro per i diritti sul territorio e le comunità indigene vengono confinate in spazi definiti, che ne limitano le caratteristiche nomadi. In pochi anni si passa dalla tradizione di cacciatori – raccoglitori, dove le comunità erano seminomadi e cambiavano zona ogni 5 – 10 anni, alla pratica dell’allevamento e dell’agricoltura di sussistenza. Quindi le comunità si trasformano in stanziali ed in pochi anni le risorse nell’immediato intorno della comunità iniziano a scarseggiare, tra queste la palma dell’ungurahua. Lo sfruttamento commerciale dell’olio di ungurahua e le necessità economiche che queste nuove società stanziali hanno (la stanzialità induce bisogni nuovi e favorisce la nascita dei commerci non più basati sullo scambio) rischiano di impoverire eccessivamente la popolazione di Jessenia bataua, rendendo necessario operare un cambio di mentalità nelle popolazioni indigene. Obiettivo: cercare un nuovo metodo di raccolta sostentibile per i frutti di Ungurahua.

La soluzione è stata trovata grazie ad un metodo di raccolta alternativo che prevede di non sacrificare la palma. Il sistema è denominato “bicicletta” e consiste in un insieme di attrezzature che permettono letteralmente di scalare la palma in sicurezza, tagliare l’infruttescenza e scendere, come fosse un palo della cuccagna. L’attrezzatura da arrampicata non prevede punte o ramponi e quindi non danneggia la corteccia della palma, che diventa quindi una risorsa produttiva in modo continuato nel tempo. Il metodo alternativo è stato introdotto da circa un anno nell’area popolata dagli indigeni Achuar dell’Oriente Ecuadoriano ed a tutt’oggi grazie alla collaborazione di alcuni tecnici italiani specializzati ed all’attivita dell’ONG Ecuadoriana Fundacion Chankuap’ sono stati addestrati 20 formatori Achuar che insegneranno alle diverse comunità come utilizzare il nuovo strumento.

Agronomia funzionale

Noto con soddisfazione che al X° congresso della European Society for Agronomy si parlerà anche di fonti di nutraceutici e functional foods e non solo di genomica, gestione idrica e biomasse. L’ottimizzazione della produzione agricola di piante coinvolte nella nutraceutica è tutt’ora colpevolmente trascurata ed un contributo opportuno dell’agronomia sarebbe fontamentale per la crescita del settore. Tutta da verificare invece la reale fattibilità di un dialogo proficuo (rizomatico) tra le discipline coinvolte, che spesso hanno la pessima abitudine di operare per compartimenti stagni.

Senza dubbio un comparto spesso fragile come è quello agricolo italiano dovrebbe operare verso la diversificazione e la specializzazione delle colture, guardando con maggiore coraggio ai settori salutistici (non solo nutraceutico-alimentare, ma anche cosmetico e funzionale). Ad esempio, e spero che al congresso se ne parli diffusamente, investendo nella ricerca sulla caratterizzazione genetica ed agronomica delle cultivar più adatte a produrre principi attivi, coloranti naturali, eccipienti ed in genere ingredienti da destinare all’erboristeria, al mercato dei functional foods, alla produzione di ingredienti bio per nicchie industriali.

“Multi-functional Agriculture - Agriculture as a Resource
for Energy and Environmental Preservation”
European Society for Agronomy - X Congress
Bologna, 15-19 September 2008

UNIVERSITY OF BOLOGNA - FACULTY OF AGRICULTURE
Viale G. Fanin, 50 – 40127 Bologna (Italy)

Reverse engineering - Istruzioni per l’uso

Prima di iniziare a smontare il primo giocattolo secondo il nostro piano di reverse engineering, occorre sapere cosa stiamo smontando. Serve sapere cosa cercare, come e perchè. Un ottimo punto di partenza ce lo offre il sito di Aboca, con la sua schematica descrizione di cosa deve essere riportato in etichetta in un prodotto erboristico.

Qualche rapida chiosa ad alcune delle voci presenti nel link: l’indicazione di un lotto di produzione e la possibilità di tracciare il prodotto non è una pedanteria o un inutile codice industriale, ma uno strumento fondamentale per l’erborista e per l’azienda in caso di reazioni avverse, effetti collaterali indesiderati o altri problemi riscontrati dal consumatore. Esso permette di risalire ad eventuali procedure anomale, capire se alcuni ingredienti del prodotto erano fuori norma ed agire di conseguenza. In assenza di questo processo non solo non è possibile scoprire la causa del problema, ma neppure evitare che essa si ripeta a carico di altri. In poche parole, la presenza di un lotto di produzione è una indicazione di serietà del produttore ed una garanzia per l’erborista.

La definizione di un titolo per le droghe presenti nel prodotto è fondamentale per i dosaggi. Non tutti i metodi di quantificazione però sono equivalenti e ne esistono di più o meno precisi. Sarebbe buona norma che il produttore indicasse accanto al titolo la metodica utilizzata, per dare all’erborista o al medico una chiave di interpretazione del dato.

L’espressione del titolo è fondamentale per ricostruire a dovere l’equilibrio (talvolta da personalizzare, tra dose/effetto e dose/effetti collaterali). Purtroppo in questo ambito regna una certa anarchia, dato che la quantità di principio attivo non sempre è espressa in maniera chiara. In alcuni casi è correttamente indicata la quantità di principio attivo per compressa, per capsula o per volume di estratto se il prodotto è liquido. In molti altri casi è espressa in percentuale sulla droga utilizzata come ingrediente e sono necessari calcoli precisi per risalire alle quantità assunte (posto che siano forniti anche altri dati, il che non sempre avviene). L’importanza di queste informazioni è molteplice: il consumatore ha una indicazione di qualità delle materie prime, mentre erborista e medico hanno dati sui quali regolarsi per modulare i dosaggi o per comprendere eventuali effetti tossici o imprevisti.

Infine, gli ingredienti. Come avviene per l’INCI, non è obbligatorio indicare le quantità dei singoli ingredienti, anche per motivi di segretezza industriale. Operazione comprensibile dal punto di vista dell’azienda, meno per quello del consumatore e di chi media tra consumatore e produttore ovvero il medico (fitoterapeuta o meno) e l’erborista. Alcune marche indicano le percentuali delle diverse droghe, altre no. Questo ovviamente complica i calcoli di cui poc’anzi.

Molte di queste informazioni non sono obbligatorie ma la loro presenza è sempre da considerare positivamente. Lo stesso vale per la presenza di un foglietto illustrativo completo fornito quantomeno all’erborista con la descrizione di effetti collaterali, reazioni allergiche, ipersensibilità, consigli sulle associazioni alimentari o terapeutiche da evitare, presenza o assenza di ingredienti sconsigliati a chi soffre di celiachia, diabete ed altre patologie croniche, eccetera.

Biodiversità, sviluppo ed erboristeria

image00002.jpgQui a lato è illustrato un planisfero della biodiversità. Descrive in scala cromatica le zone in cui la densità di specie vascolari per km2 è più alto (rosso-viola) e quelle in cui è minore (verde-giallo). Una versione in bitmap più ampia ed ingrandibile la trovate a questo indirizzo.

Uno strumento ancora più potente è il World Atlas of Biodiversity, nel quale è possibile caricare mappe relative alla densità di animali, piante vascolari, fanerogame, foreste ed una dozzina abbondante di altri parametri. Giocando con le opzioni è possibile verificare quali nazioni hanno maggiori disponibilità o notare la sovrapposizione tra aree “megadiverse” (ovvero più ricche di biodiversità) e foreste tropicali, ad esempio. Oppure si può notare che il grosso della biodiversità è concentrato nelle aree del pianeta circoscritte dai Tropici (con l’esclusione del Sudafrica ed in parte del Mediterraneo).

Oppure ancora si può fare un altro piccolo salto trasversale e scoprire che ci sono sovrapposizioni anche con le mappe che descrivono l’indice di sviluppo umano (HDI) , il tasso di natalità, la velocità di estinzione di specie viventi. Sino a giungere alla mappa finale, quella che relaziona le aree più povere del pianeta con quelle più ricche di risorse vegetali ed animali. Una sovrapposizione quasi perfetta.

Ora, se esistesse una mappa che descrive la provenienza geografica delle piante medicinali (e non solo) usate dall’uomo, studiate dagli scienziati e vendute nelle erboristerie, farmacie, negozi, profumerie del mondo si avrebbe l’ennesima sovrapposizione. Del resto l’evoluzione insegna: dove c’è competizione per le risorse, dove ci sono più concorrenti, le armi della guerra chimica e dell’adattamento ecologico si affilano e si fanno più efficaci, col risultato che il metabolismo secondario delle specie vegetali che prosperano negli habitat più biodiversi non solo è più variegato ma anche in grado di produrre sostanze bioattive più potenti ed efficaci.

Ed il mercato erboristico, quello delle materie prime vegetali, quello della fitocosmesi, può contribuire ad invertire i trend negativi di molte delle mappe sopra citate? Certo che può fare la sua parte. Ma per farlo è fondamentale la spinta del consumatore, del target di questi mercati, che deve spingere forte e nella direzione giusta.

Reverse engineering

Prodotto

Ho recuperato quest’etichetta in un negozio di rimedi naturali in Ecuador alcuni anni fa e tutt’ora è motivo di ilarità o stupore nelle persone a cui la mostro. Il testimonial (ovviamente abusivo), la presenza di ingredienti a dir poco inquietanti (emoglobina…), l’improbabile abbinamento (un estratto di malto con uova di quaglia e pappa reale?), il claim all-purpose (un tonico buono per tutte le stagioni, dalla perdita della vista all’impotenza passando per il miglioramento dell’intelligenza e della forza fisica), tutto concorre a creare una sensazione grottesca ai nostri occhi. Chi del resto comprerebbe questo prodotto convinto di soddisfare le sue aspettative ma anche di fare un affare per la propria salute? Ma siamo davvero così sicuri di poter ridere dell’ingenuità altrui? Sappiamo sempre bene cosa compriamo?

Prossimamente questo blog ospiterà alcuni esempi di reverse engineering applicato ai prodotti erboristici e salutistici, per ricostruire il razionale d’impiego di ingredienti ed eccipienti alla luce del claim dichiarato dal produttore. Niente indicazioni di marca o nomi dei prodotti ma un’analisi critica della ricetta e delle informazioni che il produttore fornisce in etichetta, incluso il dosaggio, la posologia le avvertenze e la descrizione delle droghe usate e della loro standardizzazione. Il tutto in parallelo con quanto la bibliografia scientifico-medica mette a disposizione del consumatore cosapevole.

Integratori: tra mercato ed efficacia

Nel suo ultimo numero il magazine Body di Scientific American ha dedicato ampio spazio alla nutraceutica, con un limpido report relativo alla situazione di mercato ed alla reale efficacia dei principali integratori alimentari. L’articolo è un bell’esempio di giornalismo scientifico, lontano dal sensazionalismo a cui spesso siamo abituati, in grado di tradurre i concetti ostici ed i tecnicismi della ricerca in spiegazioni immediate, ma competenti e precise. Una lettura attenta illustra due punti chiave: a) lo scenario è dolce-amaro, ma in costante approfondimento e b) il marketing estremo e la banalizzazione conseguente mascherano un aspetto fondamentale: la risposta ad ogni domanda che ci facciamo sul funzionamento del nostro corpo e sul suo controllo non può essere generalista, ma specifica.

Getting to know nutraceuticals
Claims for some of these food-based dietary supplements stand up to scientific scrutiny, but others falter
Thomas Hayden
Scientific American Body, January 2008.

Orto delle mie brame

Molti orti e giardini botanici devono la loro nascita, nei secoli scorsi, ad esigenze utilitaristiche legate allo studio delle piante utili (medicinali, alimentari, tintorie). Nel corso del tempo il ruolo di queste istituzioni si è gradualmente evoluto (in molti casi il termine adatto sarebbe ahinoi involuto) attraverso una rapida ed inesorabile perdita di contatto con la prima e la seconda linea del fronte della ricerca. Esse hanno progressivamente assunto compiti legati all’educazione, alla forma estetica, alla mera esposizione quasi circense di specie esotiche o alla conservazione. Ora, in un’epoca di oscurantismo ambientale, le specie che per certi versi ne sono state madrine chiedono aiuto agli orti botanici per sfuggire al rischio dell’estinzione ed offrono, in cambio, un nuovo palcoscenico d’attualità.

Il Botanic Garden Conservation International ha edito in queste settimane i risultati di un’indagine volta a tirare le fila su attività e ruolo dei centri di conservazione ex situ della biodiversità nella protezione delle specie medicinali a rischio (reale e potenziale). Il report, già entrato ieri in un lancio d’agenzia ADN Kronos e quotato con l’usuale britannica competenza sulle colonne del Daily Telegraph e del Financial Times, raccoglie e sintetizza informazioni sulle specie medicinali a rischio, sui motivi che lo hanno indotto e sulle strategie attualmente in atto per contenerlo o risolverlo. Interessanti le brevi monografie su Hoodia gordonii, Rauwolfia serpentina, Gentiana lutea, Panax quinquefolius, Prunus africana, che esemplificano le diverse cause che hanno messo a repentaglio tali specie ed offrono uno spaccato immediato della realtà di queste specie in un contesto in bilico tra ambiente, mercato e terapia.

Nel documento è illustrata una succinta (ma circostanziata) overview delle azioni in corso, che spazia dalle iniziative istituzionali nate a seguito della Convenzione sulla Biodiversità di Rio de Janeiro (come quella legata ad Homalantus nutans ed al governo delle Isole Samoa) alle attività di enti come CITES e TRAFFIC (che catalogano e sorvegliano specie a rischio).
L’esistenza di un paragrafo specifico sul valore economico delle piante medicinali per il sostegno di economie fragili ed i frequenti riferimenti alla questione sparsi in tutto il testo, testimoniano l’importanza che deve essere riservata alla valenza commerciale di queste piante, all’impegno e dalla consapevolezza che devono essere prestate da tutti gli attori della filiera (dal produttore al consumatore, dalle istituzioni commerciali a quelle politico-amministrative) nel mantenimento di un non falice equilibrio tra consumo, raccolta, produzione, commercio e rispetto per l’uomo e per l’ambiente.

Particolare cura, naturalmente, è riservata ai compiti educativi che entità aperte al pubblico come gli orti botanici devono svolgere nella sensibilizzazione al tema, ma anche alle attività di ricerca che essi possono e devono realizzare nel campo della raccolta di materiale genetico di piante medicinali e della loro propagazione, nella messa a punto di sistemi di micropropagazione ad hoc, ad esempio. Da rimarcare l’importanza della formazione nei “paesi megadiversi“, affinchè quelle operazioni di conservazione ex situ, ovvero lontane dai luoghi d’origine, possano presto divenire patrimonio culturale locale, in situ. Nel complesso dallo scenario descritto dal BGCI emerge un’immagine degli orti botanici ben più dinamica di quella a cui siamo abituati in Italia, dove la carenza di fondi dedicati ha ormai quasi ovunque ridotto queste realtà un tempo vitali a semplici, statici, musei delle cere.

Una copia completa del report, in formato pdf, è scaricabile gratuitamente dal sito del BGCI, mentre la versione cartacea può essere ordinata online.

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Plants for Life: Medicinal Plants Under Threat
Medicinal plant conservation and botanical gardens.
http://www.bgci.org/medicinal/medplants/

As well as outlining the key trade, livelihood and conservation issues surrounding medicinal plants, the report illustrates the many ways in which botanic gardens can and do contribute to protecting the plants that heal us. What came across very clearly was the expansion of the role of botanic gardens; from traditional ex situ conservation to more and more involvement with community work and partnering with other bodies to contribute towards really successful in situ medicinal plant conservation work.

Today, the relevance of botanic gardens to medicinal plant conservation is as strong as it was hundreds of years ago, when the very first botanic gardens were developed specifically for medicinal plant cultivation and research. From visionary education initiatives to cutting-edge genetic technology research; the report draws together the inspirational myriad involvement of botanic gardens in medicinal plant conservation and recommends focus areas for future work.

Oh, dite, perché mai il naso mi guardate?

Tra i mali di stagione la sinusite o rinosinusite rappresenta un disturbo particolarmente ostico, specie nella forma cronica. Il frequente ricorso, nei casi ostinati e recidivanti, a terapie antibiotiche o cortisoniche risulta spesso inviso a molti pazienti, a causa della debilitazione e degli effetti collaterali di questo approccio. L’antibiotico inoltre risulta ben poco utile qualora l’eziologia dell’infiammazione sia virale. Al tempo stesso, specie nella fase iniziale o nei casi meno gravi, un intervento farmacologico hard può essere eccessivo e tutto questo lascia terreno fertile all’impiego di trattamenti meno drastici, basati su rimedi naturali. Non è difatti un caso se il numero di persone affette da rinosinusite che si indirizzano verso rimedi erboristici o comunque di origine naturale (siano essi venduti in farmacia o erboristeria) è considerevole.

Lo stato dell’arte sull’efficacia di questi prodotti (droghe singole o in miscela, di origine popolare o commerciale) è stato condensato in una review da poco pubblicata su Otolaryngology - Head and Neck Surgery ed offre una panoramica esaustiva sulla questione. Essa sottolinea, per alcuni di essi, una reale efficacia coadiuvante nella recessione dei sintomi, sebbene non stano state prese in considerazione droghe da erboristeria semplici (per mancanza di studi clinici specifici).

La review, che si rivolge chiaramente al mondo medico e programmaticamente esclude anche l’analisi di rimedi omeopatici e di trattamenti preventivi o in sinergia naturale-sintetico, ha selezionato oltre 700 pubblicazioni tra le quali solo una decina ha passato il vaglio metodologico proposto dagli autori. Una procedura, questa, che risulta difficile spiegare a molti divulgatori (si potrebbe aprire una digressione di proporzioni manzoniane). Non tutti i trials clinici, non tutti gli studi scientifici hanno infatti validità per se, per il solo fatto di essere stati condotti da ricercatori, ospedali o università. Quel che conta sono il rigore e la chiarezza con cui si sono fissate delle ipotesi e perseguiti i risultati (tipologia e numero di pazienti, scelta dei controlli positivi e negativi, presenza di placebo, design randomizzato, durata dei trattamenti, scelta dei parametri da monitorare e loro controllo, eccetera). Al loro variare qualità ed attendibilità possono differire di molto.

Il pdf dell’articolo è scaricabile a questo indirizzo.

Le conclusioni offrono indicazioni positive per la bromelaina (mix enzimatico estratto dall’Ananas), il cui razionale d’impiego è nell’azione proteolitica antinfiammatoria e decongestionante e per un prodotto commerciale, il Sinupret, composto da una miscela di Gentiana lutea radice, Primula veris fiore, Rumex spp herba, Sambucus niger fiore, Verbena officinalis herba. Per la bromelaina l’azione è essenzialmente antinfiammatoria a carico delle mucose nasal,i ma non favorisce l’eliminazione del muco. Incoraggianti ma ancora non conclusive anche le performance di altri prodotti come l’eucaliptolo (da Eucalyptus globulus), il Myrtol (o Gelomyrtol, una miscela di alfa-pinene, limonene ed eucaliptolo), l’Esberitox tavolette (a base di Echinacea angustifolia, Baptisia tinctoria e Thuja occidentalis) ed uno sciroppo di origine cinese (Bi Yuan Shu, BYS), contenente un fitocomplesso assai elaborato nel quale i principali ma non unici componenti sono Magnolia liliflora, Xanthium strumarium, Astragalus membranaceus, Angelica dahurica, Scutellaria baicalensis. Va rimarcato come tutti gli studi attualmente disponibili siano stati condotti sulla versione acuta della rinosinusite e non su quella cronica.

In ossequio all’impostazione medica della pubblicazione e nell’ottica di un trattamento integrato farmaco-rimedio, è contemplata anche una tabella con le potenziali interazioni o reazioni avverse date dagli ingredienti saggiati, per altro ridotte. Per quanto il tema sia recentemente assai dibattuto, nel bene e nel male, è da riscontrare come queste indicazioni possano essere assai utili non solo al medico ma anche all’erborista ed al farmacista, che spesso hanno con chi assume tali prodotti un rapporto privilegiato.

Otolaryngology–Head and Neck Surgery (2006) 135, 496-506

Herbal medicines for the treatment of rhinosinusitis: A systematic review
Ruoling Guo, Peter H. Canter, Edzard Ernst

OBJECTIVES: To assess the efficacy of herbal medicines for treating rhinosinusitis.
DATA SOURCE: Five electronic databases, bibliographies of located papers, manufacturers, and experts in the field.
REVIEW METHODS: Inclusion of randomized clinical trials (RCT) testing any herbal medicine in rhinosinusitis, as sole or adjunctive treatment. Data were extracted independently by two reviewers following a predetermined protocol.
RESULTS: Ten RCTs, testing six different herbal products against placebo (8 RCTs) or “no additional treatment” (2 RCTs) were included. Four RCTs tested Sinupret as adjunctive treatment for either acute (3 RCTs) or chronic (1 RCT) rhinosinusitis. The quality of these studies varied, but two in acute sinusitis, including the largest and best quality study, and one in chronic sinusitis reported significant positive findings. Three RCTs tested bromelain in either acute sinusitis (2 RCTs) or patients of mixed diagnosis (chronic and acute sinusitis), and all reported some positive
findings. Metanalysis of the two RCTs in acute sinusitis suggested that adjunctive use of bromelain significantly improves some symptoms of acute rhinosinusitis. Single RCTs were identified for
4 other herbal products (Esberitox, Myrtol, Cineole, and Bi Yuan Shu) as treatments for sinusitis, all reported some positive results. The median methodological quality score was 3 of 5.
CONCLUSION: Evidence that any herbal medicines are beneficial in the treatment of rhinosinusitis is limited, particularly in chronic rhinosinusitis. There is encouraging evidence that Sinupret and bromelain may be effective adjunctive treatments in acute rhinosinusitis. Positive results from isolated RCTs of four other herbal products require independent replication.

Fitocosm-Etica, Sacha Inchi

La costante attenzione del mercato cosmetico per materie prime vegetali esotiche porta continuamente alla ribalta nuove piante. Come ogni evento non è un bene nè un male per se, ma senza dubbio è un fenomeno che rende indispensabile un aggiornamento permanente. Si tratta anche di una dinamica con valenze più ampie, perchè a cascata innesca riflessioni sulla sostenibilità (quante delle piante usate in fitocosmesi sono coltivate? Quante e quali vengono raccolte allo stato spontaneo? Con che potenziali rischi di impatto ambientale?), sull’eticità (nella filiera fitocosmetica, nella quale così forti sono le istanze bio e l’attenzione etico-ambientale, quale ritorno è garantito ai produttori, spesso contadini o piccole cooperative di Paesi in Via di Sviluppo? Come si muovono gli operatori del settore?), sul mercato (questi nuovi ingredienti esotici non diventeranno un nuovo strumento coloniale?) sul senso (l’uso di un ingrediente esotico è motivato sul piano funzionale o è solo uno specchietto per le allodole rivolto ad un consumatore tradizionalmente curioso e sensibile alle novità?).

Ed il consumatore consapevole (o il professionista responsabile) come può rispondere a queste domande? Cercando nei posti giusti e dedicando tempo e senso critico alla sua informazione, come sempre.

In questo contesto di ordine generale si inserisce la comparsa sul mercato europeo di specie botaniche ancora poco note al mercato italiano come Plukenetia volubilis (Euphorbiaceae), altrimenti conosciuta come Sacha Inchi. Si tratta di una pianta peruviana il cui abbondante olio (resa estrattiva attorno al 50%) risulta assai ricco in omega-3 (acido alfa-linolenico, anche oltre il 50%) ed omega-6 (acido alfa-linoleico, circa il 35%) ed in generale è costituito quasi esclusivamente da insaturi (93-98%). Nel 2006 l’olio si è aggiudicato il premio come miglior olio commestibile al World Ethnic & Specialty Food Show, ma i suoi utilizzi più che alimentari presentano potenzialità nel settore della cosmesi naturale e dell’integrazione, in analogia con altri oli fissi altamente insaturi come quelli di Rosa mosqueta e di Borragine. Ulteriori e più precise informazioni sulla composizione sono disponibili in questo documento del Ministero peruviano per l’Agricoltura (in spagnolo) o lanciando una ricerca sull’ottimo Seed Oil fatty Acids Database, dove sono reperibili anche i dati relativi ad insaponificabile e vitamina E.

La pianta cresce nella zona andina, è coltivabile anche su piccola scala e processabile senza necessità di know-how e tecnologie d’avanguarda. Presenta un habitus perenne e la sua fruttificazione continua e non stagionale garantisce una produzione costante durante il tempo (interessante questo report della FAO). E’ redditizia anche non in regime di monocoltura, ovvero in regime di coltivazione misto (policoltura) all’ombra di alberi ad alto fusto o inframezzata con orticole, nel rispetto delle migliori tradizioni della chacra andina. Inoltre, potendosi inserire in settori merceologici ad alto valore aggiunto come quello cosmetico, garantisce un adeguato ritorno economico ai produttori. Elemento importante, in risposta alle domande precedenti, è che attualmente molte delle materie prime innovative in fitocosmesi giungono a noi tramite i canali fair trade (che sta iniziando finalmente a muovere passi decisi anche nel settore cosmetico-funzionale), che garantiscono uno standard etico elevato nelle relazioni con i produttori e nell’attenzione ambientale. In particolare, l’azienda francese Savoirs des Peuples ha fatto del Sacha Inchi un proprio lead e si è spesa negli ultimi anni anche a difesa del mantenimento della proprietà intellettuale degli indios peruviani. Grazie all’iniziativa di Savoirs des Peuples si è ad esempio ottenuto, alla fine del 2007, il rifiuto di due brevetti realizzati in Francia su Plukenetia volubilis a partire dal sapere tradizionale di popolazioni andine, in conclusione di un processo iniziato alcuni anni prima (dettagli su WIPO). Una bella storia.

Cosa manca? Per costruire una filiera reale e completa mancano ancora molti passaggi (sia commerciali che produttivi e di ricerca) e gli studi sulla pianta sono decisamente agli albori: le pubblicazioni scientifiche sono poche decine e molte di esse riguardano aspetti botanico-floristici. Innanzitutto le conoscenze farmacognostichesemillas.jpg sono ancora limitate, mancano ad esempio indicazioni sulla variabilità fitochimica della specie o sull’ottimizzazione della fase di post-raccolta. Lacunosa è anche la parte strettamente tecnico-cosmetica (siccatività, resistenza all’ossidazione e stabilità, espressione di azioni funzionali sul derma, eccetera) e molto è demandato ad informazioni ottenute su oli di composizione simile, ma differenti (enotera, borragine, lino ecc.).

La ricchezza in acidi grassi insaturi è tale da rendere agevole l’uso fitocosmetico funzionale dell’olio di Sacha Inchi, rigorosamente spremuto a freddo, come emolliente e riepitalizzante topico. Nulla invece è stato fatto per valutare il possibile uso dell’olio nel’integrazione alimentare e nella prevenzione (per cui ad essere rigorosi le molte indicazioni reperibili in internet sul controllo del colesterolo o delle disfuzioni cardiovascolari sono non ancora giustificate a pieno e frutto di deduzione a partire dalle proprietà dei singoli costituenti o di oli analoghi anzichè di riscontro oggettivo). Poco, inoltre, si sa circa i possibili usi della frazione proteica (circa il 30% del seme) e dei cascami della spremitura, il cui sfruttamento potrebbe rendere ancora più sostenibile la coltivazione.

L’intero genere Plukenetia, infine, sembra essere un’interessante fonte di oli fissi ricchi in proteine ed in acidi grassi polinsaturi, come si può evincere dalle informazioni realtive a Plukenetia conophora di origine africana, il cui contenuto in omega-3 risulta essere ancora superiore (attorno al 70%), come descritto in questo articolo.

Vederci chiaro

Non è una novità assoluta, ma una conferma: l’assunzione di elevate quantità di luteina, zeaxantina e vitamina E riduce il rischio di insorgenza di cataratta nella donna. In questi casi una conferma è più importante di una scoperta, ma occorre saperla leggere e soprattutto divulgarla correttamente, senza inciampare nella pernciosa ipersemplificazione che porta allo strillo acritico della cura miracolosa. I risultati di un test più che decennale su un campione estremamente ampio (oltre 35.000 infermiere americane) hanno evidenziato un’incidenza minore (ovvero una riduzione del rischio) del 20% circa in chi assumeva oltre 6500 microgrammi/die di xantofille e del 14% in chi tramite la dieta ingeriva circa 250-300 mg/die di Vitamina E. Per chi volesse approfondire, una completa e recente sinossi sulle xantofille (attività, dosaggi, fonti) e è disponibile a questo link.

Leggendo con attenzione l’articolo e la bibliografia correlata si possono fare alcune osservazioni, non limitanti ma razionali: a) le indicazioni emerse sono relative a sole donne ma non è de facto estendibile anche al sesso maschile, per il quale potrebbero esserci risposte differenti; b) il dato è stato verificato sull’assuzione tramite dieta e non tramite integrazione alimentare di molecole isolate. Possono esserci delle differenze, specie nella cinetica di assorbimento, dato che ad esempio molecole lipofile come i carotenoidi vengono assorbite meglio se assunte assieme al cibo; c) si tratta di un’azione preventiva a lungo termine e non di un’azione terapeutica in senso stretto: il solo trattamento terapeutico previsto per la cataratta è la sua asportazione chirurgica, sebbene la prevenzione stia diventando una tipologia di intervento sempre più forte.

Buone notizie per le mangiatrici di broccoli, cavoli e spinaci, dunque. Ed un dubbio: e le pari opportunità declinate al maschile?

Dietary Carotenoids, Vitamins C and E, and Risk of Cataract in Women - A Prospective Study

William G. Christen, ScD; Simin Liu, MD; Robert J. Glynn, ScD; J. Michael Gaziano, MD; Julie E. Buring, ScD

Arch Ophthalmol. 2008;126(1):102-109.

Objective To examine in prospective data the relation between dietary intake of carotenoids and vitamins C and E and the risk of cataract in women.

Design Dietary intake was assessed at baseline in 39.876 female health professionals by using a detailed food frequency questionnaire. A total of 35 551 women provided detailed information on antioxidant nutrient intake from food and supplements and were free of a diagnosis of cataract. The main outcome measure was cataract, defined as an incident, age-related lens opacity responsible for a reduction in best-corrected visual acuity in the worse eye to 20/30 or worse based on self-report confirmed by medical record review.

Results A total of 2031 cases of incident cataract were confirmed during a mean of 10 years of follow-up. Comparing women in the extreme quintiles, the multivariate relative risk of cataract was 0.82 (95% confidence interval, 0.71-0.95; test for trend, P = .04) for lutein/zeaxanthin and 0.86 (95% confidence interval, 0.74-1.00; test for trend, P = .03) for vitamin E from food and supplements.

Conclusion In these prospective observational data from a large cohort of female health professionals, higher dietary intakes of lutein/zeaxanthin and vitamin E from food and supplements were associated with significantly decreased risks of cataract.

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