Maggio 10, 2008 a 10:26 am (Approfondimenti, Biodiversità, Divulgazione, Medicine Tradizionali, Piante, Popoli, Progetti, Rizomi, Uncategorized)
Tags: amazzonia, Biodiversità, Brasile, Campbell Plowden, copaiba, Ethnobotany research and Applications, etnobotanica, etnofarmacologia, NTFP, open access, Tembè
Campbell Plowden è un ricercatore americano attivo nella valorizzazione dei cosiddetti NTFP (Non-Timber Food Products), ovvero di tutto ciò che è sostenibilmente commerciabile da una foresta, legname escluso. Nello specifico Plowden si occupa di valutare la sostenibilità dello sfruttamento di una risoresa forestale tropicale e di individuare possibili mercati d’uscita per i NTFPs. Un esempio della sua attività di ricerca è disponibile qui. La sua specializzazione è nella parte più avventurosa e romantica di questo lavoro, quella che si svolge in situ nell’habitat da valorizzare ed è mestiere in cui occorre essere al tempo stesso un pò botanici, un pò forestali, antropologi, ecologi ma anche McGyver, psicologi, pazzi furiosi e saper gestire esperienze e situazioni assai simili a quelle degli esploratori d’antan. Soprattutto occorre essere decatleti delle culture e dei saperi, se si desidera dare a breve o a lungo termine una concreta ricaduta sul territorio al proprio lavoro.
Alcune settimane fa Plowden ha pubblicato su Ethnobotany Research and Applications il sincero racconto (qui il pdf) della sua esperienza con gli indigeni Tembè, con i quali ha lavorato nella raccolta sostenibile di copaiba (Copaifera spp. )ed andiroba (Carapa guaianensis) ed in generale nella valorizzazione della biodiversità di un’area dell’Amazzonia brasiliana orientale non lontano da Belem. Il racconto copre tutti quegli aspetti umani che i numeri della ricerca non dicono, ad esempio come le aspettative del ricercatore debbano farsi strada tra le dinamiche sociali di una cultura a lui aliena, come per converso le aspettative della suddetta società siano molto diverse dalla percezione che ne abbiamo da fuori. Plowden ha intrapreso l’esperienza di una full-immersion etnobotanica di alcuni anni, nella quale l’entusiasmo ha dovuto fare i conti con problemi sanitari e logistici (la cui descrizione vale una Lonely Planet per la vita in foresta), con le conseguenze dell’influenza reciproca tra un occidentale ed una popolazione amazzonica. Altro aspetto interessante che emerge è quello della difficoltà di convertire in dato numerico impressioni e leggende, che in popolazioni dalla forte tradizione orale divengono elementi fondanti del sapere. Esemplificativo in proposito quando spiega la difficoltà di estrapolare dati sulla produttività degli alberi della zona partendo dal racconto degli indigeni, che non hanno una reale idea del concetto di quantità ma la deformano nel ricordo, nel mito, nell’orgoglio campanilistico e pesano la resa delle piante con l’occhio del pescatore del Bar Sport.
Con grande onestà Plowden parla a cuore aperto della difficoltà di tradurre in risultati concreti anche le migliori intenzioni quando il rischio di generare aspettative irrealizzabili non è ben chiarito. La percezione del valore e del lavoro necessario per generare benessere a partire dai NTFP è infatti ampiamente distorta in società che non hanno mai avuto un approccio scientifico alla realtà. Esiste in occidente una falsa visione delle popolazioni amazzoniche, idealizzate come ultime abitanti di una land of green opportunities, un giardino primordiale vergine da peccati che riteniamo esclusivi alla società occidentale: egosimo, avidità, desiderio di guadagno facile, prestigio e ricchezza acquisiti per diritto e non per merito e frutto di un lungo percorso, propensione alla corruzione sono in realtà concetti ben radicati anche nelle foreste. Invidie, gelosie, competizione possono minare anche il migliore dei progetti di valorizzazione della biodiversità se chi interviene non possiede competenze extracurricolari, non si mette in gioco in maniera totalmente aperta e soprattutto se non si prepara il terreno con una campagna informativa aperta e schietta sul lavoro che farà.
Non solo gli aspetti del ricercatore, ma anche quelli dell’uomo in mezzo ad altri uomini vengono quindi toccati in quella che appare più come un’esperienza da mediatore culturale (un ruolo che a noi europei pare dover esistere solo per integrare extracomunitari nelle società occidentali, laddove la mediazione dovrebbe essere biunivoca, valida nei due sensi). E’ una lettura che davvero consiglio per chi si occupa o si interessa di foreste tropicali e piante medicinali, per capire anche i limiti di un contesto così affascinante e prioritario come la protezione della biodiversità tropicale.
Ne approfitto anche per segnalare la rivista, nata da pochi anni e pubblicata online in base ai principii degli Open Access Journals, le riviste scientifiche ad accesso gratuito, non legate a grossi editori, che sostengono una filosofia di accesso alla ricerca basata sulla condivisione totale delle scoperte e delle attività assai simile all’open source.
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Maggio 8, 2008 a 9:51 pm (Eventi, Popoli, Rizomi)
Tags: Amazing rare Things, arte, Arte Botanica, Arte cinese, Arte orientale, British museum, Disegno naturalistico, Fascination with Nature, Illustrazioni, Kitsch, Mostre, Musei, Natura
In un certo senso le illustrazioni cinesi di Fascination with Nature, di scena alla sala 91 del British Museum, sono la sintesi tra l’estrema precisione tassonomica e la voglia di stupire citate nei due post precedenti sulla Botanical Art. A differenza dell’effetto un pò kitsch delle tavole di Amazing Rare Things, tuttavia, le combinazioni di animali e vegetali su papiri, sete e pergamene cinesi dal 1300 ai giorni nostri ed i loro messaggi mantengono una leggerezza ed una grazia senza tempo.
Occupano poco più di una stanza, ma rappresentano in maniera chiara la distanza culturale (niente accezioni positive o negative, solo constatazione di una differenza) tra Oriente ed Occidente in certe epoche storiche: la precisione nel disegno botanico ed il coesistente leggero dinamismo di alcuni artisti cinesi meravigliano al pensiero delle figure rigide del coevo Cimabue e diventeranno uno stilema accettato nella nostra cultura solo tre secoli dopo, circa.
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Maggio 8, 2008 a 12:08 pm (Approfondimenti, Didattica, Divulgazione, Farmacognosia, Libri, Nutraceutica, Prevenzione, Principi attivi, Review, Ricerca, Rizomi, Validazione)
Tags: CRC Press, Epigenetica, estratti naturali, fitochimica, Invecchiamento, Libri scientifici, luteina, malattie degenerative, melograno, Nutrigenomica, prodotti salutistici, salute, Tè verde, vecchiaia
Non l’ho letto e per ora neppure sfogliato, ma uno degli ultimi libri nel prolifico catalogo della CRC Press sembra interessante per approfondire alcuni aspetti della nutrizione funzionale e della nutraceutica applicata alla prevenzione di malattie e disfunzioni tipiche dell’invecchiamento (il grande babau della società occidentale). Il testo si chiama Phytochemicals - Aging and Health. Tra i capitoli, uno è dedicato a possibili differenze nella cinetica dei flavonoidi in funzione dell’età, altri all’efficacia di Melograno, Tè verde e luteina nei confronti di problemi cardiovascolari, della pelle e della retina rispettivamente. Ce n’è anche uno sui prodotti vegetali nel trattamento dei sintomi delle allergie.
Sempre per i tipi della CRC sono stati dati recentemente alle stampe due testi sulla nutrigenomica e sulle interazioni tra geni e sostanze vegetali in genere, in pieno filone epigenetico. L’epigenetica è una disciplina assai recente, dedita alle modifiche che i geni e la loro espressione possono subire durante la vita di un essere vivente per effetto di vari agenti. E’ considerata la next big thing in ambito biomedico. I testi in questo caso sono intitolati Phytochemicals - Nutrient-Gene Interactions e Nutrigenomics. Più recente rispetto a questi è Epigenetics in Biology and Medicine, che tuttavia è focalizzato su aspetti generali e più strettamente medici e meno vegetali.
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Maggio 6, 2008 a 10:58 pm (Biodiversità, Divulgazione, Farmacognosia, Piante, Ricerca)
Tags: Adattamento, Agricoltura biologica, antiparassitari, evoluzione, insetti, insettivore, Liquidi Viscoelastici, Misumenops nepenthicola, Nepenthes, Nepenthes rafflesiana, open access, Piante Carnivore, PLOS One, Public Library of Science
Ovvero quando la bistrattata ricerca di base fa il suo dovere e suggerisce nuove applicazioni (oltre a scoprire le meraviglie dell’evoluzione).
Nei motivational speech e nelle riunioni di self-help non manca quasi mai la storia dei due animaletti caduti nel secchio di latte. A volte sono topi o ranocchi, altre volte insetti. L’altro giorno in metropolitana un grosso signore di colore con in testa un basco alla Che Guevara e gli occhiali da sole alla Morpheus ne stava leggendo una versione a me nuova, nella quale le protagoniste erano due cavallette. Le bestiole cadono in un secchio pieno di latte. Una resta passiva, si lamenta ed annega nella sua resa di fronte alle avversità. L’altra invece si dimena indomita al punto da riuscire a trasformare il latte in burro, salvandosi grazie alla forza d’animo, alla caparbia, eccetera.

Passiamo ora dal secchio di latte ad un posto meno piacevole e più gore: un ascidio di Nepenthes. Il genere Nepenthes è uno di quelli volgarmente classificati tra le “piante carnivore“, i vegetali splatter che avendo scelto di vivere in una nicchia evolutiva sgradita a tutte le altre piante o quasi (i terreni poveri d’azoto come torbe, sfagni, o addirittura spazi epifiti) ha messo a punto una batteria di stratagemmi assai ingegnosi per integrare le carenze alimentari. Assumendo ad esempio l’azoto non dal suolo ma dalle proteine degli insetti (e se gli capita anche da piccoli vetebrati poco accorti), che catturano e digeriscono tramite apposite trappole.
Per poter raggiungere il loro scopo, gli adattamenti evolutivi necessari alle Nepenthes sono stati assai numerosi e terribilmente mirati. Senza farla troppo lunga, innanzitutto si è dovuto formare l’ascidio, una foglia profondamente modificata a forma di sacchetto, conformata in maniera tale da soddisfare diverse esigenze oltre a quella fotosintetica. L’insetto, ad esempio, deve essere attratto verso l’ascidio, ragion per cui la trappola è colorata e secerne una sostanza zuccherina in nettarii extrafiorali. Deve entrare facilmente ma non deve riuscire a fuggire, per cui esistono sia barriere fisiche (l’apertura a margine revoluto, talvolta internamente spinificata) sia chimico-fisiche (la parete interna è squamata e spesso ricoperta di cera, che impedisce la presa alle zampe degli insetti) sia chimiche (la base dell’ascidio è piena di un liquido digestivo con doti particolari, come vedremo tra poco. Inoltre, dato che questo genere è tipico di foreste tropicali umide (sud-est asiatico, Borneo e dintorni), è necessario evitare che troppa acqua entri nell’ascidio, diluendo il liquido digestivo e limitandone l’efficacia. Ecco quindi che sopra l’apertura troviamo un opercolo a mò di ombrellino.
Fino a qui, si tratta di informazioni reperibili su qualunque sito di appassionati di carnivore. La parte che ci interessa di più ora è relativa al liquido digestivo, che solo digestivo non è, a quanto emerge leggendo un articolo apparso su PLoS One (Public Library of Science, un editore open access). La pubblicazione, dal titolo A Viscoelastic Deadly Fluid in Carnivorous Pitcher Plants, mostra una serie d
i dettagli molto interessanti circa il comportamento del liquido digestivo, fatti a partire da specie come Nepenthes rafflesiana, nelle quali il rivestimento interno degli ascidi non è scivoloso. Quello presente nelle trappole digestive è un liquido molto vischioso, che avvolge rapidamente la preda, tanto più rapidamente ed efficacemente quanto più questa si agita in preda al panico nel tentativo di fuggire. Non solo il movimento accelera l’imbibizione e blocca zampe ed ali, ma determina anche variazioni di consistenza nel fluido, che per effetto del minimo calore prodotto e dell’azione meccanica assume una consistenza sempre più collosa e rigida. La sfortunata preda non annega (quasi tutti gli insetti camminano letteralmente sull’acqua grazie al loro esoscheletro idrofobo o nuotano per brevi periodi e facilmente sfuggirebbero se il liquido avesse le medesime proprietà dell’acqua), ma viene letteralmente avvolta e soffocata come in una pozza di sabbie mobili, dando tempo alle sostanze digestive di fare il loro dovere. Nella versione online dell’articolo sono presenti anche alcuni filmati in Quicktime (editoria telematica vs. editoria cartacea, uno a zero) che mostrano la dinamica dell’intrappolamento. Abbastanza agghiacciante, ma la Natura non accetta buonismi.
E l’esergo al titolo del post? L’esistenza di un polimero viscoelastico naturale e biodegradabile ma resistente all’acqua (il liquido mantiene queste proprietà anche se viene diluito del 90% in acqua, altra ottimizzazione evolutiva visto il clima molto piovoso) è terribilmente promettente nella produzione di antiparassitari biologici in grado, as esempio, di bloccare o interferire con la colonizzazione di afidi, bruchi e formiche sulle piante da fiore e da frutto. Oppure ancora per aumentare l’adesione e la permanenza di altri insetticidi nebulizzati. Qualcuno ci lavorerà.
Per gli insetti disgraziatamente finiti negli ascidi di Nepenthes rafflesiana vale dunque un altro adagio più cinico: se finisci nella sabbie mobili non agitarti, affonderesti più in fretta. La lezione a riguardo potrebbero averla imparata alcuni simbionti delle Nepthentes come un ragnetto, Misumenops nepenthicola, che entra negli ascidi e muovendosi al rallentatore, si ciba di prede della pianta o dei loro resti senza restare intrappolato. Pianino pianino, in slow motion, anche il ragnetto si è fatto strada verso la sua nicchia evolutiva.
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A Viscoelastic Deadly Fluid in Carnivorous Pitcher Plants
Laurence Gaume, Yoel Forterre
Background. The carnivorous plants of the genus Nepenthes, widely distributed in the Asian tropics, rely mostly on nutrients derived from arthropods trapped in their pitcher-shaped leaves and digested by their enzymatic fluid. The genus exhibits a great diversity of prey and pitcher forms and its mechanism of trapping has long intrigued scientists. The slippery inner surfaces of the pitchers, which can be waxy or highly wettable, have so far been considered as the key trapping devices. However, the occurrence of species lacking such epidermal specializations but still effective at trapping insects suggests the possible implication of other mechanisms.
Methodology/Principal Findings. Using a combination of insect bioassays, high-speed video and rheological measurements, we show that the digestive fluid of Nepenthes rafflesiana is highly viscoelastic and that this physical property is crucial for the retention of insects in its traps. Trapping efficiency is shown to remain strong even when the fluid is highly diluted by water, as long as the elastic relaxation time of the fluid is higher than the typical time scale of insect movements.
Conclusions/Significance. This finding challenges the common classification of Nepenthes pitchers as simple passive traps and is of great adaptive significance for these tropical plants, which are often submitted to high rainfalls and variations in fluid concentration. The viscoelastic trap constitutes a cryptic but potentially widespread adaptation of Nepenthes species and could be a homologous trait shared through common ancestry with the sundew (Drosera) flypaper plants. Such large production of a highly viscoelastic biopolymer fluid in permanent pools is nevertheless unique in the plant kingdom and suggests novel applications for pest control.
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Maggio 6, 2008 a 10:43 am (Divulgazione, Eventi, Piante, Rizomi, Uncategorized)
Tags: Amazing rare Things, Amazing stories, botanica, Botanical art, Cassiano dal Pozzo, Leonardo da Vinci, Londra, Marshal, Merian, Musei, Royal Collection
Quando ieri scrivevo della presenza di arte botanica nei musei, mi spianavo ovviamente il terreno con una sfacciataggine ai limiti del vergognoso.
Amazing Rare Things è il titolo di una mostra della Royal Collection, il museo di Sua Maestà, curata dall’immarcescibile Sir David Attenborough. Si tratta di una visita guidata tra i memorabilia regali in tema naturalistico e tra le molte illustrazioni si ritrovano anche diversi disegni di piante, fiori e frutti esotici e/o utili per mano di Cassiano dal Pozzo, Alexander Marshal, Maria Sibylla Merian, oltre a tavole non solo vegetali di Leonardo da Vinci. Più che sulla precisione tassonomica, il materiale esposto punta sul sense of wonder dell’esotico e sull’eclettismo: siamo pur sempre a corte e la filologia dell’approccio scientifico cede il passo all’intento di usare la Natura come strumento di stupore e meraviglia. Amazing stories era del resto il nome di una delle più popolari collane di racconti di fantascienza pulp degli anni ‘50, in cui la scienza e la tecnica venivano più o meno fantasiosamente piegate a soddisfare i medesimi obiettivi, per cui la scelta del titolo della mostra già ne spiega l’essenza.
In termini comunicativi la Amazing Rare Thing poi ha un ulteriore pregio: un eccellente sito completo di immagini navigabili e didascalie che permette una vera e propria visita virtuale.
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Maggio 5, 2008 a 10:42 am (Didattica, Divulgazione, Eventi, Piante, Ricerca, Rizomi, Tools, Uncategorized)
Tags: arte, botanica, Botanical art, disegno, illustrazione, Kew Gardens, Kohler's Medicinal Plants, Londra, Marianne North, Musei, Orti botanici, Otto Wilhelm Thomé, Shirley Sherwood
Verrebbe da chiedersi per quale motivo esiste una branca della botanica dedita al disegno calligrafico delle piante, nell’era dell’immagine digitale ad alta risoluzione. Non solo esiste, ma è viva e lotta con noi. Innanzitutto perchè, pur con le debite eccezioni, il senso del bello ed il gusto estetico sono elementi che ci caratterizzano come esseri umani (e questo è un lunedì da bicchiere mezzo pieno). E l’invenzione dei piatti pronti non ha definitivamente scalzato il piacere di una pietanza preparata ad arte, per soddisfare i sensi e non solo riempire la pancia, per dirne una. Meno prosaicamente, perchè un disegno dettagliato permette di descrivere in maniera perfetta le decine di dettagli indispensabili al riconoscimento corretto delle millanta specie vegetali esistenti, per la gioia dei tassonomi. Il disegno tassonomico-artistico viene realizzato riportando in scala reale uno specimen d’erbario in colori naturali, avendo cura di rendere evidente ogni particolare significativo, dalla nervatura delle foglie alla forma delle brattee, dalla morfologia fiorale al colore dei frutti, attraverso una realizzazione semi-artificiale ad alto tasso di verosimiglianza. Di conseguenza esso permette di illustrare in una sola tavola elementi cronologicamente distanti lungo il ciclo ontogenetico della pianta, come ad esempio il fiore ed il frutto e di eliminare inevitabili imperfezioni del campione reale come lesioni da urto, danni da insetti, eccetera. Il risultato complessivo non solo è esteticamente affascinante, ma spesso estremamente utile e didattico.
Insigni esempi di quest’arte sono disponibili in rete, come i famosi erbari illustrati di Franz Eugen Köhler e Otto Wilhelm Thomé, da cui ho pescato un paio di tavole per decorare questo post. Si tratta probabilmente delle due pubblicazioni più famose al mondo in tema di ars botanica, sebbene le risorse siano enormemente maggiori e molto più dinamiche ed attuali di quanto si possa pensare, come dimostrato dalla ricchezza di un sito come BotanicalArtists.com e dall’esistenza della Society for Botanical Arts
in Europa e dell’American Society of Botanical Artists oltreoceano. Lo conferma infine l’esistenza di un vivace (e danaroso) collezionismo e la crescente attenzione che viene riservata anche a livello museale, dove l’eccellenza del settore trova la visibilità che merita.
Ad esempio, in quella meraviglia per la mente e per lo spirito che sono i Kew Gardens (perchè andare a Londra a vedere quel falso storico del Tower Bridge? Perchè perdere tempo in quell’obbriobrio che è Oxford Street? Perchè?) poche settimane fa è stata inaugurata la Shirley Sherwood Gallery, esposizione permanente che ospiterà a turno, presso la Marianne North Gallery, le centinaia di migliaia di illustrazioni antiche e moderne possedute dai reali giardini. Shirley Sherwood, per la cronaca moglie del creatore dell’Orient Express, è una delle più note e competenti collezioniste di illustrazioni botaniche al mondo ed ha donato la sua collezione di opere contemporanee alla neonata struttura espositiva, rendendo ancora più colossale la quantità e la qualità del materiale a disposizione. Presso Kew Gardens è inoltre tuttora attivo un centro di botanical art e con costanza vengono editi libri sul tema, abbracciando sia i disegnatori del passato che quelli contemporanei, segno che la disciplina non si limita a scavare nel passato ma continua a costuirsi una strada davanti.
Per gli altri avvistamenti londinesi in tema di botanical art e per i vari libri portati a casa, ripassare tra qualche giorno.
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Maggio 2, 2008 a 9:50 am (Divulgazione, Etica, Fitocosmesi, Mercato Erboristico, Nutraceutica, Reverse engineering, Uncategorized)
Tags: Clorofilla, comunicazione ambientale, Cosmesi, Futerra, Greenwash, London paper, prodotti biologici, prodotti ecosostenibili, prodotti naturali, pubblicità, shampoo, Smart Planet
Mi trovo provvisoriamente in Inghilterra e spulciando un free press londinese (The London Paper, un giornalaccio) sono capitato su un articoletto dedicato alle aziende che marciano un pò troppo disinvoltamente sull’onda verde del marketing, riempiendosi la bocca di termini come sostenibile, biologico & co. Senza averne le credenziali, ovviamente. La tecnica di mercato è del resto codificata da tempo come greenwash ovvero più o meno “lavaggio del cervello verde”.
Pare che opportunamente il garante britannico per la pubblicità (Advertising Standards Authority) abbia deciso di metterci una pezza, regolamentando la materia e ponendo una serie di benchmarks. Ad esempio qui è disponibile in pdf la normativa per il marketing degli organic foods, ivi inclusi cibi funzionali e nutraceutici, per i quali la questione del biologico e del sostenibile è particolarmente topica.
Curiosamente poi, proprio ieri, Smart Planet ha distribuito un sintetico decalogo per il consumatore critico, dedicato ai trucchetti da applicare per riconoscere o almeno saper interpretare i claim dei produttori in tema ambientale in senso lato. Stringato com’è rischia di essere più un simpatico esercizio di stile, pur restando un utile promemoria dei caveat da seguire. Molto più approfondita e dettagliata (praticamente l’approccio opposto anche in termini di pregi e difetti comunicativi) la Greenwash Guide edita da Futerra in cui sono elencati e descritti pieghe e risvolti delle tecniche di ricostruzione della verginità ambientale.
In tema mi viene in mente all’istante il problema di molti cosmetici e prodotti erboristici, descritti come naturali o a produzione sostenibile per avere, assieme ad altre dozzine di ingredienti, un componente minoritario di origine vegetale o vagamente legato ad una filiera di produzione fair trade. Un esempio sono gli shampoo ed i bagnoschiuma “naturali”, quelli nei quali in realtà l’unico ingrediente vegetale è un estratto 2:1 (due parti di solvente per una di droga) inserito come 1% rispetto a tutta la formulazione. Nel complesso una quantità risibile, che oltre alle sostanze attive contiene numerosi inerti come clorofilla, proteine, ecc. Inoltre, a cosa potrà servire dal punto di vista dermofunzionale lo 0,5% sul totale per un tempo di applicazione che massimo arriva a 2 minuti?
Diversi anni fa poi mi era capitata per le mani una crema alla clorofilla più o meno descritta cosi’: “La pelle del viso va protetta ogni giorno per tutto l’anno. La nostra ditta ha creato una crema a base di clorofilla, che in natura esercita un’azione anti-inquinamento grazie alla capacità di trasformare l’anidride carbonica in carboidrati“. Una descrizione alquanto creativa, per la quale chiunque avesse avuto una minima formazione in biologia avrebbe forse riso per l’ingenuità della frase o pianto per come si stava cercando di giocare sulla credulità altrui. Elementi scientifici come la fotosintesi clorofilliana e l’importanza delle piante verdi come elemento di restituzione ambientale erano usati come pedine di greenwashing in modo subdolo e fraudolento rispetto allo scopo del prodotto. Inutile spiegare, ad esempio, che la fissazione dell’anidride carbonica da parte della clorofilla avviene solo ed esclusivamente in un sistema vitale come il cloroplasto e che l’anidride carbonica, pur essendo arcinota per le problematiche ambientali non è nociva per la pelle. Anzi, in teoria un eccesso di CO2 rispetto all’ossigeno può paradossalmente essere considerato protettivo nei confronti dello stress ossidativo…
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Maggio 1, 2008 a 10:29 am (Biodiversità, Coltivazione, Divulgazione, Eventi, Fitocosmesi, Mercato Erboristico, Piante, Popoli, Ricerca)
Tags: Agricoltura biologica, Biodiversità, biodiversità agricola, Congressi, cosmesi naturale, Erboristeria, Etnobiologia, fiere, IFOAM, MAPs, meeting, Piante aromatiche, simposio, ziziphus
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Aprile 30, 2008 a 10:06 am (Approfondimenti, Etica, Fitocosmesi, Medicine Tradizionali, Mercato Erboristico, Piante, Reverse engineering)
Tags: Body shop, Cosmetici, fair trade, Fitocosmesi, Formulazione, lipidi vegetali, Moringa oleifera, Moringa pterygosperma, olio, PVS
Piaccia o non piaccia, Body Shop ha lanciato con grande forza una nuova linea fitocosmetica a base di Moringa oleifera: con scrub, crema da corpo, gel, saponi, eccetera. La conoscenza degli ingredienti aiuta, in molti casi, a capire le strategie scelte dalle aziende e permette di scegliere con maggiore consapevolezza, ponendosi due domande. Da dove salta fuori questo nuovo ingrediente e che caratteristiche ha? Perchè è stato scelto?
Innanzitutto non si tratta di una novità assoluta. Del resto è molto meno rischioso e complicato creare una linea basata su una materia prima disponibile in abbondanza e con costanza sul mercato. Soprattutto se i volumi di produzione previsti sono elevati e si desidera una forte uniformità dei batch di produzione. Moringa oleifera o Moringa pterygosperma è un alberello indiano dai fiori profumati diffuso poi in buona parte dei tropici aridi e tanto le foglie quanto i semi hanno svariati impieghi anche nell’alimentazione e nell’allevamento (qui una rapida sintesi). L’olio estratto dai semi è dolce ed inodore ed ha un uso storico in campo cosmetico come emolliente, ove è noto come olio di Ben o di Behen, fattore che ne ha peraltro favorito la diffusione in tutti i tropici, come testimonia questa citazione in un decreto giamaicano dell’800. Nella stessa pagina è disponibile una composizione in acidi grassi dell’olio stesso, che descrive una grande abbondanza (prossima o superiore al 70%) di acido oleico (C18:1), alla base delle proprietà emollienti.
Molte le similitudini con l’olio d’oliva, di cui rappresenta un potenziale succedaneo, non solo in termini alimentari, in virtù della analoga resistenza a temperature e perossidazione. Proprio la buona stabilità dell’olio è un plus per il formulatore, che deve gestire un ingrediente meno propenso di altri all’irrancidimento, con conseguenti minori necessità di aggiungere antiossidanti e stabilizzanti. Ad esempio, anche l’olio di mandorle dolci, da sempre visto come un must in fitocosmesi, contiene circa il 75% di acido oleico, ma la contemporanea presenza di un 20% di acido linoleico (C18:2, polinsaturo) richiede poi una certa protezione.
Va tuttavia ricordato che l’olio di Moringa non è l’unico lipide presente in questi cosmetici, anzi, non è neppure il più abbondante, come si evice ad esempio dall’INCI di Moringa Body Butter. Ai fini dell’espressione della funzione cosmetica quindi, il suo ruolo non è esclusivo e caratterizzante quanto il marketing lascia ad intendere. Niente di male in tutto questo, solo si tenga presente che la Moringa è un ingrediente assieme a molti altri.
I fiori di Moringa oleifera sono alquanto e gradevolmente profumati e la polvere dei frutti presenta una consistenza tale da rendera utilizzabile in uno scrub. Questo offre un duplice vantaggio: la linea può contenere più ingredienti della stessa fonte, caratterizzandosi così in maniera più netta in termini di immagine ed al tempo stesso è sufficiente controllare una singola filiera commerciale per reperire più materie prime: i produttori sono sempre gli stessi, ci sono più garanzie. Per le aziende è una semplificazione gradita. Questo elemento poi può costituire un ulteriore vantaggio se si desidera porre particolare enfasi sulla base della produzione nei PVS (un marchio di fabbrica, per Body Shop), che a parità di produzione diversifica ed aumenta i volumi di vendita.
Ad uso del formulatore e non solo, qualche dettaglio sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche di Moringa è disponibile in questo articolo. Tra gli altri dati, una discreta presenza di Vitamina E (circa 250 mg/kg di tocoferoli totali, più che nell’olio di palma ma molto meno che in quello di soia e mais) ed un insaponificabile pari a circa l’1%, non “bello” ed abbondante come quello dell’olio d’oliva.
Perchè non optare per una linea a base di olio d’oliva, allora? Indubbiamente sarebbe più facile da reperire. Credo che le motivazioni siano più di immagine che di contenuto e di proprità fitocosmetiche. Moringa oleifera ha un appeal più esotico, ha un’origine percepita più forestale e più tropicale e con ogni probabilità la sua produzione è maggiormente in mano a piccoli produttori con meno sbocchi di mercato, per i quali un aumento degli acquirenti e della richiesta i mercato ha un effetto molto maggiore nell’aumento della qualità della vita. Nella strategia dell’azienda e nella filosofia che intende seguire questi fattori sono evidentemente molto rilevanti.
Moringa oleifera infatti cresce particolarmente in fretta anche in climi aridi e su terreni abbastanza poveri, garantendo reddito e cibo in aree assai difficilmente redditizie con altre colture. Essa tuttavia ha prevalentemente un impiego locale e la sua presenza in un cosmetico di ampia diffusione favorisce mercati e produttori che non possono godere dei bacini d’utenza che già l’Olivo possiede. Da ricordare che la presenza di olio di Moringa in una linea così in vista come quella di Body Shop implica anche, con orgni probabilità, una maggiore richiesta di questa materia prima anche da parte di altri produttori di cosmetici, con un conseguente stimolo alla produzione ed all’allargamento della nicchia di mercato.
Fin qui, tutto bene. L’ingrediente ha un senso per il tipo di prodotto che se ne ottiene, offre vantaggi per il formulatore/produttore, ha un buon appeal per il target di mercato dell’azienda ed apparentemente anche per l’economia di zone del mondo altrimenti disagiate o poco sviluppate. La pianta è già coltivata e usata, semplicemente si è ricavata una nuova nicchia di mercato complementare alla produzione esistente e questo aumenta le possibilità di reddito dei piccoli produttori. A questo riguardo pero’ la comunicazione è scarsa e l’ingrediente “verde” può non essere automaticamente anche “onesto” o “equo” se si preferisce. La resa tradizionale di estrazione, ad esempio, non è adeguata nè a garantire una qualità adeguata nè ad ottenere una resa economicamente sostenibile, per cui occorre impiegare sistemi estrattivi industriali centralizzati (qui un bell’articolo sui principali problemi della filiera della Moringa). Spesso tali attrezzature sono in mano ad intermediari della produzione che raccolgono la materia prima dai contadini e la processano, di solito agendo da filtro (usiamo questo eufemismo) ai guadagni ottenuti realmente sul mercato. Purtroppo una descrizione trasparente dei passaggi di mano degli ingredienti e della distribuzione dei guadagni tra i diversi attori (produttori alla base, processatori, traders, ec..) non è quasi mai disponibile nel commercio, sebbene spesso questa sia la differenza reale tra un ingrediente vegetale attento all’uomo ed all’ambiente e tutti gli altri.
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Per l’angolo del “forse non sapevate che”: il materiale di scarto della lavorazione dei semi e delle foglie di Moringa oleifera ha un diffuso impiego nella purificazione delle acque, grazie alle proprietà flocculanti di alcune proteine e come tale viene usato in diversi paesi in via di sviluppo.
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Aprile 29, 2008 a 1:00 pm (Mercato Erboristico, Piante, Popoli)
Tags: Cina, Erboristeria, New York Times, Pu'er, Pu'erh, te, Tea, Tisane, Yunnan
Dove, come e perchè: un reportage del New York Times sulla raccolta del Pu’erh nella Cina sudoccidentale. Bere tè è come bere vino, ammonisce un anziano citato nell’articolo, ed anche per questo tè un poco speciale esisteranno fasce di qualità ben distinte come si evince dalla parte finale.
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