Prévert, beccati questa

Anche in autunno, anche per le foglie morte o inebriate d’acido abscissico ed etilene, la vita continua. Cadere nel giardino di Christoph Niemann, illustratore del New Yorker e del NY Times aiuta, almeno per entrare nell’altrettanto effimera, elusiva storia del design. L’ultima trovata di Niemann sono i calembours tra parola e lamina fogliare, le freddure del foliage. Per scegliere la mia combinazione preferita da esporre qui a lato ho dovuto tirare a sorte (e non ha vinto Swiss Army Tree, dannazione!). Menzione speciale della giuria per Elder Ego.

Teste di legno?

Kassel è un posto triste e grigio, non me ne vogliano eventuali appassionati mitteleuropei. Rasa al suolo che neanche Coventry durante la seconda guerra mondiale, è rapidamente ricresciuta come centro industriale tra altoforni, fabbriche di pneumatici e ciminiere. Uno dei pochi motivi per cui vale la pena sostare a Kassel è il Naturkundemuseum, dove è ospitata l’intera Holzbibliotek di Carl Schildbach. Si tratta di una xiloteca particolare, pivot tra un campionario di essenze -nel senso di legni e non profumi- che forniscono la materia prima e la biblioteca vera e propria, da cui vengono mutuate forma, organizzazione e scopo. La collezione conta quasi 600 volumi di “libri” di legno, gli holtzbuch, tutti datati tra il 1700 e la prima metà dell’800. Per una città industriale in vetrocemento, la biblioteca del durame è una specie di scherzo museale, di perfida vendetta botanica. Il kabinet dedicato alla collezione di Schildbach può essere visto in questo breve filmato.

Il karma è quello dell’erbario, ma applicato alle specie arboree e screziato con un quid civettuolo di biedermeier, forse non casualmente coevo. Anzichè riportare gli specimen erborizzati su carta come ortodossia botanica comanderebbe, si creano strutture tridimensionali a forma di libro usando esclusivamente materiali della specie arborea in questione. Il risultato è un oggetto solido come l’albero che lo ha creato e l’exsiccata diventa un libro aperto, metaforicamente  e non. Ogni holzbuch è dotato di copertina-scatola in legno ed il contenuto (esteticamente ineccepibile e davvero sintonizzato sull’estetica semplice, sulla sincerità sobria ed armonica del biedermeier) è composto dagli elementi caratterizzanti l’albero in questione: le foglie e le sezioni di ramo in diversi stadi di sviluppo, le pigne, eventuali campioni di resina, addirittura le tipologie di muschio e licheni consociati che crescono sul tronco, eccetera. La costa del “libro” è in genere ricoperta con la corteccia. In alcuni casi sono presenti anche la plantula in germinazione, opportunamente essiccata, ed esempi di eventuali parassiti. Tutto lo scibile botanico-forestal-ecologico delle specie arboree di Prussia era riunito in un unicum autoconsistente in cui ogni singola parte raccontava qualcosa allo studente ed in cui tutto era al contempo disposto con scientifica precisione, per dare un ensemble esteticamente gradevole. Schildbach e con lui il monaco benedettino Candid Huber, altro geniaccio dell’holzbuch, mediavano l’esigenza di documentazione scientifica con un estro artigianale ed artistico mirabili.

Lo scopo degli holzbuch non era meramente estetico, sebbene da subito siano divenuti oggetto di collezionismo, ma didattico: servivano come supporti per l’educazione forestale e presso i nascenti musei di storia naturale sotto la spinta statale di sfruttamento razionale delle risorse agroforestali. Oltre che a Kassel se ne trovano piccole collezioni anche nel castello di Bad Berleburg da cui proviene l’esemplare nell’illustrazione e nel museo di storia naturale di Ebersberg. Esistono xiloteche anche in Italia, come la xiloteca Cormio a Monza e la Xiloteca del Centro di studi dell’ambiente alpino a San Vito di Cadore, ma le loro collezioni sono più pragmatiche e meno estetizzanti.

Per saperne di più su queste xiloteche-biedermeier esistono pochi testi, quasi tutti editi in Germania. Apparentemente il più esaustivo è questo.

(Photo credits: LWL)

Nessuno tocchi violetta

pdre049970Ogni mamma che si rispetti ha ricevuto in dono una violetta africana. Una Saintpaulia ionantha, per botanica precisione. Pianta da davanzale o da salotto, prodiga di fiori viola intenso e pelosina di foglia, offre una serie di atout perfetti per spuntarla sulle altre piante-per-mamma, inclusa una dimensione ideale per pacchetti-regalo e posizionamento a centrotavola. Non è facile tenere e far prosperare una Saintpaulia: occorre il famigerato pollice verde, dicono i guru dell’home-gardening. Il che si traduce in un mix apparentemente esoterico di condizioni microclimatiche, vezzeggiamenti a base di luce e temperatura (“sole di vetrata ed aria di fessura”?) ed attenzioni assortite che in genere perdono l’aura irrazionale e mitica che le circonda non appena si squarcia il velo sulla fisiologia vegetale e sulla chimica ecologica delle piante. Due ricercatrici americane, ad esempio, hanno cercato di chiarire un aspetto particolare: come reagisce la violetta a continui sfregamenti manuali (quelle foglie di pelouche sono così irresistibili…) ed all’esposizione a profumi spesso presenti sulle mani delle persone? La prende male, pare. In particolare il contatto fisico determina una minore crescita delle foglie per numero e superficie mentre la presenza di sostanze volatili amplifica la sofferenza della pianta. In ambo i casi le foglie invecchiano più rapidamente, si lesionano più facilmente e perdono di efficienza, dando agli individui un aspetto stentato e meno salubre.

Andando oltre l’alzata di sopracciglio che vorrebbe portare questo tipo di indagini verso la candidatura all’IgNobel per la stravaganza del tema (anche se a livello vivaistico può avere ricadute, in realtà), questa curiosa ricerca permette di suggerire un paio di considerazioni. La prima è che anche le piante, come i bebè, sono assai sensibili alle sostanze volatili: la guerra di trincea negli habitat naturali è combattuta a suon di sostanze chimiche allelopatiche ed i segnali d’allarme sono tutti chimici, meglio se aerei, anche se i vegetali non hanno olfatto. Sostanze che alle nostre narici determinano sensazioni piacevoli equivalgono ad un rude “fatti più in là” e ad un deciso “spostati, microbo” nel linguaggio del bullismo vegetale. L’altra riflessione è sempre legata ai sensi: non avendo occhi per vedere le piante devono vicariare la percezione del terreno circostante con altri stratagemmi. Così come un profumo si traduce anche in una minaccia, uno sfregamento è segnale di mancanza di spazio in una determinata direzione e suggerisce quindi di incentivare le crescita delle foglie e della parte che più si trova “libera” da possibili impedimenti fisici o da competitori. La percezione e la risposta delle piante al contatto ed agli stimoli meccanici è riassunta in un vocabolo ad hoc: tigmomorfogenesi. Dietro questo termine da Bartezzaghi a schema libero si cela una complicata rete di geni, attivati da stimoli tattili, che alla fine della cascata regolano la produzione degli ormoni vegetali che indirizzano la crescita del fusto e la formazione delle gemme, oltre la loro morte se necessario. In alcuni casi, e qui viene la giustificazione ad investigazioni apparentemente strambe e fini a sé stesse, intervenire sulla timomorfogenesi può essere utile anche a scopo commerciale. Le piante ornamentali cresciute in serra ad esempio hanno la brutta tendenza a filare, ovvero a crescere troppo in altezza: per modulare questa crescita senza ricorrere a trattamenti chimici, una bella spazzolatura regolare (brushing) le può rallentare, come raccontato in questo link relativo ad esempio a Salvia splendens e Tagetes patula. In vari casi non solo il tatto ma la semplice azione del vento può modulare la forma degli organi vegetali: si pensi alle differenze tra un rosmarino nella pianura padana ed uno esposto ai venti della Camargue.

icnos017017La Saintpaulia poi non nasce per stare sul comodo centrino all’uncinetto della zia, ma per vivere in un habitat estremamente complesso e competitivo come quello delle foreste africane (la specie è originaria di una zona montagnosa ben precisa della Tanzania, quella dei monti Usambara)  in cui la lotta per spazio e risorse aumenta in modo iperbolico la selettività delle soluzioni e le nicchie in cui prosperare. E la violetta ha imparato a guardarsi attorno. Dal canto vostro, voi millantatori di pollice verde, non lavatevi le mani e tenetele bene a posto, ché a causa delle sue origini la Saintpaulia è asociale non vuole coccole.

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Brushing Using a Hand Coated with Body Lotion or in a Latex Glove Decreases African Violet Plant Quality and Size

J.C. Brotton and J. C. Cole

HortTechnology 19: 613-616 (2009)

Plants of two cultivars of african violet (Saintpaulia ionantha), ‘Michigan’ and ‘Gisela’, were brushed for 30 or 90 seconds three times per week for 5 weeks with a gloved or nongloved hand to which body lotion had been applied. ‘Michigan’ damage rating and size was more affected by brushing than was ‘Gisela’. Brushing generally increased the damage rating and decreased plant size compared with not brushing. Plants brushed with a gloved hand had lower damage ratings and were larger than those brushed with a nongloved, lotioned hand. Plants brushed for 30 seconds had lower damage ratings and were generally larger than those brushed for 90 seconds. Brushing leaves of african violets, particularly with a hand to which body lotion has been applied, is not recommended because repeated brushing can decrease plant quality and size.

Cera una volta

crbs081178Se capitate qui ed avete il colesterolo alto, forse avete già sentito parlare dei policosanoli. Si tratta di una miscela di alcoli alifatici a lunga catena (una fila di atomi di carbonio con un gruppo alcolico ad una delle estremità) estratti dalla parte cerosa che ricopre molte piante ed alcuni semi, nota come rivestimento epicuticolare. Soprattutto ne sono ricchi la canna da zucchero, il grano immaturo e l’olio di germe di grano, ma sono presenti in piccole quantità anche nel mais e sono stati rinvenuti in abbondanza anche nella cera d’api e nei semi di una pianta asiatica di recente introduzione sul mercato nutraceutico europeo, Perilla frutescens. I policosanoli ed il loro componente maggioritario, l’octacosanolo, sono considerati sicuri, proposti e tuttora venduti (da soli o miscelati ad altre sostanze come ad esempio i fitosteroli) come rimedio per l’ipercolesterolemia moderata-lieve, per quella casistica da coloesterolo borderline che da alcuni lustri ha attirato una buona parte del mercato degli integratori alimentari e dei fitoterapici. Il ragionamento alla base dell’uso di questa tipologia di prodotti è che se il problema non è patologico, si può ipotizzare il riscorso a sostanze considerate meno rischiose dei farmaci ricettati, anche se l’intensità della loro azione è più blanda.

Qualche punto fermo: sebbene appartengano al variegato mondo delle sostanze naturali, i policosanoli non sono inseriti in nessuna medicina popolare, non rappresentano un prodotto di origine vegetale legato alla tradizione fitoterapica. Non saltano fuori da ricettari esoterici o da usi sciamanici nè sono ingredienti alimentari nutrizionalmente rilevanti. Si tratta di sostanze il cui uso è nato dallo studio farmacologico e clinico di materiali di scarto di una filiera agroalimentare ben precisa, quella della canna da zucchero, in un contesto ben preciso, l’isola di Cuba nell’era dell’embargo sanitario. A causa del limitato se non nullo accesso all’armamentario farmaceutico commerciale, la ricerca sanitaria cubana ha fatto di necessità virtù sviluppando eccellenze assolute nell’approccio ad altre fonti di medicamenti, come le medicine popolari e la valutazione di sostanze di origine vegetale. La storia dei policosanoli è pertanto tipicamente farmaceutica nell’impianto di scoperta e la motivazione medico-terapeutica del loro utilizzo come ipocolesterolemizzanti non ci arriva da indagini etnofarmacologiche o tramite studi in vitro di limitata affidabilità, ma grazie a trial clinici, ovvero prove dirette sull’uomo. E non un paio, ma alcune decine (circa una quarantina per la precisione, che salgono a quasi 80 se includiamo quelli di qualità inferiore).

tttL’esistenza di diversi studi clinici relativi all’uso dei policosanoli della canna da zucchero nella riduzione del colesterolo, con effetti comparabili a quelli dei farmaci di riferimento (statine o fibrati) ha dato il via negli anni scorsi ad un’ampia commercializzazione di integratori basati su queste sostanze. Forti di questi dati (si parla di riduzioni di colesterolo LDL superiori al 25%), le aziende del settore hanno iniziato a lanciare prodotti, in alcuni casi facendo dei policosanoli una parte rilevante del loro fatturato se non addirittura rendendoli un core-business. Un rapido consulto su Google in italiano rivela l’esistenza di numerose aziende che tuttora ne promuovono l’uso impiegando proprio quei dati scientifici a supporto dell’evidenza. In molti casi è arrivato anche l’endorsement da parte del mondo medico, evidentemente anch’esso rincuorato dal fatto di avere per mano dei dati clinici.

Ad un consumatore, anche al più critico, l’informazione presentata appare infatti assolutamente solida e ben più attendibile rispetto a tanti altri prodotti di origine vegetale spacciati per farmaci: laddove lo standard è l’assenza di investigazioni scientifiche solide sull’uomo, qui abbiamo addirittura una bella batteria di studi effettuati su veri pazienti in carne ed ossa, trigliceridi e chilomicroni, tutti concordi nel definire l’efficacia dei policosanoli nel ridurre il colesterolo LDL. Ciliegina sulla torta ed oliva nel Martini: sono disponibili anche una meta-analisi molto recente e molto promettente nelle conclusioni nonchè una revisione sistematica che, pur mettendo qualche pulce nell’orecchio, fornisce un quadro possibilista sull’efficacia dei policosanoli.

Uno sguardo più attento alle informazioni disponibili (quello che il consumatore comune raramente può avere e che ogni tanto anche gli addetti del settore scordano di dover dare) rivela però un punto debole: quasi tutti gli studi clinici presentati sono originati da un medesimo gruppo di ricerca e risultano basati su uno stesso estratto prodotto da una ditta cubana, la Dalmer laboratories. Le altre indagini sono condotte in Sudamerica partendo dallo stesso estratto e sono meno rigorose. Incuriosito da questa unica sorgente ho iniziato a guardare se erano disponibili altri studi indipendenti, fatti in altre parti del mondo con popolazioni diverse e diverse tipologie di pazienti (sani, con ipercolesterolemia media tadddo grave, con concomitante eccesso di trigliceridi o diabete o su popolazioni miste di caucasici, afroamericani ed ispanici). E così sono rapidamente affiorati una dozzina abbondante di altri trials recentissimi svolti negli USA, in Europa ed anche in Italia che… non hanno trovato nessun effetto dei policosanoli nel ridurre il colesterolo ematico.

Negli ultimi 5-6 anni la comunità scientifica internazionale ha provato un po’ ovunque e con diversi modelli a replicare gli esperimenti cubani sui policosanoli, ottenendo come risultato uno zero tondo, come schematizzato nella tabella qui a lato (che viene da questo, in pdf). Sia usando miscele di policosanoli da canna da zucchero che impiegando prodotti ottenuti da grano, mais ed altre fonti anche a dosi molto maggiori di quelle suggerite. Chi volesse approfondire può leggersi questa bibliografia selezionata (1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9). E il tassametro corre.

/mode Lucarelli On Qualcosa scricchiola quando le prove escono dall’isola, è evidente. Ma cosa? /mode Lucarelli off.

Le ipotesi sono diverse e portano ad escludere differenze nella matrice testata: wses090031molti studi extra-cubani sono stati effettuati con il prodotto acquistato direttamente dall’equipe caraibica sopracitata. La prima soluzione è quella più malevola: si sono inventati tutto. Dati, esperimenti, numeri, magari anche i pazienti. Una cosa del genere però è fattibile per una pubblicazione, reiterarlo decine di volte specialmente quando l’attenzione mediatica, commerciale e scientifica esplode attorno all’oggetto dello studio è follia suicida. Prima o poi, a sventolar bandiere, il nemico ti trova. Anche per carità di patria e stante la disponibilità a spedire l’estratto a colleghi stranieri per controprove, la escluderei. Rimane una seconda opzione, quella dell’errore nel design degli studi, la magagna strategica che indebolisce l’impianto di ricerca e che porta, bona fide, a veder lucciole per lanterne o sani per malati. Su questo c’è dibattito in quanto gli studi cubani non sono considerati di massimo livello come impostazione metodologica, ad esempio a causa dell’assenza di un adeguato ricorso al doppio cieco e al ricorso a numeri limitati di pazienti, come fatto nelle ricerche succcessive. Sia nel primo che nel secondo caso va comunque rimarcato l’eccesso di ottimismo e lo scarso senso critico con cui le realtà commerciali -e soprattutto i loro referenti medici nonchè la comunità scientifica in generale- hanno accolto le prime indicazioni.

ids007271C’è poi una terza strada, forse la più intrigante per certi versi, che porta verso la popolazione. Cuba è un isola. La sua popolazione ha caratteri afromericani ben precisi ed assai poco rimescolati negli ultimi 50 anni a causa dell’isolamento geopolitico ben noto. I cubani seguono da decenni una dieta forzatamente rigida e costante, fatta di riso e fagioli. In altre parole, sono un sistema quasi chiuso sia dal punto di vista alimentare che genetico presso il quale potrebbe -ripeto, potrebbe- essersi affermato un carattere che induce l’attività ipocolesterolemizzante riscontrata dai ricercatori cubani. Ma può esistere una questione etnica nella sperimentazione farmacologica ed alimentare? Sulla carta sì, nel senso che sono note differenze razziali nella risposta a diversi farmaci, la cui causa è da ricercare in varie possibili concause. In primis, esistono differenze nel pool enzimatico del Citocromo P450, il sistema deputato alla trasformazione delle sostanze esogene (qui una rapida panoramica sulla questione, in pdf) che portano ad una diversa metabolizzazione di vari farmaci da parte dell’organismo. Etnie diverse hanno tipologie diverse di CYP450 e questo, in alcuni casi, rende “etnospecifici” i trial clinici fatti su popolazioni chiuse. Tra le altre cause possibili, una diversa trasformazione da parte della flora batterica intestinale (a sua volta modulata dalla dieta) o la diversa propensione dei gruppi etnici verso patologie di tipo metabolico, come raccontato in maniera eccellente da Gary Nabhan in A qualcuno piace piccante.  Tutti elementi che portano, o meglio dovrebbero portare, a prestare sempre grande cautela prima di inondare il mercato con la next big thing di turno.

Un riassunto dell’epopea dei policosanoli era apparso nei mesi scorsi su Nutrition Wonderland.

Chemical art nouveau

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O Rococò biosintetico? Ha qualcosa di ipnotico ed artificialmente naturale che mi ricorda Tord Boontje. O “L’albero della vita” di Klimt. Oppure un esercizio di Penrose tiling fatto da un chimico organico mentre si passa il tempo al telefono. O ad una riunione noiosa. Ed invece è lo schema dei percorsi biosintetici tra i componenti nell’olio essenziale di Lippa alba ed, in un certo senso, rappresenta un piccola mattonella nell’impronta digitale del metabolismo secondario vegetale e della sua evoluzione (credits). Come un arabesco, illustra uno dei tanti tentativi di ricondurre il caos della vita ad una geometria in movimento.

Non credo sia casuale ritrovare il bella mostra, nella pagina di Wikipedia dedicata alla pattern art, una frase di Buckminster Fuller (sì, quello dei fullereni) “A pattern has an integrity independent of the medium by virtue of which you have received the information that it exists. Each of the chemical elements is a pattern integrity. Each individual is a pattern integrity. The pattern integrity of the human individual is evolutionary and not static

Butta giù! Butta giù!

41NVZPJN15L._SS500_Esterno giorno afoso fin de siècle, dalle parti del delta del Niger. Un povero disgraziato viene trascinato dalla folla inferocita verso un tempio, una radura, una zona sacra e presentato ad uno sciamano per un’ordalia. Al malcapitato viene servito un intruglio di cotiledoni contusi di esere, ovvero Physostigma venenosum e la folla attende il verdetto del iudicium Dei: se si manifestano segni di avvelenamento l’uomo sarà lasciato morire o addirittura linciato, mentre in caso di vomito avrà dimostrato la sua innocenza e sopravviverà. O meglio, la divinità avrà confermato che l’accusato era innocente o colpevole esprimendo un verdetto che i mortali non possono raggiungere. Quella dell’ordalia, ovvero l’atto di dirimere questioni giudiziarie o inquisitorie (accuse di stregoneria, ad esempio) attraverso prove estreme e legate alla superstizione più che alla fede, è una pratica con una storia antica, sviluppatasi in Europa attraverso cimenti fisici (attraversamento a nuoto di un fiume in piena, immersione con pietre al collo, contatto con superfici arroventate, ingestione di grossi quantitativi di pane ad es.) e che in Africa ha come leit-motiv la somministrazione di veleni derivati da piante. Il più comune fa capo a Physostigma venenosum o fava del Calabar, usata soprattutto nella zona tra Nigeria e Camerun, ma sono noti numerosi esempi di ordalia vegetale, come quelle a base di Cerbera manghas (=Cerbera lactaria) e specie co-generi in Madagascar, quelle effettuate utilizzando infusioni di specie Erythrophleum, sempre nel sud-est africano o quelle che prevedevano l’impiego di Strychnos nux-vomica nell’Africa centrale. Quasi sempre le sostanze tossiche sono alcaloidi e quasi sempre esiste una via di fuga, per quanto elusiva.

Perchè un’ordalia fosse tale dovevano sussistere una serie di elementi convergenti: la prova doveva avere un’aura sovrannaturale, il suo superamento doveva essere evento eccezionale, ai confini del miracoloso ed inspiegabile. Solo così poteva apparire divino l’intervento salvifico che provava l’innocenza. E la morte doveva sopraggiungere con grande dolore e mostruosità, perchè solo così la punizione divina sarebbe apparsa sufficientemente terrificante da essere considerata deterrente, esaltando l’indicibile ed inconoscibile potenza ultraterrena. Con gli occhi più smaliziati di oggi, però, erano presenti anche altri presupposti, soprattutto per le pratiche che convolgevano piante velenose. Innanzitutto doveva trattarsi di veleni in grado di uccidere un adulto, ma non sempre. Sappiamo che un veleno può essere mortale o meno in base ad un rapporto dose/peso corporeo, ma in questo viene in soccorso la variabilità naturale della fonte o la perizia con cui la droga veniva s4b053041dosata e preparata. Un fattore, quest’ultimo, che nel caso della fava del Calabar metteva nelle mani del giudice, dello sciamano, la possibilità di intervenire in modo occulto: se riteneva colpevole l’accusato poteva preparare una pozione più concentrata. E questo, a pensar male, dava all’officiante anche un considerevole potere in termini di estorsione e di corruzione: il vero arbitro era lui e poteva scegliere se vestire i panni del boia o dell’assolutore.

Ma c’è anche un altro meccanismo sotteso a queste ordalie, accennato in questa bella monografia. Quasi sempre infatti le droghe utilizzate possono dar luogo ad emesi ed il vomito, oltre a liberare lo stomaco dalla presenza del veleno, è anch’esso un evento dose-dipendente. Poteva quindi avvenire che l’innocente, se ciecamente fedele alla divinità impersonificata dal veleno e fiducioso della risposta positiva, ingurgitasse l’infuso tutto d’un sorso determinando due dinamiche precise. Innanzitutto l”alcaloide non stazionava a lungo nella bocca e questo ne minimizzava l’assorbimento da parte delle mucose riducendo di fatto l’intossicazione. Inoltre il veleno giungeva in un’unica somministrazione nello stomaco, raggiungendo direttamente la concentrazione emetica: l’innocente vomitava, la vita era salva. Per contro il colpevole, anch’esso ciecamente fedele alla divinità e pertanto conscio della fine vicina, sorseggiava il veleno lentamente per procrastinare più possibile una fine che sapeva essere certa e terribile. E cosi’ facendo, autodeterminava la sua morte: gli alcaloidi stazionavano più a lungo nella bocca e giungevano a piccole dosi nello stomaco, massimizzando di fatto l’assorbimento e biodisponibilità e non raggiungendo mai una concentrazione tale da irritare la mucosa gastrica abbastanza da indurre il vomito.

Dubito, comunque, che la folla cantasse “l’ha bevuto tutto/e non gli ha fatto male“…

Soldi ben spesi, almeno questi

200704La Saudi Aramco è un’aziendina che nel 2007 ha fatturato oltre 215.000 milioni di dollari . La cosa non deve meravigliare, dato che gestisce tutto il petrolio estratto in Arabia Saudita e fornisce circa il 10% dell’oro nero consumato sul nostro sventurato pianeta. Oltre a varie cose che probabilmente preferisco non sapere, l’Aramco spende soldi per pubblicare un’elegante rivista chiamata Saudi Aramco World i cui redattori -immagino una squadriglia di freelancers ben pagati- sono tutti o quasi americani. Il loro compito, forse ai limiti del cortocircuito è quello di mostrare all’audience nordamericana (e non solo) la faccia migliore della cultura araba con un esito che si piazza a metà strada tra il National Geographic, la rivista aziendale ed il mensile patinato per turisti culturali d’alta gamma.

Almeno cinque gli articoli che svettano nella produzione degli ultimi anni e che meritano l’occhio del lettore medio di questo blog. Li segnalo caldamente come lettura per il weekend. Il primo, farmacognostico-alimentare, è dedicato a Ferula assa-foetida ed al suo puzzolente rapporto con cibo, medicine e mitologia arabo-mediterranea. Il secondo, conservazionista, racconta la storia degli ultimi 233 individui di Cupressus dupreziana e del suo arcaico sistema di riproduzione a meiosi erratica nel Tassili plateau tra Algeria e Libia. Il terzo, storico e forse leggermente trito, sulla filiera di Piper nigrum tra oriente ed occidente. Il quarto, inatteso e monografico, sulla produzione di datteri in California e sullo sviluppo agronomico e commerciale di varietà di altissima qualità all’ombra del Joshua Tree. Il quinto, più prettamente botanico, sulle orchidee spontanee che popolano le montagne tra Yemen ed Arabia Saudita, terre che di questi tempi è più salubre visitare con la fantasia indotta per interposta persona.

Dice, “ma io non mastico l’inglese”. Eh, peggio per te. Però tutti i numeri recenti della rivista sono scaricabili anche in pdf. E lunedi, interrogazione.

Alle radici del bias

SCHPLANonostante sia entrata di recente nell’immaginario collettivo contemporaneo, secondo alcuni storici la globalizzazione ha sì allargato la sua chioma negli ultimi decenni, ma ha radicato nei secoli che ci hanno preceduto. E se c’è chi fa coincidere l’invenzione del container con la nascita del commercio globale massificato, per altri furono i galeoni ed i porti franchi a creare qualcosa in più di una semplice globalizzazione 1.0. Primum movens, nell’era delle esplorazioni rinascimentali e probabilmente ancora più indietro fino ai commerci tra Impero Romano e resto del mondo allora conosciuto, la richiesta di prodotti esotici da parte dell’elite europea. Le prime merci a cavalcare l’onda del commercio planetario furono quindi tessuti, spezie, piante medicinali e quant’altro di esotica origine poteva essere messo in circolazione senza marcire nelle stive delle navi. A precederle, drappelli di battitori a caccia di prede appetibili per utilità, esotismo, fame di scoperta e grado di accettazione da parte del mercato e del milieu culturale dell’epoca. Il processo di scoperta e selezione di questi materiali non coinvolse quindi solo mercanti e faccendieri, ma anche esploratori e protoscienziati e l’analisi del loro agire non manca di lati grigi, di omissioni volute e di prodotti che non sono mai sbarcati -neanche culturalmente ancorchè materialmente- nei porti, nelle università e nei salotti d’Europa.

pinciPlants and Empire. Colonial Bioprospecting in the Atlantic World è un saggio storico, credo non tradotto in italiano ma disponibile su Google Books, che tratta esattamente questo tema sezionando la cronistoria di una pianta caraibica il cui diffuso impiego locale come abortivo fu totalmente omesso durante le ricerche etnobotaniche tra il ‘500 ed il ‘700. Sebbene in Europa le piante in grado di causare interruzioni di gravidanza fossero note da secoli, il filtro culturale con cui vennero condotte le esplorazioni etnobotaniche del ‘500, mediato dall’impostazione nent’affatto laica di ricercatori, botanici e naturalisti, determinò un vero e proprio ostracismo, uno sbianchettamento della loro esistenza ed uso nel Nuovo Mondo. Con esse vennero deformati ed omessi all’opinione pubblica europea anche i motivi ai confini della disperata ribellione politica insiti nell’uso frequente degli intrugli abortivi, intimamente legati alle condizioni disumane riservate a schiavi ed indigeni. Motivi che portavano le gestanti, come raccontato poi da una donna -la già incontrata Maria Sibylla Merian- a “use the seeds [of this plant] to abort their children, so that their children will not become slaves like they are“.

Pianta simbolo di questa manipolazione del sapere etnobotanico è Poinciana pulcherrima (=Caesalpinia pulcherrima), splendido arbusto dai fiori fiammeggianti e simbolo delle isole Barbados. Una recensione completa del libro è disponibile qui e le schede di navigazione che apre la lettura sono molteplici. La scheda più interessante porta verso la disciplina (fondata?) dall’autrice del testo e dal di lei marito Robert Proctor e chiamata agnotology, ovvero lo studio della costruzione artificiale dell’ignoranza ed in un certo senso antonimo dell’epistemologia, del percorso di costruzione del sapere. Niente complottismo, niente scie chimiche e cerchi nel grano ma analisi di eventi storicamente definiti in cui l’information overload, l’eccesso di informazioni e dati porta a rendere più facile -e quindi manipolabile- l’oscuramento di elementi ritenuti sensibili da parte dell’elite culturale. Forse, se esiste un esempio odierno di agnotologia vicino al mondo della salute è quello del disease mongering.

E per le ricerche etnobotaniche, per le indagini sui saperi popolari legati alle piante che si fanno all’epoca del container e non in quella dei galeoni, come siamo messi oggigiorno in tema di deformazione selettiva del sapere? Quanto descritto per Poinciana pulcherrima è un classico esempio di quella che ora si chiama bioprospezione, fenomeno che corrisponde alla ricerca di specie viventi da cui sia possibile ottenere prodotti a valore aggiunto, ovvero merci da inserire in una catena del valore. Ora come allora l’interesse dell’elite per le merci esotiche rimane, ma il rischio del filtro ha connotati diversi e porta a far scomparire sotto montagne di indicazioni salutistiche, benefiche e terapeutiche tutti gli elementi culturali e di sapere che esulano da un contesto di mercato o non risultano commercialmente appetibili per far aumentare i volumi di vendita. La “laicità” della bioprospezione attuale sembra difatti più legata allo svincolo da questioni commerciali che religiose, nella globalizzazione 2.0.

Farmacia in etere

L’etere in farmacia ha una sua frequenza, sebbene declinata in chiave nociva nel grand scheme of things. Assai più raramente sintonizzabile invece è il suo inverso, la farmacia nell’etere, il cui impiego può dare anche esiti favorevoli. Fare divulgazione a voce su temi farmaceutici o legati alla salute è particolarmente complicato: banalizzando l’audience si allarga ma l’informazione che passa è scarsa mentre se punti sulla specializzazione e sulla precisione non ottieni altro risultato che aggregare attorno al programma solo chi è già iniziato ai tecnicismi ed ai sofismi della materia.

rrrreeaaaaPeople’s Pharmacy è un programma di un’ora mandato in onda da alcune affiliate dell’NPR, la radio pubblica statunitense. In rete sono disponibili tutti i podcast, per chi ha la pazienza di ascoltarseli (il ritmo della conduzione sembra purtroppo tarato sul pensionato standard della Florida, che ascolta dall’autoradio sul cart elettrico). In compenso alla trasmissione è abbinato un sito che svolge la funzione di sportello informativo per gli ascoltatori, con sezioni a domanda/risposta. Oltre alla parte propriamente farmaceutica, esiste una sezione ad hoc per integratori alimentari e prodotti di origine vegetale in cui gli autori cercano di rispondere  col supporto di indicazioni valide alle domande (talvolta strampalate, diciamolo) dei lettori/ascoltatori.  La parte più creativa e gustosa però è senza dubbio quella dedicata agli home remedies, i rimedi estemporanei basati su anedottica popolare o tradizioni familiari, perchè rappresentano uno spaccato del metodo di prova ed errore usato dall’uomo nei secoli per risolvere piccoli e grandi problemi di salute usando quello che aveva nella dispensa. Una volta la dispensa era la foresta o il campo, ora è principalmente il mercato, il supermercato, il frigo. Si assistono quindi a creative reinvenzioni o a pitagorici riutilizzi di alimenti e prodotti nati per tutt’altro uso: dalle melanzane contro le verruche al colluttorio orale usato come deodorante per le ascelle…

Se esistesse una versione italiana (che latita, nonostante l’interesse potenziale di consumatori, ascoltatori e pubblicitari) lavorarci sarebbe non solo stimolante, ma uno spasso.

A proposito di mappature

logo_gapminderLeggere tabelle coi numeri intasa le meningi, leggere paginate di descrizione di dati raggomitola le sinapsi, per cui se vi interessa monitorare l’evoluzione di coltivazione e produzione di certi prodotti vegetali negli ultimi 50 anni, questo è il posto dove andare. Come annunciato da Agricultural Biodiversity (sempre sia lodato, in saecula saeculorum), al criceto di Gapminder hanno dato da mangiare il database della FAO e l’energia prodotta dalla ruota accende lampadine a go-go. Per capirci, Gapminder Agriculture permette di graficare e correlare in forma animata nazione per nazione diversi indicatori come, ad esempio, il volume di peperoncino prodotto negli anni, la superficie coltivata a grano saraceno, piretro, zenzero, noci di cola, menta e persino noce moscata. Spero che in futuro il database verrà ulteriormente implementato, dato che attualmente soprattutto tra i minor crops esistono diverse lacune, m comunque permette di sintetizzare in pochissimi secondi informazioni spesso difficili da correlate con altrettanta solida immediatezza. Ad esempio, nell’era dei biocombustibili chi davvero produce oli vegetali, le nazioni ricche o quelle povere? E come si correla la produzione di frutta fresca con la produzione mondiale di cibo (in proposito, la progressione della Cina negli ultimi 15 anni è spaventosa)?

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