Nello sport a stelle e strisce, a livello collegiale e professionistico, i nicknames e le relative mascottes sono elementi distintivi fondamentali per le squadre, veri e propri brands sui quali basare l’immagine della squadra ed il relativo merchandising, spesso multimilardario e distribuito in maniera capillare. Scorrendo le scelte fatte da decine di quadre pro di basket, hockey, football e da centinaia di college statunitensi emerge una schiacciante prevalenza di icone animali. Bufali, felini di ogni sorta, equini più o meno selvatici, delfini, rapaci, rettili e dinosauri, qualunque animale più o meno feroce ed aggressivo ha il suo bravo abbinamento e gode pertanto dell’apprezzamento e della notorietà di vaste schiere di tifosi, alunni ed ex-alunni. Anche le forze della natura, dai terremoti agli uragani, ai tuonifulminiesaette godono di nutrita rappresentanza. Poi capita che a vincere uno dei campionati più in vista, quello del football NFL, sia una delle due sole franchigie professionistiche che ha per logo una pianta, un iris per la precisione, lascito ereditato dal vecchio dominio francese sulla Louisiana. L’altra è quella storica dei Toronto Maple Leafs di hockey, che gioca sulla classica immagine canadese della foglia d’acero.
Esistono sparuti esempi di piante nell’immaginario sportivo americano, tra cui le arance dell’importante Syracuse university (l’apparente legame agro-geografico Siracusa-Sicilia-Arance è fallace, la scelta fu solo cromatica), il grano di Wichita State, il sicomoro (da intendersi come Platanus spp e non come Ficus sycomorus) di Indiana State ed Aesculus glabra degli Ohio Buckeyes ma i migliori in assoluto e miei nuovi beniamini sono i ragazzi dello Scottsdale Community College in Arizona, che non hanno paura di farsi chiamare Fightin’ Artichokes, i carciofi da combattimento. Altro che mammolette.
Pare che Mark Twain una volta abbia detto una roba tipo “una delle principali differenze tra un gatto ed una bugia è che solo il primo ha nove vite“. Considerata anche la sagacia del nostro, non deve stupire il tono della sua risposta ad un venditore di patent medicines(per un esempio, inserite il vostro schema Ponzi erboristico/salutistico preferito). Tutta la storia si trova su Letters of Note, da cui si risale anche alla fonte della scoperta e della ricerca: un antiquario che si è pure preso la meritevole briga di scovare la ricetta della panacea incriminata: senna, rabarbaro, gialappa, anice, cumino, zucchero e trucioli di legno di sandalo macerati in grappa. Forse non era l’elisir di lunga vita, ma quasi certamente almeno un effetto ce l’aveva, con tutti quei purganti…
Gli aruspici del paradigma dei frigoriferi cinesi predicono grosse crisi nel momento in cui la middle class asiatica prenderà coscienza di sè e reclamerà a suon di yuan tutti gli agi della modernità ancora negati. In attesa di quel tempo, il cinese medio si accontenta di consumare volumi sempre maggiori di ginseng, un tempo troppo costoso per essere accessibile in quantità al grosso della popolazione. Ed a forza di un rizoma oggi e di un rizoma domani, il Panax ginseng disponibile sul mercato è diventato poco e nonostante l’aumento delle coltivazioni il fascino del wild product, del ginseng raccolto allo stato spontaneo, resta troppo forte. Fermi nella convinzione che il prodotto silvestre sia migliore di quello coltivato, i cinesi si sono messi già alcuni decenni or sono a caccia di alternative, rinforzando filiere a dire il vero già attive dai primi dell’800.
Una delle principali è quella di Panax quinquefolium, il ginseng americano apprezzato come succedaneo soprattutto nel popoloso e ricco sud-est cinese. Il mercato tira, la richiesta cresce al ritmo del 5-8% annuo e le quantità esportate dagli States verso la Cina sembrano assestarsi tra 4000 e le 5000 tonnellate annue. Nel Wisconsin e sui monti Appalachi (Pennsylvania, North Carolina, West Virginia) è così nato un business da alcuni di milioni di dollari che viaggia al contrario rispetto alle normali direttrici, basato su rizomi di piante raccolte selvatiche tra i boschi o frutto di una forma ibrida di coltivazione, fatta di semi sparsi sotto alle fronde e lasciati crescere allo stato brado e di rizomi raccolti per viaggiare oltre oceano. La pianta ama l’ombra e cresce bene nel sottobosco, mentre mal sopporta le coltivazioni intensive in campo aperto, al punto che anche le rare piantagioni esistenti abbisognano di ombreggiatura artificiale. La storia è ben raccontata in questo documentario di mezz’ora, disponibile anche in alta definizione e ben circostanziato. Uno dei suoi pregi maggiori, a mio avviso, è quello di mostrare il dietro le quinte della relazione uomo-pianta in un contesto sostenibile, in cerca di un equilibrio tra mercato ed ambiente.
Uno dei temi toccati nel video è quello della sostenibilità ambientale dell’operazione e della qualità del prodotto (rizomi raccolti in modo eccessivo, con metodi non adeguati, bracconaggio al di fuori delle zone autorizzate, processati male o addirittura mescolati con quelli di altre specie simili ma con diversi principi attivi), una versione scritta dello scenario e delle buone pratiche seguite dai produttori virtuosi di ginseng americano è resa disponibile dal Department of Conservation and Natural Resources della Pennsylvania. Il riferimento per l’avvio della coltivazione forestale è invece WildGrown, sito che offre tutto il necessaire, dal know-how ai semi.
“E’ essenziale proteggere la biodiversità in quanto fonte di risorse, anche farmaceutiche, di grande valore per l’uomo“. “Lo studio dei metaboliti secondari di origine vegetale è estremamente importante per le prospettive legate al loro uso come farmaci, sia direttamente che attraverso lo sviluppo di lead compounds“. “Dalle fonti vegetali è possibile ottenere un gran numero di sostanze terapeuticamente valide“. “Gli ecosistemi marini e terrestri custodiscono vere e proprie farmacie, o meglio librerie di sostenze attive che l’uomo può sfruttare per curare le patologie più svariate. Queste molecole possono essere usate direttamente, indirettamente o fornire ispirazione strutturale per la sintesi di principi attivi“. Ed ancora “in un laboratorio farmaceutico medio oltre il 60% dei farmaci proviene, direttamente o indirettamente, dalle piante” mentre “un quarto delle prescrizioni rilasciate negli stati uniti d’America contiene principi attivi estratti da piante”.
Si tratta di alcune espressioni classicamente usate nell’introdurre studi sulle sostanze bioattive di origine vegetale, pezze giustificative a lavori di ricerca o semplicemente frasi d’attacco per relazioni e conferenze sulla protezione o sull’utilizzo delle risorse naturali e sulla loro relazione con il mondo farmaceutico propriamente detto. Non parlano sempre della stessa cosa, anzi spesso prestano il fianco ad una certa confusione tra sostanze usate sic et simpliciter e sostanze naturali che forniscono l’ispirazione, lo scheletro di atomi da customizzare con mano umana per avere farmaci più efficaci. Queste affermazioni vengono talvolta corroborate da esempi reali più o meno attuali presi dal prontuario farmaceutico, come l’acido shikimico nella sintesi del Tamiflu (uno dei farmaci elettivi nel trattamento delle influenze virali tanto citate in questi mesi) o la metformina, l’aspirina, i glicosidi digitalici, il tassolo, i derivati della vinblastina, le statine e le ciclosporine (tutte figlie di mamma Natura anche se uscite dalle pipelines dell’industria farmaceutica e quindi spesso tacciate di apostasia), senza dimenticare l’esempio cardine di questa discussione sul legame farmaco-diversità biologica: gli antibiotici. Qual’è però l’entità reale del contributo messo a disposizione dalla chemodiversità naturale e come viene modulato? I numeri, vogliamo i numeri! Si tratta di affermazioni reali o di artifici retorici? Ovvero, escludendo le droghe vegetali ed i fitocomplessi impiegati in erboristeria e negli integratori alimentari, è possibile determinare quale peso hanno le sostanze di origine vegetale (meglio, di orgine vivente) nell’armamentario farmaceutico vero e proprio? Quello di pertinenza medica, composto da medicinali formati da molecole pure e definite, riconosciuti come tali dalle autorità e sviluppati dalle case farmaceutiche secondo l’iter pre-clinico e clinico, per intenderci. Non necessariamente prodotti in massa da piante o microrganismi, vanno bene anche quelli poi sintetizzati in laboratorio, purchè l’idea sia giunta al farmacologo per mimesi dell’esistente in natura.
Per arrivare ai numeri, la prima spinta arriva da un articolo recente apparso su Science e da cui ho estrapolato questo grafico. Descrive l’andamento nel tempo delle registrazioni di nuovi farmaci negli Stati Uniti, siano essi di sintesi o di origine naturale più o meno diretta. Se ne evincono alcune cose interessanti a complemento di altre: la prima è che il numero dei nuovi farmaci registrati ogni anno è pari a poche decine, molto inferiore a quanto si potrebbe ipotizzare discutendone al bar con gli amici; la seconda è che questo numero è in costante calo da circa dieci anni; la terza è che almeno metà del totale vanta una liaison più o meno stretta con la natura e la quarta è che il rapporto tra “sintetico” e “naturale” è da considerarsi stabile nel tempo.
Le virgolette però sono come un cartello di pericolo generico sul ciglio della strada. Come altre volte, infatti, piazzare la staccionata è la cosa più complicata ed a seconda di dove piantiamo i paletti della discussione il paesaggio che si ottiene muta in maniera sensibile. Nel caso specifico il confine riguarda la distizione tra farmaco sintetico e farmaco di derivazione naturale: a seconda della loro definizione i rapporti del grafico di cui sopra possono prendere pieghe diverse. Una delle risposte più interessanti e solide a questo busillis viene da una serie di reviews portate avanti da l National Cancer Institute e pubblicate con regolarità nel 1997, nel 2003 e soprattutto nel 2007. Lo studio più recente ed interessante è questo (in pdf), redatto partendo dagli archivi dei farmaciregistrati non solo negli USA e suddividendo i risultati in 5 categorie principali: farmaci ottenuti per sintesi de novo, ovvero senza alcun legame con molecole di origine/ispirazione naturale; farmaci ottenuti da molecole identiche a quelle estratte da esseri viventi (animali, piante o micororganismi); farmaci in cui la parte attiva è ispirata ad una struttura reperibile in natura ma oggetto di modifiche da parte dell’uomo (inclusi i vaccini) e farmaci in cui solo la parte non attiva è di origine naturale. In altre parole gli autori hanno definito “di origine naturale” qualunque farmaco contenente almeno una parte che mima, riproduce o prende ispirazione da una struttura presente anche in un essere vivente, fattore che considero idoneo per dare risposta alle domande di partenza.
I numeri raccolti da Newman e Cragg sono riassunti nella torta che sta qui sotto e la probabilità di mordere una fetta in qualche modo ispirata alla chemodiversità naturale è del 70% circa. Non male, come suggeritore. Esistono tuttavia alcuni comparti farmaceutici nei quali il contributo del suggeritore naturale è molto limitato se non nullo: diuretici, antistaminici ed ipnotici sono praticamente tutti creati da una progettazione al 100% umana.
Leggendo l’articolo di Science emerge però anche un’altra realtà: la congiuntura sta imponendo un mutamento del modello della ricerca, strettamente dettato da esigenze economiche. Le aziende farmaceutiche hanno bisogno di rientri veloci ai loro investimenti e di grosse garanzie sulla brevettabilità delle loro ricerche. Due terreni su cui lo scandaglio della chemodiversità naturale cede il passo al controllo seriale ed automatizzato di strutture chimiche già note, attraverso l’uso della chimica combinatoriale ed alla rigorosa applicazione della regola di Lipinski (che non sempre vale per le molecole naturali). Cercare e riconoscere il veramente nuovo costa più che riprocessare il noto, è abbastanza lapalissiano. L’impasse però dovrebbe essere solo temporanea, legata alla fase economica contingente, perchè i numeri dicono che lavorare sulla chemodiversità costa di più ma garantisce probabilità di migliori dividendi a lungo termine. Un esempio: lavorare sui metaboliti a struttura polichetidica offre una probabilità dello 0,3% di giungere ad un principio attivo commerciabile contro lo 0,001% dello screening di librerie di composti noti. E dato che gli screening approfonditi del mondo che ci circonda hanno sinora coinvolto solo l’1% della flora microbica e circa il 15% della flora vegetale si capisce perchè anche dal punto di vista utilitaristico dell’industria farmaceutica evitare il depauperamento della diversità biologica è effettivamente buona cosa.
Manca, ma sarebbe interessante da fare, un diagramma che assegni il rispettivo fatturato ad ogni molecola inserita nei grafici che illustrano il post. Darebbe senso al valore (senso da declinare a piacere) della diversità ed alla perdita conseguente alla sua riduzione. Basti pensare che il best-seller mondiale degli ultimi anni è l’atorvastatina (Lipitor), una molecola prodotta per via sintetica ma ottenuta rielaborando radicalmente una struttura naturale. Se non fossero state precedentemente scoperte e studiate le statine di diretta produzione microbiologica, non avremmo avuto modo di sviluppare quelle più moderne ed efficaci (e redditizie) attualmente sul mercato.
Gli amici di OggiScienza ospitano sul loro blog un simpatico siparietto chiamato Parco delle Bufale, un ricettacolo catartico di svarioni scientifici che avrebbero meritato una rubrica su Cuore. Mi permetto di contribuire con questa bufala botanica, magari pignola nei termini ma grossa nei volumi edificati e conseguentemente nella visibilità. A Reggio Emilia, durante la frenesia edilizia pallonara degli anni ‘90 si erige uno stadio nuovo che, per gentile concessione di un’azienda locale, prende il nome di Stadio Giglio. Il progetto prevede la costruzione di un impianto in stile inglese, di quelli con annesso centro commerciale da realizzare contestualmente all’impianto sportivo (la cosa non è stata granchè fluida, ma questo poco conta). Conta invece che il copywriter, il creativo di turno, al momento di battezzare la creatura cementizia non ha resistito alla combinazione sponsor-fiore/fiore-botanica e così il centro commerciale ha preso lo sventurato nome di “i Petali del Giglio“. Con buona pace della definizione di tepalo e del perigonio delle monocotiledoni. Il genere Lilium, infatti, non presenta chiara distinzione tra calice e corolla ma -come i tulipani- produce fiori in cui un’unica struttura chiamata tepalo si occupa in una prima fase di proteggere gli apparati riproduttori per poi acquisire una colorazione e fungere da vessillo.
Poi il tempo passa, la sponsorizzazione decennale si chiude o magari qualcuno -sono un ottimista- nota lo svarione. Fatto stà che il centro commerciale è ora diventato un più semplice “I Petali” e l’ordine botanico ha ripreso a fluire anche nella periferia reggiana.
Nel blockbuster più visto di questi mesi Sigourney Weaver interpreta il ruolo di un’esobiologa, ovvero di un’esperta in forme di vita extraterrestre. Per definire al meglio il suo ruolo di biologa delle stelle (pur pagando dazio ad Hollywood, mi dicono), per trarre ispirazione e dare credibilità alla realizzazione delle specie viventi di Pandora, -il pianeta immaginario in cui si svolgono le vicende narrate in Avatar- è stata richiesta anche la consulenza di un botanico. La scelta delle papabili non deve essere stata facile. La vernazione circinnata delle felci giganti nell’immagine qui a lato è sicuramente una sua dritta, così come la pianta che scompare se toccata è chiaramente ispirata ai coralli dell’ordine Pennatulacea, che vegetali non sono ma il cui comportamento difensivo è ben chiaro in questo video. Tuttavia, le specie suggeribili come “roba dell’altro mondo” sono davvero un’infinità e l’imbarazzo della scelta non manca (per chi volesse stupire amici e parenti con un vero “giardino di Pandora” casalingo, consiglierei di recuperare “Fun with growing odd and curious houseplants“, su Ebay si trova).
Tra le piante degne di un provino troveremmo senza dubbio una qualunque delle piante citate in questo dittico sulla propensione “omicida” dei vegetali. Il loro resumè fantascientifico e la creatività delle soluzioni giustifica l’inserimento nel cast e spesso ha il potenziale per una nomination cimematografica ad hoc. Ma prima, la spiega.
La carnivoria diretta delle specie citate nel post precedente non è l’unico mezzo con cui i vegetali integrano la loro dieta nè l’unico caso di assassinio vegetale, perchè in questa sporca faccenda va inclusa anche l’eliminazione degli ospiti sgraditi. La carnivoria indiretta è una categoria più lasca e meno definita e pertanto meno appariscente ma più subdola, raffinata e manipolatrice e serve a raggiungere gli stessi obiettivi. Per definire “carnivora” una pianta devono essere soddisfatte tre condizioni: l’esistenza di un apparato di cattura, la capacità di esprimere autonomamente enzimi digestivi verso l’esterno e la possibilità di riassorbire il digerito. Nella realtà questa definizione esclude molte condizioni intermedie: piante che uccidono per scopi non alimentari, piante che lasciano ad altri il lavoro digestivo, eccetera. Come illustrato nella review “Murderous plants: Victorian Gothic, Darwin and modern insights into vegetable carnivory” da cui ho tratto parte delle informazioni, esistono piante in grado di uccidere insetti grazie a diversi tipi di colle moschicide (peli ghiandolari che secernono sostanze vischiose), ma non riescono a digerirli. Tanto poi le carcasse cadono al suolo ed è la microflora terricola a fare il resto del lavoro. Esistono anche piante “carnivore” che operano in modo più sottile, come alcune Bromeliacee (Brocchinia reducta è un esempio) che grazie alla cera che ricopre le loro foglie causano la caduta di insetti in bacini d’acqua formatisi nella rosetta basale. Uno sgambetto e via. In questi contenitori artificiali sono presenti enzimi digestivi ed è possibile il riassorbimento di parte del soluto, anche grazie al lavoro di microrganismi che prosperano nell’acqua e lavorano a mò di flora batterica intestinale. Il premio Darwin per il mutuo soccorso va però al genere Roridula: ospita un emittero che come il pesce pagliaccio dell’anemone di mare vive protetto dal sistema vischioso, nutrendosi degli insetti catturati. Le sue feci, assimilabili per la pianta al contrario delle carcassa, garantiscono azoto “digeribile” per la pianta, che non produce enzimi proteolitici.
Per l’eventuale premio “Attrazione fatale”: i semi della comunissima Capsella bursa-pastoris. Arriva la prima umidità e si innesca la germinazione. Le mucillagini del tegumento seminale si imbibiscono d’acqua ed avviano l’esiziale sequenza: sviluppo sostanze attrattive per nematodi e protozoi, accumulo tossine letali, uccisione dei malcapitati, secrezione proteinasi, assimilazione di aminoacidi ed azoto da parte dei semi, e reinvestimento del pasto negli stadi iniziali di crescita della plantula. Quando, sdraiati sul prato, guarderete le capsule immature a forma di cuore il moto romantico vi resterà strozzato…
Portamento elegante, grandi fiori colorati, E poi? Pelle come carta moschicida. A ex aequo il premio Devil in disguise va alle insospettabili Potentilla arguta, Erica tetralix, Geranium viscosissimum, Lychnis viscaria, Passiflora foetida e con loro chissà quante altre. Si mormora che anche la bella Petunia, buon Pomodoro ed altre Solanaceae non siano poi cosi’ angelicate nelle loro relazioni con gli insetti: hanno peli, catturano insetti ma non si sa se li digeriscano direttamente o semplicemente traggano vantaggio dalla loro decomposizione da parte della microflora terricola, che fissa l’azoto aumentando la possibilità di captazione tramite le radici. Si tratterebbe quindi di potenziali carnivore indirette.
Il Premio David Cronenberg, infine, va a mani basse a Triphyophyllum peltatum. Dopo un’esistenza apparentemente normale condotta nel sottobosco delle foreste tropicali dell’Africa occidentale questa pianta produce, poco prima della stagione delle piogge, un elegante stelo rossastro ricco di ghiandole vischiose secernenti la solita colla acchiappa-insetti. Per non sprecare energie inutili, le ghiandole che producono gli enzimi digestivi non vengono prodotte in contemporanea, ma solo a seguito di un’elicitazione causata dalla cattura di una preda (in genere un coleottero). Dopo alcune settimane di cattura e di integrazione della dieta, la pianta abbandona l’habitus carnivoro e torna “normale”. Spicca il salto ed investe le risorse accumulate accrescendo uno stelo allungato con cui si appoggia alle piante più alte nei dintorni. Anche quando si trova nella sua forma lianosa finale il Triphyophyllum alterna periodi di produzione di foglie fotosintetiche a periodi in cui genera fronde insettivore. A lei, un ruolo da dark lady esotica e letale in un bel noir non si potrebbe negare.
(I video inclusi nel post sono a cura di Siegfried Hartmeyer e partecipano al concorso di Chlorofilms di cui avevo già parlato in passato)
Non ho la più pallida idea dell’età media del lettore di questo blog. Escludo una grande frequentazione di remigini, ma posso verosimilmente ipotizzare che in molti abbiano per le mani fratelli/sorelle/nipotini/figli/studenti in età da GCC/TCG, i giochi di carte collezionabili basati su figurine a tema. Si ispirano ai giochi di ruolo in versione espresso e combinano una nutrita batteria di personaggi e strumenti con una serie di proprietà e caratteristiche di fantasia, in grado di combinarsi tra loro a creare combattimenti e relazioni simulate in un contesto fantastico. Nella fascia dell’età scolare pare spopolino ed uno dei temi più in voga è quello legato ai Pòkemon, sebbene ogni bestseller fantastico abbia il suo bravo spinoff: Harry Potter, i Gormiti, World of Warcraft, eccetera. La lista è lunga quanto il catalogo Ikea, dato che le trading cards fanno parte a pieno titolo dell’armamentario, esteso ed immanente, dell’ipermerce che nasce dal desiderio di possesso e si sviluppa secondo pure dinamiche di mercato.
Questo piccolo universo di fantasia mercificata genera diverse analisi critiche (Loredana Lipperiniha dedicato al tema un libro, Generazione Pokemon) e diverse interpretazioni, tra cui quella di essere l’ennesimo catalizzatore del rincoglionimento infantile, ereditando in questo il testimone generazionale che come minimo risale alla prima stampa di Topolino e Tex e passa per Goldrake per spiaggiarsi sulla Playstation. Quelli tra le mani dei nativi dell’epoca dell’Homo ludicus sono solo l’ennesima incarnazione del demonio, perverse armi arrosticervello o come ogni utensile creato dall’uomo possono soddisfare anche esigenze più alte?
Nel 2002 è uscito un articolo su Science che ha descritto una dinamica interessante: gli scolari sono in grado di memorizzare nel dettaglio circa 150 figurine e le relative regole/punteggi/azioni correlate mentre non hanno un’ analoga conoscenza del mondo reale, quello delle piante e degli animali sotto casa. La causa è da ricercarsi primariamente in un sistema di insegnamento troppo lontano dalla contemporaneità vissuta dagli studenti 2.0. La chiosa finale dell’articolo era la seguente e descrive una realtà che qualunque insegnante attento può riconoscere come propria:
“Our findings carry two messages for conservationists. First, young children clearly have tremendous capacity for learning about creatures (whether natural or man-made), being able to at age 8 to identify nearly 80% of a sample drawn from 150 synthetic “species.” Second, it appears that conservationists are doing less well than the creators of Pokemon at inspiring interest in their subjects: During their primary school years, children apparently learn far more about Pokemon than about their native wildlife and enter secondary school being able to name less than 50% of common wildlife types. Evidence from elsewhere links loss of knowledge about the natural world to growing isolation from it. People care about what they know. With the world’s urban population rising by 160,000 people daily, conservationists need to reestablish children’s links with nature if they are to win over the hearts and minds of the next generation.”
Dopo aver letto l’articolo ed aver riflettuto sul motto latino “ludendo docere“, un ricercatore americano ha creato il Phylomon project e sta in queste settimane raccogliendo una piccola comunità virtuale di ricercatori, disegnatori, sviluppatori e game creators (anche attraverso un gruppo di discussione su Friendfeed e su Facebook). Se il piano dell’affermazione dei TCG è puramente fantastico ed inventato, perchè non provare a costruire un set di carte ed un gioco basandosi su elementi reali, che aiuti lo studente urbano a stabilire un contatto con il complicato gioco della biodiversità? Animali veri, proprietà reali, piante vere, relazioni effettive, tricks tratti da libri di biologia, dinamiche evolutive inserite in un contesto attraente per i bambini. Sono al lavoro anche i programmatori e gli smanettoni della rete, perchè a marzo verrà lanciata una versione online del gioco.
La chiamata alle armi, alle carte è aperta a scuole, esperti ed appassionati e per ora gli esponenti del Regno Vegetale si sono dimostrati abbastanza pigri. Peccato, perchè l’idea è più che brillante.
Gli integratori alimentari di origine vegetale nascono per sopperire carenze dietetiche nell’uomo o negli animali, per usare la definizione meno complicata possibile. Questa esigenza tuttavia non è esclusiva del regno animale e difatti diverse piante hanno sviluppato una variegata batteria di stratagemmi, da far valere qualora il luogo in cui si trovano a crescere non garantisca nutrienti essenziali, come ad esempio l’azoto. Per esse il problema è ancor più serio: in assenza di mobilità individuale non è loro dato spostarsi verso pascoli migliori o cogliere a mano il nutrimento che manca. Esiste però la possibilità di un ribaltamento della prospettiva, come suggerisce Fredric Brown: dall’altra parte della trincea ci sono piante che sopperiscono alle loro carenze dietetiche facendo ricorso ad integratori alimentari di origine animale. Di primo acchito il ribaltamento prospettico non è così sorprendente come in Sentinella ed è pure spoilerato dalle piante carnivore che illustrano questo testo. Ma come definire questa categoria? Lo stereotipo che abbiamo in mente da dove nasce e, soprattutto, è corretto?
Nel mondo un po’ zoocentrico in cui viviamo, l’erbivoria e l’uccisione del vegetale da parte dell’animale sono elementi accettati e naturali, mentre l’inverso appare come un ribaltamento perverso delle regole naturali. Vedere un insetto diventare preda agonizzante di un vegetale bramoso d’azoto smuove anche nel più green di noi qualcosa di mostruoso nel profondo, una crudeltà quasi inaccettabile (e per questo affascinante, no?): la carnivoria vegetale pare più orrida di quella animale. E’ qualcosa di alieno (non a caso molte piante carnivore del cinema e della letteratura vengono from outer space), paragonabile al cannibalismo, per innaturalità. Eppure non è affatto un evento così raro, basta intendersi sul termine “carnivoro” e si scopre che l’assassinio per nutrizione è praticato spesso, volentieri e con metodo anche da piante insospettabili.
La categoria “piante carnivore” innanzitutto non ha un valore botanico e non costituisce una classe uniforme, ma rientrano nell’insieme specie evolutivamente, morfologicamente e tassonomicamente assai distanti tra loro. Anche la definizione dei requisiti minimi per rientrare nel gruppo varia e se analizzata con cura può far emergere adesioni sorprendenti ed inattese. Come per le piante grasse si tratta di specie che hanno optato per una strategia adattiva simile, ma che spesso condividono poco altro e non sono connesse tra loro da legami di parentela. Le piante grasse hanno fusti o foglie modificate per contenere abbondanti tessuti di riserva idrica (parenchimi acquiferi) in genere stipati di mucillagini che trattengono il prezioso liquido, presentano spesso spine ed ovviamente popolano habitat aridi. Ma non sono sempre sorelle, nipoti e neppure cugine tra loro, dal punto di vista del botanico sistematico. Per le piante grasse il problema è l’acqua, per le carnivore la scarsità di azoto o potassio a causa di terreni acidi, torbosi, troppo ricchi d’acqua. Come vedremo tra breve l’inclusione in questo insieme presenta molte sfumature e mentre per le varie Sarracenia, Dionea, Pinguicola, Drosera sussistono in maniera manifesta le tre condizioni fondamentali per avere la tessera del club (meccanismo di trappola, secrezione di enzimi digestivi, capacità di riassorbire le sostanze della digestione), esiste in natura una casistica non indifferente di situazioni borderline. Molte specie vegetali hanno trovato sistemi più o meno indiretti per integrare l’azoto della loro dieta, passando per l’uccisione di insetti ed il recupero delle sostanze di loro interesse per via indiretta, grazie all’aiuto di altri esseri viventi. Se la categoria delle piante carnivore è ristretta, quella delle piante assassine per vocazione è decisamente più ampia.
I serial killer vegetali permettono però anche belle digressioni extrabotaniche. In epoca vittoriana, ad esempio, si vive la volgarizzazione del gusto per le bizzarria crudele, con l’imposizione del gotico moderno in cui l’orrore è evocato facendo leva sulla sfera psicologica ed esso incarna infatti le nevrosi dell’età industriale, il disorientamento della modernità. Quella assegnata alla Regina Vittoria è un’epoca di trasformazione in cui il nuovo ed il diverso sembrano esistere anche per sublimare paure ancestrali. In questo la bellezza oscura, esotica e pericolosamente misteriosa delle piante carnivore cadeva a pennello, offrendo nei teatri freak l’orrorifica visione degli insetti catturati dallo scatto inatteso delle tenaglie della Dionea o avvolti nell’appiccicoso e ferale abbraccio della Drosera. Con occhi benevoli, questo interesse per il lato splatter del regno vegetale può esser letto anche come una forma distorta di protodivulgazione scientifica: il naturalismo delle campagne illustrato ai primi cittadini urbanizzati della modernità, attraverso il passepartout del common sense of horror. Se i nuovi mondi sono stati scoperti ed esplorati nell’era dei galeoni (1500 e dintorni) è nella stagione dei clipper (l’800) che l’esplorazione della natura remota diventa poliedrica, creativa e divertente. Nell’atmosfera cupa, moralistica, il neogotico vittoriano sublima con l’orrore domestico le componenti angosciose e cerca, narra, espone, il freak: cercare alle voci Edgar Allan Poe, Mary Shelley, Elephant Men.
Il puritanesimo britannico porta a casa le scoperte naturalistiche dagli imperi e con loro il rovesciamento del paradigma zoocentrico offerto dalle piante carnivore, che come alieni giungono a solleticare l’interesse del popolino. In un certo senso, mi si passi l’ardire, è con l’età industriale che la scoperta si apre alla gente comune, diventa popular, nel vero senso culturale del termine: non più solo fonte di risorse e di ricchezza per i potenti o di conoscenza per gli scienziati, ma elemento di svago fruibile per la borghesia, leggero e proprio per questo più lieve, pervasivo, insinuante sino al confine dell’ambiguo. E proprio su questo limen ambiguo che le piante carnivore entrano si giocano una seconda lettura extrabotanica, legata alle gender issues e riguardante il loro costante incarnazione del femminino divoratore, nel rappresentare un’estensione demoniaca nel regno vegetale e per essa una propaggine degli inferi nel mondo degli umani. Un’estensione che, già all’epoca di Luciano di Samosata, ha sempre avuto una connotazione esclusivamente femminile: seducente, la pianta carnivora attrae la preda con l’inganno e la subdola mimesi e la condanna alla morte.
“Traversato il fiume dov’era il guado, trovammo un nuovo miracolo di viti. La parte di giù che usciva della terra era tronco verde e grosso: in su eran femmine, che dai fianchi in sopra avevano tutte le membra femm
inili, come si dipinge Dafne nell’atto che Apollo sta per abbracciarla ed essa si tramuta in albero. Dalle punta delle dita nascevano i tralci, che erano pieni di grappoli: e le chiome dei loro capi erano viticci, e pampini, e grappoli. Come noi ci avvicinavamo esse ci salutavano graziosamente quale parlando lidio, quale in
diano, e molte greco; e con le bocche ci scoccavano baci, e chi era baciato subito sentiva per ubbriachezza girargli il capo. Non permettevano si cogliesse del loro frutto, e si dolevano e gridavano quando era colto. Alcune volevano mescolarsi con noi: e due compagni che si congiunsero con esse, non se ne sciolsero più, e vi rimasero attaccati per i genitali: vi si appiccarono, s’abbarbicarono, già le dita divennero tralci, già vi s’impigliarono coi viticci, e quasi quasi stavano per produrre anch’essi il frutto.
Non è dunque forse casuale se nell’immaginario mainstream le piante carnivore non a caso sono sempre “donne” ovunque compaiano (una delle mie preferite, Cleopatra della Famiglia Addams ma anche Tentacula in Harry Potter, Bellsprout, Weepinbell e Victreebell nei Pokemon e quella che fino a ieri era la prima pianta carnivora che mi veniva in mente, Audrey II .
(segue, con trucida descrizione delle tattiche assassine in verde…)
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