La verità, vi prego, sul raspberry ketone

ResearchBlogging.orgUno slogan nato in tutt’altro contesto ma ben diffuso, come ogni sintesi che coglie nel segno, recita: “Dont’ believe the hype”, non credere alla moda, alle montature, non farti fregare. Chi lo cantava teneva una sveglia al collo, forse per sottolineare il messaggio. In un contesto dominato dagli aspetti di marketing come quello della salute e del benessere, lo stesso mantra dovrebbe essere tenuto sempre ben presente da consumatori e operatori professionali. Consuetudine infatti vuole che i nuovi ingredienti salutistici siano presentati con toni enfatici, che esagerano la realtà dei benefici facendo leva su vocabolari mirati più a distogliere l’attenzione che a far capire. Ad esempio, pur con un background di evidenze scientifiche interessanti per alcune precise applicazioni e non scarno come quello di altre piante anche più vendute, Rhodiola rosea (altra pianta che ha da poco cambiato nome, ora dovremmo chiamarla Sedum roseum) non è esente da descrizioni e iperboli che ne esagerano le potenzialità, mirate a colpire l’aspetto su cui siamo tutti più deboli: quello emotivo.

Come si coltiva un mito. Per esempio, questa pianta è descritta come capace di apportare “straordinari benefici per lungo tempo considerati segreto militare sovietico”, ma al tempo stesso “il suo impiego ha una storia leggendaria: antiche popolazioni siberiane ne tramandavano l’uso di generazione in generazione” e “medici mongoli prescrivevano l’estratto di Rhodiola per il trattamento della tubercolosi e del cancro” al punto che “gli imperatori cinesi hanno organizzato numerose spedizioni in Siberia orientale con il compito di reperire i luoghi in cui tale pianta cresceva spontaneamente poiché le popolazioni locali custodivano gelosamente il segreto”. Nella generazione del mito associato a una droga vegetale gli elementi esotici, arcani, lontani nel tempo, mai quantificabili e legati ai presunti aspetti positivi (e impossibili da verificare) sono spesso amplificati. Così come i riferimenti contraddittori, tra ipotetici segreti occultati alla gente comune e tuttavia al tempo stesso base di saperi millenari tramandati oralmente, che lasciano intuire poteri ai confini del magico anche su malattie (il cancro) che in passato non erano codificate dal punto di vista terapeutico. Un’altra strategia della comunicazione meno corretta è invece di segno completamente opposto: l’uso insistente, ma privo di spiegazioni adeguate, del linguaggio medico-farmacologico e dei tecnicismi del suo gergo. E così, per esempio, la rodiola viene descritta al consumatore come capace di aumentare “i livelli di adenosintrifosfato – ATP – e di creatinfosfato – CP – nel tessuto muscolare striato, aumenta i livelli plasmatici di betaendorfine, mentre a livello del SNC inibisce la COMT, con una possibile attività antidepressiva”, una delle molte espressioni che possono dire tutto e nulla circa la validazione scientifica di una droga vegetale. Come la storia del Cargo Cult insegna, questo metodo gioca con la percezione “magica” che l’uomo moderno più acritico conferisce a tutto ciò che è scienza o tecnologia. Tutto questo, in letteratura e nel marketing, va a finire sotto al nome di mitopoiesi, che non è altro che la versione culturalmente alta dell’hype. E se questo accade per una pianta come la rhodiola, per la quale abbiamo a disposizione diversi plichi di evidenze scientifiche, figuriamoci cosa avviene per molecole ed estratti per i quali gli studi si contano sulle dita di una mano.

raspberry in zoomIl lampone dimagrante. Questo preambolo per arrivare al nostro hype e per capire come leggere tra le pieghe del mito. Da circa cinque anni è proposto sul mercato, soprattutto online e con un marketing estremamente aggressivo, un agente dimagrante a base di una sostanza chiamata “raspberry ketone” o “chetone di lampone”. Viene presentato alternativamente come una miscela di chetoni non ben precisata, come un estratto concentrato di lampone o come una miscela di enzimi. Viene venduto in compresse che lo contengono da solo o in miscela con altri 4-5 composti o estratti vegetali. Già la grossa confusione mediatica sulla sua composizione chimica dovrebbe mettere in guardia i consumatori: chi non ha una faccia precisa e un recapito certo raramente è affidabile e se un principio attivo è mescolato ad altri composti in dosaggi sempre diversi, significa che la sua capacità è limitata. La molecola è indicata come capace di “bruciare i grassi e gli zuccheri”, di “accelerare il metabolismo” e di “operare un effetto termogenico sui grassi stoccati, con effetti anti-obesità“. Seguono foto di prammatica con silhouette prima/dopo il trattamento.

La fonte vegetale non viene risparmiata nella presentazione del prodotto, descritto come derivato dal lampone e quindi implicitamente naturale, nell’accezione naif cui sempre si ricorre in questi casi. I frutti del lampone abbondano su brochure e confezioni, a suggerire che si tratti di un diretto derivato vegetale. Quel che conta però è il contenuto e non la copertina e in effetti il raspberry ketone (il cui nome chimico corretto sarebbe  4-(p-idrossifenil) butan-2-one) è presente nei frutti del lampone, nei quali costituisce uno dei componenti dell’aroma a maturità. Tuttavia, le quantità disponibili nel frutto sono del tutto irrisorie ai fini nutrizionali e farmacologici. L’uso del lampone non solo come fonte estrattiva ma anche come contributo alla dieta non può neppure essere preso in considerazione: per ottenere i 100 mg delle dosi vendute del composto servirebbe ingerire ogni giorno circa 40 kg di frutti (di cui circa 4 sarebbero zuccheri). Per le versioni d’urto, che arrivano a 1000mg, fate voi i calcoli. Malgrado si incontri spesso la dicitura “estratto puro di lampone”, il raspberry ketone inserito negli integratori alimentari non è estratto da frutti bensì ottenuto totalmente per via sintetica o a massimo per biotrasformazione usando microrganismi o sistemi biocatalitici, nè più ne meno che un qualunque altro farmaco “di sintesi”1-s2.0-S0024320505001281-gr1

Quanto pesa la storia? Un ulteriore elemento da considerare nella valutazione di questi prodotti è la loro storia. La presenza di una pianta nella tradizione medica passata non è affatto una garanzia di efficacia certa, ma la sua completa assenza è per certo segnale di forti lacune nel suo studio, con tutti i peccati e i limiti degli eccessi di gioventù. Nel caso di Rhodiola rosea citato in precedenza, l’uso tradizionale ne ha determinato l’interesse di decine di ricercatori per diversi decenni e l’insieme di dati a disposizione del mondo medico è ampio. Lo stesso uso tradizionale ha permesso di avere un’idea dei possibili dosaggi, delle quantità che si possono assumere senza effetti collaterali e così via. C’è carne con cui fare l’arrosto per decidere se la ricetta è buona e degna per gli ospiti, insomma. Nel caso del raspberry ketone invece è tutto il contrario: questo è apparso sulla scena scientifica come possibile agente termogenico solo nel 2004 e dopo pochi mesi è passato direttamente -e senza passare dal via- alle ribalte televisive e al pressante tam-tam commerciale.

Le parole sono importanti, ma anche le molecole. Il razionale di impiego di questo composto è spesso presentato per traslazione, usando una specie di sillogismo secondo il quale chimica, fisiologia e farmacologia dovrebbero dipendere dalla proprietà transitiva. Il raspberry ketone vanta una struttura molecolare simile a quella della sinefrina, uno pseudoalcaloide presente nelle arance amare e dotato di una leggera azione anoressizzante. L’uso dimagrante della sinefrina a sua volta deriva da quello dell’efedrina, un composto anch’esso simile strutturalmente e per certo altamente snellente, ma anche in grado di causare gravi danni alla salute ai medesimi dosaggi, come le anfetamine che a sua volta richiama. Senza scendere nei tecnicismi legati alla sostituzione di un azoto con un ossigeno e alla scomparsa di un ossidrile, la semplice similitudine strutturale non implica infatti il possesso delle stesse proprietà (sia nel bene che nel male): esistono zuccheri con strutture molecolari praticamente identiche eppure dotati di sapore assai diverso (amaro o dolce) e piccolissime modifiche possono rendere una molecola benefica o terribilmente tossica. La logica secondo la quale il raspberry ketone sarebbe efficace in quanto simile alla sinefrina è sbagliata: le somiglianze strutturali possono essere indizi da cui partire con ipotesi sperimentali e non giustificazioni di efficacia, per le quali sono necessarie evidenze dirette e specifiche. Per dire se il 4-(p-idrossifenil) butan-2-one è dimagrante occorrono studi mirati in condizioni controllate e monitorate, possibilmente sull’uomo e possibilmente in soggetti in leggero sovrappeso.

0007524100E-565x849Le molecole sono importanti, ma anche i numeri. Per quantificare, mentre nel solo 2013 Rhodiola rosea è stata oggetto di 563 ricerche destinate a valutare i suoi effetti sulla salute di uomini o animali, il raspberry ketone può vantare sulle sue proprietà solamente 5 lavori in tutto dal 2005 ad oggi, usati ripetutamente verso i consumatori come prova della sua efficacia.

Esiste uno studio in cui questa molecola è stata somministrata ad esseri umani, ma non aiuta a capire: ai pazienti è stata somministrata una miscela di 6 tra sostanze e piante in polvere e non è possibile dedurre il contributo effettivo del raspberry ketone agli effetti riscontrati. Al massimo si può dire se il prodotto nella sua interezza ha o meno qualche effetto. Altri due studi hanno utilizzato sistemi in vitro, ovvero con somministrazione del raspberry ketone a diverse concentrazioni arbitrarie in cellule isolate e la misurazione di alcuni parametri biochimici legati all’accumulo di grasso. L’uso della parola “arbitrario” va spiegato, perché è la chiave per capire i limiti di tutti gli studi di questo tipo: l’obiettivo dei ricercatori è verificare a quali dosi si registra un’attività certa, ma questo avviene a prescindere dalla coerenza con la fisiologia umana, per la quale le quantità usate potrebbero essere assolutamente inverosimili. Nel caso specifico -ma il ragionamento vale per quasi tutti gli studi in vitro- non abbiamo la più pallida idea di quale sia la concenrazione di raspberry ketone nel sangue umano dopo la somministrazione di qualsivoglia dosaggio. Non lo sappiamo perché nessuno ha mai fatto neppure una prova. Tentando un’approssimazione generosa in base a dati su molecole simili, la concentrazione usata in questi studii è almeno 100 volte più elevata di quella probabile. Non sappiamo nè se è raggiungibile nell’uomo nè, qualora lo fosse, se comporta effetti collaterali. Non sappiamo neppure come venga metabolizzato il chetone di lampone nell’uomo nè se può avere un effetto tossico di qualche tipo a breve o a lungo termine, perché nessuno l’ha mai studiato e nessun dato ci può venire in aiuto dall’uso tradizionale. Senza nessuna valutazione pregressa di tipo storico e di tipo contemporaneo, questo composto è venduto come integratore alimentare per il semplice motivo che se ne conosce la presenza in tracce nel frutto del lampone e in qualche altra bacca rossa.

Il lavoro più spesso citato a supporto consiste in uno studio su animali nutriti con una dieta fissa basata sul 40% di grasso bovino (che non riproduce certo la realtà di una dieta normale) e addizionata con quantità di 1- 2% di raspberry ketone. Considerando che una dieta normale nell’uomo prevede l’ingestione giornaliera di circa 1,2 kg di cibo solido e facendo leva sui parametri allometrici che consentono di convertire i parametri dal topo all’uomo, un uomo adulto di 70 kg di peso dovrebbe teoricamente ingerire almeno 36 grammi di questa sostanza purificata al dì per 10 settimane (con una dieta costituita da almeno 300 g di grasso animale) per riprodurre le medesime condizioni sperimentali. L’obiettivo dei ricercatori che hanno condotto questo studio era verificare quali dosi di chetone di lampone fornivano un risultato evidente, per cui hanno scelto una situazione estrema per dieta e dosi, senza valutarne l’equivalenza nell’uomo. Sempre perché i numeri hanno un peso e dato che questo peso è da valutare in un contesto, ho fatto altri due conti osservando i risultati ottenuti e il costo del raspberry ketone sul internet. I topi, innanzitutto, non sono dimagriti durante il trattamento e non hanno mantenuto il peso, ma sono solo ingrassati di meno. Dopo 10 settimane di cura quelli che hanno seguito la dieta all’ingrasso addizionata di chetone di lampone pesavano 50g, mentre quelli che non l’hanno assunto ne pesavano 55. I topolini con una dieta normale pesavano 45 g. Sempre ammettendo i limiti della conversione animale-uomo e azzardando un paradosso, i 36 grammi al giorno di chetone di lampone (dosaggio per il quale non sappiamo assolutamente nulla in termini di effetti tossici) potrebbero permettere un mancato aumento di peso del 10% circa. Ho visto online prezzi sui 30 euro al grammo, farebbero 1000 euro al giorno. Un ultimo lavoro ha usato i medesimi dosaggi e una dieta meno aggressiva, per monitorare gli effetti a difesa del fegato. Valgono le stesse considerazioni.

In altre parole, come concluso da chi ha riassunto le poche ricerche effettivamente fatte su questa sostanza in tema di salute e dimagrimento, non sono disponibili informazioni attendibili sull’efficacia del raspberry ketone nell’uomo e gli studi fatti sugli animali, pur dando qualche indicazione vagamente promettente, non rispecchiano situazioni realistiche. Chi cantava don’t believe the hype teneva una sveglia al collo, l’ho già scritto?

Lopez HL, Ziegenfuss TN, Hofheins JE, Habowski SM, Arent SM, Weir JP, & Ferrando AA (2013). Eight weeks of supplementation with a multi-ingredient weight loss product enhances body composition, reduces hip and waist girth, and increases energy levels in overweight men and women. Journal of the International Society of Sports Nutrition, 10 (1) PMID: 23601452

Ulbricht, C., Catapang, M., Conquer, J., Costa, D., Culwell, S., D’Auria, D., Isaac, R., Le, C., Marini, E., Miller, A., Mintzer, M., Nguyen, M., & Salesses, K. (2013). Raspberry Ketone: An Evidence-Based Systematic Review by the Natural Standard Research Collaboration Alternative and Complementary Therapies, 19 (2), 98-100 DOI: 10.1089/act.2013.19201

Morimoto, C., Satoh, Y., Hara, M., Inoue, S., Tsujita, T., & Okuda, H. (2005). Anti-obese action of raspberry ketone Life Sciences, 77 (2), 194-204 DOI: 10.1016/j.lfs.2004.12.029

Park KS (2010). Raspberry ketone increases both lipolysis and fatty acid oxidation in 3T3-L1 adipocytes. Planta medica, 76 (15), 1654-8 PMID: 20425690

Wang, L., Meng, X., & Zhang, F. (2012). Raspberry Ketone Protects Rats Fed High-Fat Diets Against Nonalcoholic Steatohepatitis Journal of Medicinal Food, 15 (5), 495-503 DOI: 10.1089/jmf.2011.1717

Fare i soldi con le piante

Non date retta al titolo, non è come credete. Ma in parte si.

Alle elementari io e i miei compari usavamo le foglie di edera e i semi di ippocastano come moneta di scambio: nel giardino della scuola c’erano poche piante e il materiale recuperato non si rovinava con l’uso. In più, le nostre monete vegetali si riconoscevano facilmente e non potevano essere sostituite o scambiate con altri materiali simili prodotti da altre piante del giardino. Poi qualcuno capì che gli stessi semi e le stesse foglie si potevano recuperare in grande abbondanza nel parco vicino prima del suono della campanella delle 8 e il sistema crollò miseramente per inflazione. Ovviamente non avevamo inventato nulla, solo replicato soluzioni già attuate ovunque nei secoli e nei continenti, visto che il problema era sorto ben prima. Oltre il confine ludico dell’epoca più felice dell’esistenza, la storia della falsificazione del denaro è quella assai poco ingenua del secondo mestiere più vecchio del mondo e ammesso che non vi sia stata da subito una coincidenza dei due ruoli, come tra hackers e creatori di antivirus, i primi falsari sono probabilmente nati il giorno stesso dell’invenzione delle valute.

Per i motivi più svariati e ben prima degli anni ’70 in una scuola parificata di provincia, la definizione di una moneta di scambio ha spesso coinvolto le piante o altri oggetti naturali: è noto l’uso nel passato di conchiglie rare, delle fave di cacao come moneta corrente nel Messico precolombiano, dei semi di caffé nella Penisola Arabica, del tabacco in Nordamerica o dei grani di pepe nero all’epoca del boom delle spezie. Il sistema funziona dal punto di vista finanziario se si fa ricorso a oggetti dotati di un valore intrinseco condiviso (la moneta d’oro) o che offrano garanzia certa di testimoniarlo a distanza (la banconota) e nel secondo caso il sistema antifrode deve essere particolarmente efficace per evitare che la produzione in serie di falsi sia troppo semplice.

10369574_10152515246183200_7368633895800564272_nIl regno vegetale, in particolar modo le strutture bizzarre ed elaborate di alcuni organismi microscopici, si presta bene a creare giochi ottici  e pertanto le piante sono state cooptate non solo a scopo ornativo per citare le bellezze naturali di ogni singola nazione, ma per sfruttare complessità biologiche da usare come filigrane che rendano difficile la duplicazione quantomeno ai falsari meno abili. Ad esempio, nel 1953 il maestro della tassellatura M.C.Escher pertecipò a un concorso della banca centrale olandese per la selezione di nuove filigrane e motivi per banconote. La sua ispirazione erano le osservazioni microscopiche sulla struttura di alghe e diatomee fatte da un biologo olandese del ‘600, Antoni van Leeuwenhoek, padre fondatore della biologia cellulare e della microbiologia. Ironia della sorte, i bozzetti di pattern da lui proposti furono gudicati troppo elaborati e si preferirono filigrane con motivi più regolari e facili da stampare, perché le matrici richieste erano eccessivamente complesse per la tecnologia disponibile.

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Due secoli prima delle prove di Escher, nei neonati Stati Uniti d’America il problema era più serio e fu Benjamin Franklin a trovare una soluzione tra le piante. Questa volta non per scopo ornativo, ma per precise ragioni tecniche. Dopo il cruento distacco dalla madrepatria britannica, gli americani non avevano a disposizione macchine per battere moneta sicura e dovevano al tempo stesso far circolare soldi cartacei per sostenere la loro crescente economia. La popolazione nordamericana non era tuttavia composta solo da profughi religiosi puritani guidati dal fervore etico protestante, ma anche da un gran numero di persone pronte a tutto, inclusa la falsificazione delle banconote, che dovevano quindi offrire solide garanzie. Le prime prove erano andate incontro ad un tasso di contraffazione inaccetabile. Il metodo messo a punto dall’inventore del parafulmine e delle lenti bifocali era di totale ispirazione vegetale e impiegava la tecnologia del nature printing. Prevedeva la deposizione di  una singola foglia su una lastra di piombo o rame e la creazione di un negativo raffigurante nel dettaglio le venature ed i margini, che veniva poi usato come matrice di stampa. Si impiegarono soprattutto foglie con strutture irregolari e forte rilievo, come quelle di salvia, sfruttando il fatto che in molte piante le strutture fogliari sono assai irregolari e variabili tra un individuo e l’altro (o più tecnicamente la morfologia presenta un’elevata biodiversità tra individui della stessa specie). Pertanto, il sistema permetteva di ottenere una filigrana corrispondenben-franklin-leaf-currencyte a una impronta digitale unica e irripetibile, difficile da riprodurre in modo identico senza la matrice iniziale, anche avendo a disposizione la medesima tecnologia. Le mini banconote prodotte col sistema di Franklin vennero usate dapprima nello stato della Pennsylvania e successivamente in altri stati e poi da parte della banca destinata a diventare la Bank of America.

Anche se il vero motivo per cui i dollari sono verdi non è noto, piace pensare che ci sia dietro una citazione di questa storia… oppure per commemorare un’altro debito delle zecche nazionali verso le piante: per limitare il logorio la cartamoneta è in genere prodotta con fibre di cotone, a confermare la teoria secondo cui con le piante si possono davvero fare un sacco di soldi.

Robe Vintage

d6419569-04ad-43ee-98ba-7f49a7f5f05bLa ripresa postvacanziera è lenta -o meglio stagnante per usare il vocabolario corrente- e permette di dedicare il weekend ad attività poco stancanti, come visitare cantine e scaffali. Tra le mie mani sono così capitate alcune piccole riviste tascabili chiamate Eco del Mondo e Il Mese, datate tra la fine del 1945 e il 1950. Erano edite nel pieno dopoguerra, traducendo gli articoli migliori delle principali testate internazionali e rappresentavano l’equivalente d’antan dell’odierno Internazionale. A fianco di trattati su sociologia, geografia politica e varia umanità e tra un racconto breve e l’altro, questi compendi giornalistici offrivano finestre di spessore sugli avanzamenti del sapere scientifico, in alcuni casi davvero ben scritti, sebbene le nozioni siano state nel frattempo ampiamente riscritte e rivedute alla luce di scoperte successive. Per capirci, si trovano abbinamenti esotici tra testi presi da riviste e giornali di ogni schieramento politico, in cui un dettagliato saggio fisico-atmosferico sulla grandine va a braccetto con un trattato sul significato dello sport sovietico e con una disamina precisa del ruolo dell’elefante nell’arte, tutto incartato in un’atmosfera da “come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba“, ma è interessante notare all’epoca come il lettore non fosse percepito come un’entità appiattita su una singola visione delle cose, ma come una figura tridimensionale interessata a comprendere più argomenti anche molto lontani tra loro. Il linguaggio usato è in genere semplice, chiaro, lineare e fruibile in pochi minuti.

 

Dato che si tratta di materiale irreperibile in altra maniera e trovando diversi spunti interessanti, mi sono messo al lavoro con lo scanner salvando in pdf gli articoli più meritevoli o curiosi. LI trovate di seguito commentati per gruppi (lo so, i pdf vanno ruotati, ma tutti i lettori hanno l’opzione apposita). Le pagine ospitano resoconti affascinanti e talvolta bellissimi, scritti nella lingua enfatica, priva di fretta e seria dell’epoca, che pare fatta di flanella anziché di parole in corsa. Un’avvertenza per tutti, però: sono racconti di scoperte di oltre 65 anni fa, vanno presi più come reperti storici che come verità inconfutabili da usare a sostegno di questa o di quella tesi attuale. In vari casi il normale avanzamento delle conoscenze ha cambiato drasticamente deduzioni e conclusioni, ed è perfettamente giusto che sia così. Sono testimonianze del modo in cui all’epoca erano trattate e divulgate scoperte tecnologiche e scientifiche; nel migliore dei casi sono le larghe spalle su cui si sono issati i ricercatori successivi per vedere cosa c’era oltre. In alcune occasioni prevale l’elemento curiosità, in altre fa riflettere la diversa tendenza ideologica con cui venivano presentate, fortemente legata alla situazione politica del tempo e all’idea di futuro all’epoca prevalente (produzione, crescita, produzione, crescita). Le descrizioni trasudano un ottimismo idealista attualmente naif, sono intrise di propaganda sociopolitica e mostrano agli occhi più disilusi di oggi come le aspettative del positivismo scientifico dell’era post-bellica abbiano in vari casi prodotto più danni le cui conseguenze culturali possono vantare un decadimento maggiore del famigerato Cobalto-Torio-G del Dr. Stranamore. Al tempo stesso però devono far riflettere senza superiorità: quali filtri ideologici (ossessione per la salute individuale, integralismi culturali vari, interessi commerciali) ne hanno preso il posto nel racconto odierno delle cose del mondo? Quanti dei modi di descrivere e discutere gli odierni avanzamenti scientifici appariranno come Cobalto-Torio-G agli occhi dei nostri pronipoti?

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Biologia e genetica. Per dare un’idea della comunanza dell’interesse riservato all’epoca per la formazione di un sapere composito e non monotematico (scienziato che legge solo di scienza, letterato che legge solo di lettere), il saggio sugli ormoni vegetali precede la recensione di un libro di Francis Scott Fitzgerald e un estratto da Baudelaire. Gli ormoni vegetali rappresentavano all’epoca l’ultimo grido della conoscenza in ambito vegetale. Forse i pezzi migliori per molti aspetti, da rileggere sulla scia delle odierne polemiche e pruderie sugli organismi geneticamente modificati, sono quelli sugli avanzamenti in campo genetico. Si descrivono in modo chiaro e semplice gli effetti e gli usi delle mutazioni genetiche indotte dall’uomo nei cereali e nei legumi per sviluppare in modo più rapido nuove varietà commerciali (poi regolarmente commercializzate in tutto il mondo dal 1950 in poi, per nostra comune fortuna). Infine, leggere un libro sapendo il finale toglie emozione, ma aiuta a capire bene come l’autore l’ha costruito e la divesa trama presa dalla realtà. Qui, in diretta, lo studio del Ciclo di Calvin e il sogno di un’alimentazione per tutti a base di alghe.

AA.II., 1949. La Fotosintesi rivoluzionerà l’agricoltura? Da The Economist.www


Clima. Un po’ fuori tema perché non si citano piante, ma giova far leggere le conclusioni di questi due articoli sul problema del Global Warming. Si sospetava già che l’andamento del riscaldamento planetari avesse deviato da una ciclicità e che l’avanzamento delle attività umane potesse in qualche modo esserne responsabile. O comunque collegato.

M.F. Perutz, 1948. I Ghiacciai in Ritirata. Da Science News
J.S. Arcturus, 1950. Verso un mondo più caldo. Da France Illustration.


Farmacia e Cosmesi. Storie ormai già note a chi se ne occupa, ma la globalizzazione delle materie prime in profumeria e l’uso del curaro in medicina sono interessanti nelle parole e nel punto di vista di quasi 70 anni fa. Piuttosto, interessante notare come gli annosi problemi della comunicazione scientifica nel settore della salute non siano ancora stati risolti dopo così tanto tempo: l’articolo sulla streptomicina mette in guardia sui rischi di fare propaganda prima che si siano conclusi tutti gli studi di validazione di un farmaco, spiega le differenze di credito da dare a studi in vitro e sull’uomo e introduce un problema che si porrà nella sua gravità nei nostri decenni: quello della resistenza agli antibiotici.

Agronomia. Si diceva dell’ossessione produttivista: anche la scoperta di nuove piante foraggere era d’interesse. In questo caso sono due ampi spot per Trifolium subterraneum e Festuca arundinacea. Certo, la festuca per il bestiame si è poi rivelata una fregatura, ma è un’altra storia.
Ambiente. Tra le tante cose che già all’epoca erano presenti e divulgate, la conservazione brilla per la sua assenza. La Natura è ancora, solidamente, vista come un’entità da plasmare in chiave totalmente antropocentrica e in questa ottica vanno letti gli ottimismi malriposti sulle magnifiche e progressive sorti del Sahara irrigato e dell’Amazzonia bengestita. Recentemente, gli ambientalisti discutono spesso del problema del petrolio nell’Amazzonia Ecuadoriana: tutto è iniziato nel 1947.


P. Costa, 1950. L’avvenire dell’Amazzonia. Da Scientific American

AA.II, 1948. Il Sahara verrà coltivato? Da Die Weltwoche.
C. Isherwood, 1949. Petrolio nella Giungla. Da Geographical Magazine.


rrrEtnobotanica. Con quale pianta sono fatte le garze delle mummie? Con Bohemeria nivea. Come è stata accolta la papaya sul mercato occidentale? Bene. E sebbene spesso lo si dimentichi, fumare tabacco è una pratica etnobotanica.


Esplorazioni. Avventure naturalistiche ai tempi del piroscafo e dell’idrovolante: foreste esotiche ed erbe da marciapiede, l’ode al ranuncolo e l’impagabile racconto dei field scientists dell’agrobiodiversità. L’esistenza e il successo, presso il Dipartimento americano per l’agricoltura, di una “Divisione per la scoperta e l’introduzione di nuove piante” lascia intuire come la biopirateria non fosse certo un problema (e neanche l’ansia per le alloctone). Da notare l’assoluta nonchalance con cui si spostavano e disseminavano piante da un continente all’altro. E magari oggi molte di esse sono ritenute “tipiche ” di una certa zona.

Nuovi vecchi problemi. Già nel primo dopoguerra si lavorava al biodiesel di origine vegetale, anche se per motivi diversi da quelli di oggi. Il metodo proposto è caduto nell’oblio. Anche la gestione sostenibile degli scarti industriali non l’abbiamo inventata con lo slogan RRR, solo che la chiamavamo col nome molto poco trendy di chemiurgia dei rifiuti e serviva a scoprire che pula di riso e tutoli di granturco erano adatti alla pulizia ad abrasione tenera di motori e macchinari.


Rubrica. A partire dal 1950 Eco del Mondo inizia ad ospitare una rubrica chiamata “La Scienza al Servizio dell’Uomo“, con futuribile locandina Jetsons-style e un retrogusto più salvifico di quel che dovrebbe essere per un percorso di conoscenza. Non mancano le presentazioni iperboliche di invenzioni o scoperte risolutive, destinate nel settantennio successivo a finire immancabilmente tra i fondi di magazzino dell’universo, un po’ come le copie cartacee da cui le ho rievocate.

Per solutori più che abili

8577497672_af0a3f8e6d_zIntestava così la Settimana Enigmistica i cruciverba e i problemi più complessi, e come tale vi presento questo simpatico giochino in crowdsourcing.

In seno al progetto Encycopedia of Life, la Biodiversity Heritage Library ha per le mani diverse migliaia di illustrazioni botaniche, sfortunatamente non sempre abbinate al corretto binomio linneano della pianta raffigurata. Ogni tanto il nome manca del tutto, altre volte è segnato ma potrebbe essere cambiato a seguito di una delle frequenti revisioni tassonomiche. Usando l’apposita pagina Flickr si chiede di identificare le specie, di controllare se quello a stampa è un sinonimo accettato o meno e di correggere quelle precedentemente identificate da altri, semplicemente aggiungendo un tag all’immagine. Per chi, come me, volesse usufruire di aiutini, i supporti virtuali non mancano. Ad esempio, grazie alla spintarella della rete è facile verificare che la specie Crassula nell’immagine qui a fianco è oggetto di sinonimia ed ha cambiato nome.

Se l’enigmistica non vi attrae e se non ne riconoscete nessuna, potete sempre limitarvi a guardare le (elegantissime) figure.

L’invasione dei pianticorpi. Ovvero il siero segreto contro Ebola è fatto col tabacco

ResearchBlogging.orgLa signora Maria nell’ombrellone qui a fianco si agita inquieta da quando ha scoperto che in un’imprecisata parte dell’Africa (in geografia la Mariuccia sta ancora a hic sunt leones) è in corso una terribile epidemia, causata dal virus Ebola (pronunciato con due B maiuscole, come al telegiornale), con un sacco di morti e scene orrende. Lo dice così, in corsivo. Del resto la signora Maria è cintura nera di gossip da spiaggia e in piena fregola voyeuristica segue con materna passione il tentativo di salvare due volontari americani contagiati dal virus. Un tentativo eroico da ogni punto di vista, le spiego alzando gli occhi da Tuttosport: in assenza di una cura efficace i due sventurati hanno accettato di sottoporsi a un trattamento mai sperimentato sull’uomo, sebbene promettente in altri modelli animali. O la va o la spacca e speriamo che vada, come con la figlia di Gerhard Domagk e con il ragazzo affetto rabbia di Pasteur.

Pinuccio, il corpulento metronotte figlio della signora, cincischiando col tablet si apre a considerazioni sociologico-geopolitiche che spaziano dai migranti africani alla peste bubbonica, passando per il complottismo di Big Pharma e le cure alternative, ma riesco a sedarne parzialmente le ansie millenaristiche girandogli questi due link via Whatsapp. La madre nel frattempo sancisce senza possibilità di dubbio che è quantomeno strano che sia permessa una cosa del genere in America, mentre qui da noi certe cure alternative vengono addirittura vietate. La stoppo alla terza frase con un tackle scivolato da calcetto sulla sabbia, spiegando che il fantomatico “siero segreto” di cui parla il giornale non è l’edizione a stelle e striscie della cura Vannoni: la sua preparazione è stata spiegata in diverse pubblicazioni scientifiche di alto livello, disponibili per tutti e oggetto di sperimentazioni serie. Insomma, c’è del sugo. L’interdizione mi è venuta fuori un po’ brusca, per cui i due passano alla difensiva, ascoltano e iniziano a fare domande. Dopo i primi cinque minuti di arrembaggio scriteriato i vicini passano quindi al modulo catenaccio e contropiede, nel pieno solco della tradizione italiana dentro e fuori gli stadi. Ma io oltre a leggere Tuttosport ho una sedia col mio nome sullo schienale al Bar Sport e sono pronto a tutto.

Inizio dunque a macinare il mio gioco. Loro, attendisti, lo spezzettano e tentano di ripartire con folate improvvise. Kent Brantly e Nancy Writebol sono in trattamento con una miscela di anticorpi monoclonali ottenuti secondo un metodo classico della virologia: una versione depotenziata (“cioè rincoglionita“, dice la signora Maria) dell’Ebola è stata somministrata ad alcuni primati (“sì, insomma, delle scimmie“) e gli anticorpi da essi prodotti sono stati isolati e testati su animali per vedere se agivano anche contro il virus a piena potenza (“sono quelli che funzionano come voi guardie giurate coi taccheggiatori al supermarket, Pinuccio. Ascolta“). Fino ad ora le prove sono state positive, ma i due volontari americani sono i primi umani a farne uso. “Maddai, e che ste scimmie ne hanno fatta na chilata di questi anticorpi? Ce ne vorrà un botto per curare un cristiano!“, interviene Pinuccio con sicumera. Certo che non ne hanno prodotto abbastanza. Di grazia se dal primo trattamento se ne sono ottenute quantità sufficienti per le prove preliminari, ribatto in fallo laterale. No, gli anticorpi isolati dai primati sono stati poi modificati per renderli più affini all’organismo umano e quindi prodotti con cellule di criceto in colture artificiali, ma siccome la resa è troppo bassa e costano tropp220px-Nicoatiana_benthamiana_planto si usano altri sistemi. “E qua te volevo, professò. Confessa: gli americani hanno un allevamento di scimme infette che mungono per gli anticorpi!” “Figo, poi magari una ne scappa e viene fuori un casino come in quel film che ho visto ieri!“, si eccita un ragazzino su una sdraio a fianco. Mi spiace deludervi, ma niente allevamenti, niente eserciti di primati in cattività, niente camere delle torture. Per produrre il siero stanno usando delle piante geneticamente modificate, in particolare una specie australiana parente prossima del comune tabacco chiamata Nicotiana benthamiana. “Andiamo bene“, interviene il coro greco degli ombrelloni circostanti “dal virus ai mostri ogiemme. Altro che film òror“. Pinuccio chiede un time out tecnico. “Scusa ma non ho capito bene. Com’è sta storia delle piante? Come siamo passati dal virus delle scimmie alle sigarette transgeniche? Fammi rivedere lo schema che mi son perso“.

Produrre anticorpi, ovvero miscele di particolari proteine capaci di riconoscere e neutralizzare precisi intrusi, in genere virus e batteri, è complicato e costoso. Non si riescono a produrre con la sintesi chimica come l’aspirina, sono sostanze troppo complicate. Puoi usare degli animali, ma ci sono dei problemi. C’è ad esempio di rischio di contaminazione a causa di altri patogeni umani e animali (epatite, HIV e BSE, quella della mucca pazza) o di portarsi dietro proteine animali che possono causare danni imprevisti. Puoi usare dei batteri, ma ci sono altri inconvenienti, soprattutto dovuti al diverso sistema con cui questi sintetizzano le proteine. Da qualche anno per questo tipo di farmaci basati su anticorpi e composti proteici si usano invece alcune specie vegetali, che vengono “convinte a tempo” con metodi genetici a produrre esattamente gli stessi anticorpi individuati nell’uomo o negli animali, come nel caso di Ebola. E lo fanno più che bene, dato che il sistema usato per produrre il farmaco sperimentale Zmapp somministrato ai volontari americani può permettere di ottenere fino a 1 g di anticorpi ogni 2 chili di foglie di tabacco, quasi 100 volte di più che con ogni altro mezzo animale o microbico. In più, le piante sono così diverse da noi da non porre pericoli come quelli citati per gli animali, maaaa sono anche abbastanza simili da non presentare le differenze riguardanti i batteri; inoltre la mancanza di proteine analoghe nei vegetali rende più facile ed economico anche il processo di estrazione degli anticorpi. La signora Maria tenta una sortita a centrocampo: “me pare magia che se so’ inventati, tipo il 5-5-5 di coso, Canà. Una roba per fare scena“. E invece non è una novità assoluta tirata fuori dagli americani dall’Area 51, ma l’applicazione di conoscenze ben note e ben sfruttate da molti ricercatori (e industrie) al mondo per produrre vaccini e anticorpi contro epatite, colera, virus influenzali e intestinali umani e animali, anche da usare in veterinaria e persino per fabbricare l’eritropoietina (“Quella dei ciclisti? Lei“). Pure i costi sono più che vantaggiosi rispetto agli altri sistemi, transgenici e non, la metà che in animali transgenici e venti volte meno che in colture in vitro di cellule. Insomma, gli americani mettono in pratica con efficienza un sistema già abbondantemente collaudato negli ultimi 10 anni tipo lo schema ad albero di Natale, il 4-3-2-1.

Pinuccio e sua madre però iniziano a trovare la palla, e rilanciano nelle giuste zone di campo. “Si, ma se devo aspettare che la pianta cresca, campa cavallo. Con un’epidemia come questa in corso mica posso aspettare due anni che crescano le piante! Le gente muore quasi tutta dopo una settimana. Meglio sbudellare le scimmie“. Primati e animalisti possono stare sereni: il sistema usato non richiede la maturazione delle piante ed evita la via animale. In pratica si prendono piante già adulte, le si infetta con un batterio specializzato a trasferire nelle cellule di Nicotiana le informazioni genetiche giuste e queste in pochi giorni producono anticorpi in massa. Il processo si chiama agroinfiltrazione, anche perché si ottiene siringando direttamente le foglie oppure esponendo le piante a una soluzione di batterio dopo averle mese sottovuoto, e grazie ai suoi difetti N. benthamiana lo porta a termine in modo efficacissimo, dal nostro punto di vista. Anche nei difetti è importante eccellere. Questo tabacco australiano è infatti estremamente sensibile alle aggressioni di ogni tipo (virali, batteriche, fungine) perché presenta sulle foglie aperture grandi e più numerose che in altri vegetali. Le piante usano queste aperture, dette stomi, per scambiare gas tra l’interno e l’esterno delle loro foglie, ma i batteri come Agrobacterium tumefaciens le sfruttano per penetrare all’interno (“Insomma è un colabrodo, tipo la difesa di Zeman“! “Esatto, ma lo spettacolo è garantito“). Una volta dentro, il batterio preventivamente modificato inizia a trasferire materiale genetico alle cellule delle foglie, ovvero trasferisce in esse una porzione di DNA che “ordina” la costruzione della la nostra proteina antiebola, trasformando la pianta in una specie di fabbrica farmaceutica specializzata. Questo metodo permette la produzione di alcuni grammi di anticorpi in pochi giorni a partire da piante già cresciute e volendo si può passare alla produzione su scala industriale, in serra o in campo qualora ne servissero grosse quantità in tempi brevi. Basta avere le piante già in coltivazione, e con il tabacco non è certo un problema: è proprio quello che è stato fatto nel Kentucky per produrre il trattamento somministrato ai due medici americani.

E quindi anziché far scappare scimmie infette rischiamo di avere un’invasione di tabacco transgenico! Dalla padella alla brace!” rilancia sulla fascia la signora Maria sicura del sostegno di squadra del coro greco della spiaggia. La fermo con calma pensando più a Franz Beckenbauer che a Pasquale Bruno. Non ci sono più i sistemi trangenici di una volta, signora mia. In questo caso (ma in realtà anche in molti altri) si tratta di un affitto di geni, non di un acquisto con rogito cromosomico incluso. Le cellule di tabacco infettato con i geni che ordinano la produzione degli anticorpi-antiebola non vengono integrati in modo permanente nel genoma della pianta, ovvero non vengono trasmessi alle generazioni successive di tabacco e gli effetti durano solo per un periodo di tempo limitato. Si parla di espressione transiente, ovvero temporanea, più rapida di quella stabile ma meno duratura nel tempo. In più, anche se potesse la Nicotiana benthamiana modificata non sarebbe in grado di procreare. Le piante infettate producono sì anticorpi in gran quanità, ma a causa dell’infezione massiccia muoiono e quindi non giungono neppure a fioritura. E’ come la tinta per i capelli: dura per un po’, rovina il capello ma poi se ne va e le colpe del parrucchiere della madre per fortuna non ricadono sui figli. Manipolare temporaneamente la genetica di una pianta per produrre un farmaco salvavita senza ricorrere all’allevamento di animali non mi pare male.

Insomma, niente sfruttamento animale, farmaco più economico e una riverniciata alla rispettabilità del tabacco coltivato“, chiosa Pinuccio, che sarà anche un metronotte un po’ gretto ma non è per niente tonto. Mi guarda e il suo sorriso non mi piace, ha la faccia di uno che ha visto un terzino sbagliare il fuorigioco. “Tutto molto bello, ma ammesso che su questi due americani funzioni veramente come si spera, quando lo distribuiscono direttamente in Africa?

Olinger, G., Pettitt, J., Kim, D., Working, C., Bohorov, O., Bratcher, B., Hiatt, E., Hume, S., Johnson, A., Morton, J., Pauly, M., Whaley, K., Lear, C., Biggins, J., Scully, C., Hensley, L., & Zeitlin, L. (2012). Delayed treatment of Ebola virus infection with plant-derived monoclonal antibodies provides protection in rhesus macaques Proceedings of the National Academy of Sciences, 109 (44), 18030-18035 DOI: 10.1073/pnas.1213709109

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La natura ce l’ha già: l’arcolaio di Maleficient

maleficentPrima che il sole tramonti sul suo sedicesimo compleanno, ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà“, vaticinò la strega Malefica per colpa di un mancato invito. Favole. In barba a Serenella, però, Fauna e Flora si sono alleate almeno in una occasione per dare alla Natura un proprio arcolaio a quattro zampe, sotto le sembianze poco socievoli di un roditore africano stranamente lento e noto come ratto dalla criniera. A quanto pare, in Lophiomys imhausi l’evoluzione ha trovato il modo di riciclare un veleno vegetale, risparmiando all’animale l’invito (stavolta da rifiutare a tutti i costi) come protagonista di banchetti altrui.

Veleni che fanno bene. Nella faccende naturali, come in una fiaba secondo Propp, non è tanto rilevante chi siano i protagonisti quanto quello che fanno, ma in un racconto anche i comprimari contano e vanno introdotti a dovere. Il primo ad entrare in scena è un uomo, un botanico scozzese appassionato di Africa chiamato John Kirk. Il signor Kirk soffriva di angina pectoris, ma questo non gli impedì di esplorare parte dell’allora ignoto continente nero assieme al più noto dottor David Livingstone, nel 1859. Durante il viaggio si occupò di raccogliere campioni delle piante più disparate, di cui si faceva raccontare gli impieghi etnobotanici dalle popolazioni locali, per riportare poi informazioni e campioni in patria dando il suo contribajp1887-strophanthusuto alle conoscenze in merito. Erano anni avventurosi e molto eccitanti sia dal punto di vista intellettuale che materiale e persone come Kirk e Livingstone scandagliavano l’ignoto come ora farebbe un astronauta su Marte, se mai ci potesse arrivare. Lavandosi i denti durante il ritorno in patria dopo una spedizione dalle parti di Kenya e Tanzania, Kirk si accorse che i sintomi del suo male al cuore erano quasi spariti e che il suo battito era notevolmente rallentato. Con acume scoprì che lo spazzolino da denti, distrattamente gettato nella borsa, si era sporcato con alcune gocce di un veleno per frecce usato dai cacciatori di elefanti nell’Africa orientale, estratto dai semi piumati di Strophanthus kombé, una liana simile ad un grosso e vistoso gelsomino (quello vero).

All’epoca di Kirk i semi di strofanto erano usati come veleno per cacciare gli animali, anche di grossa taglia (elefanti, ippopotami), per la cattura dei quali l’uomo avrebbe dovuto mettere a serio repentaglio la propria vita. Questa possibilità è garantita da due fattori: innanzitutto i semi contengono sostanze dotate di un’efficacia quasi immediata in caso di somministrazione parenterale (per iniezione, come quella che si ha con l’uso di lance, frecce avvelenate e fusi di arcolaio, naturalmente). Questo permette di uccidere gli animali pur colpendoli una sola volta e tenendosi a debita distanza, recuperando però immediatamente la preda senza doverla inseguire per ore durante la sua agonia. Si dice che gli animali spesso muoiano all’interno di un raggio di 100 metri dal punto in cui sono stati colpiti. Inoltre, la scarsa tossicità (ovvero la minore efficacia, importante nell’aneddoto di Kirk) di queste sostanze se assunte per bocca permette di consumare le carni avvelenate senza rischiare di esserne a propria volta intossicati. Ora che la pianta e le molecole che contiene sono state studiate siamo in grado di introdurle da protagoniste nel nostro racconto: si sa ad esempio che questo stratagemma è garantito da una precisa motivazione di farmacodinamResearchBlogging.orgica. Le sostanze assimilate per via alimentare sono sottoposte a un passaggio epatico prima di entrare definitivamente nel circolo sanguigno e distribuirsi nell’organismo. Questo passaggio in molti casi detossifica potenziali veleni grazie all’acidità dello stomaco, all’azione dei microrganismi intestinali e dei sistemi enzimatici microsomiali del fegato. Il veleno dello strofanto non è in realtà del tutto innocuo per via orale, ma alle dosi usate per cacciare non provoca danni all’uomo. Al contrario, le sostanze che vengono iniettate con una freccia nei muscoli o nelle vene giungono al sito d’azione (in questo caso il cuore) senza passare attraverso questo filtro, la cui funzione di autodifesa contro intossicazioni accidentali e come meccanismo di protezione contro i molti composti tossici, presenti anche nelle comuni piante alimentari è ben evidente. La stessa quantità letale tramite iniezione non lo è per via orale quindi, ed è anche per questo motivo che molti farmaci sono somministrati per via intramuscolare o endovenosa: la loro efficacia risulta molto maggiore.

220px-OuabainLe sostanze presenti nella piante di strofanto e responsabili dell’azione sul cuore sono glicosidi (detti cardioattivi o digitalici) formati da una parte zuccherina (che ne regola la solubilità) e da una parte apolare di tipo steroideo (che determina l’azione); una volta giunti a contatto con i tessuti del muscolo cardiaco questi composti bloccano i sistemi con cui le cellule regolano le contrazioni del cuore. Se la dose è ridotta, aiutano a risolvere varie disfunzioni, tra cui quella di cui soffriva John Kirk, ma se la quantità che giunge direttamente al cuore è eccessiva, questo si blocca con ovvie conseguenze più gradite alla Strega Malefica. Partendo dalla scoperta di Kirk, l’uso diretto o indiretto dei glicosidi cardioattivi (in forma di molecole da esse derivate) si è quindi imposto nella produzione di importanti farmaci per trattare varie patologie cardiache. Ma non sono certo affari di cuore quelli che interessano la strega Malefica e il ratto dalla criniera.

Un trucco già visto. Prima di arrivare nelle nostre farmacie, i glicosidi erano quindi un veleno da caccia. E prima che l’uomo si accorgesse delle loro doti e ben prima che l’arcolaio avvelenato entrasse nel castello della principessa Aurora/Rosaspina, questi composti erano già un’efficace soluzione difensiva per il vero protagonista della storia, l’arcolaio a quattro zampe. E curiosamente, le due soluzioni (la tecnologica e l’evolutiva) si assomigliano moltissimo. La preparazione del veleno per frecce a base di strofanto prevede i seguenti passaggi: i semi privati del rivestimento e del pappo sono pestati in un mortaio e alla miscela viene aggiunta la linfa o il latice appiccicoso di altre piante, per facilitarne l’adesione alla punta della freccia o della lancia, che vi viene immersa, imbibendo soprattutto la parte legnosa dell’innesto, che è più adsorbente della punta metallica. In questa maniera si riesce a depositare sull’arma una quantità sufficiente a uccidere un elefante e si riduce la possibilità che il cacciatore si possa intossicare per tagli accidentali con la punta della freccia. I glicosidi cardioattivi con queste doti non sono in realtà un prerogativa del genere Strophanthus, ma per effetto di una convergenza evolutiva li ritroviamo anche in specie assai distanti dal punto di vista botanico, come quelle europee del genere Digitalis e in altre piante africane, come quelle del genere Acokanthera. E sono esattamente queste ultime quelle usate da Lophiomys imhausi, che come ogni roditore vanta una lunga serie di possibili predatori da schivare, come inviti sgraditi a feste pericolose.

Mentre i cacciatori pestano i semi di Strophanthus, il ratto dalla criniera mastica la corteccia di specie Acokanthera (trascurando foglie e altri organi meno ricchi di glicosidi cardioattivi) e spalma la soluzione di saliva e glicosidi così ottenuta su una parte ben precisa e specializzata del proprio vello, una striscia di peli rigidi specializzati per rizzarsi in caso di pericolo e che in condizioni normali restano nascosti sotto la normale pelliccia. Così facendo quei fusi appuntiti si trasformano in un arcolaio velenoso, che intossica gli animali desiderosi di mordere il ratto iniettando nel loro muso e nella loro bocca la miscela cardiotossica: non sono rari i casi di cani morti per arresto cardiaco dopo aver incautamente aggredito il roditore. Non paghe di averlo dotato di questo deterrente, Flora, Fauna ed Evoluzione hanno poi operato di fino, ottimizzando il sistema di somministrazione. Se osservati al microscopio elettronico e come mostrato dal video qui sopra i peli mostrano una struttura particolare, con un apice appuntito e rigido (analogo alla punta metallica delle frecce, capace di bucare la pelle o la mucosa della bocca dei predatori) e una parte centrale curiosamente traforata e spugnosa, in cui il veleno vegetale resta imbibito senza poi defluire. Queste strutture aumentano di molto l’efficacia del sistema di difesa dell’animale nei confronti dei predatori, perché permettono di accumulare grosse quantità di glicosidi cardioattivi e di conservarle, come siringhe cariche, fino al momento del bisogno.

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Lo stratagemma del rendersi velenosi non è una novità in ambito animale ed esistono intere catene alimentari specializzate, con formiche, bruchi e insetti adulti che mangiano piante velenose trattenendone le tossine e animali, spesso anfibi, resi immuni dall’evoluzione, che si cibano di quei bruchi per risultare a loro volta indigesti ai loro predatori. Per risalire ad un comportamento simile nei mammiferi, però, bisogna incontrare il riccio europeo, ma stavolta la tossina viene presa in prestito dai rospi di cui esso si ciba, ovvero un altro animale e non una pianta e il loro comportamento non è letale date le quantità troppo ridotte e la minore tossicità del veleno. Ma siccome tutto torna, la tossina con cui rospo prima e riccio poi si difendono è anche in questo caso un glicoside cardioattivo, dalla struttura molto simile a quella dello strofanto e dell’acokanthera, una delle rare occasioni in cui la Strega Naturae, con l’aiuto di Fauna e Flora, si è divertita a fare cose simili con piante e animali.

(grazie a Lisa Signorile per le preziose informazioni su rospi e altre bestie).

Kingdon, J., Agwanda, B., Kinnaird, M., O’Brien, T., Holland, C., Gheysens, T., Boulet-Audet, M., & Vollrath, F. (2011). A poisonous surprise under the coat of the African crested rat Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, 279 (1729), 675-680 DOI: 10.1098/rspb.2011.1169

Orecchio all’apparecchio

indexAnche l’orto botanico più famoso del mondo non se la passa alla grande e anche da quelle parti incombono importanti tagli al budget. Ma la visibilità al grande pubblico è garantita, al punto che la BBC osa con una serie di documentari radiofonici di 15 minuti, dedicati a 25 storie di piante ospitate a Kew Gardens. La prima puntata sarà dedicata al genere Encephalarthos (Ensefacosa?!?).

Il programma inizia lunedi prossimo alle 1445 ora italiana su BBC Radio 4, chi vuole se lo può ascoltare in streaming e successivamente in podcast. Qui la pagina completa del programma, con approfondimenti e qualche extra. Cronometro alla mano sono sei ore e mezza di palinstesto a copertura nazionale, dedicate alla botanica. Posso scrivere “invidia”?