Luglio 4, 2009 a 2:35 am (Approfondimenti, Coltivazione, Erboristeria, Farmacognosia, Fitocosmesi, Piante, Plantech, Principi attivi, Ricerca, fitochimica)
Tags: chimica artefatti, chimica sostanze naturali, enantiomeri profumo, fragranza iris, iridale, iris, iris costo, iris florentina, iris germanica, iris pallida, iris profumeria, iris rizomi, irone, oli essenziali, olio essenziale iris, orris oil, piante profumeria, post raccolta, post raccolta iris, profumeria essenze, profumo iris, sostanze naturali profumate
Inginocchiato davanti alla fila di piante abbattute con metodo, osservo le impronte tozze e ravvicinate che circondano le foglie accasciate. Tonde, affondano per qualche centimetro nel terreno lavorato e soffice. “E’ stata Alice, l’istrice che abita poco oltre la strada” dice S. mostrandomi un aculeo, perso dall’animale mentre pasteggiava coi rizomi di Iris florentina. Ha iniziato dal capo della fila ed una ad una ha sradicato le piante con le zampe “e adesso Alice è un problema, perchè se ci prende gusto con un paio di scorribande notturne me le fa fuori tutte“. Mi chiedo se ad Alice l’Istrice non dia fastidio l’odore dei rizomi di iris, usati in profumeria per conferire una nota di violetta alle essenze più floreali. La palatabilità delle caramelle al gusto violetta resta per me un mistero gaudioso ed immagino che anche per l’amica dall’aculeo facile avrebbe dovuto costituire un discreto deterrente. Raccolgo un supersite e lo annuso distratto. Non sa di niente, come del resto avrei dovuto ricordare: il profumo di violetta dell’iris è un artefatto.
Distillando il rizoma fresco si ottengono solo piccole quantità di un burro, costituito principalmente da un acido grasso -l’acido miristico- e da un alito di olio essenziale. Che non sa per niente di violetta e se lo vendi non ti danno due lire. Se però si ha la pazienza di attendere qualche mese, la resa della distillazione cresce e la violetta spunta. Nei rizomi di iris infatti non sono presenti le sostanze chiamate ironi ed in particolare tra le decina di possibili isomeri ed enantiomeri mancano il (–)-cis-alfa-irone ed il (–)-trans-gamma-irone, che a quanto pare sono in grado di produrre il profumo più forte e caratteristico.
Sostanze simili all’olfatto ma non identiche strutturalmente impartiscono il noto profumo al fiore di Viola odorata, a cui tuttavia si ricorre raramente per problemi di volumi e di resa di produzione che è facile intuire. Al posto degli isomeri dell’irone nel genere Iris si trovano altre sostanze dette iridali, accumulate soprattutto nella parte più esterna del rizomi più adulti. Ma sono praticamente inodori. Se però -come hanno scoperto da qualche secolo i profumieri- si ha la pazienza di conservare per un paio di anni i rizomi decorticati in un luogo ben asciutto e ventilato, si macina e successivamente si tratta la farina con acido solforico diluito prima di distillare, allora la ricompensa è una fragranza molto elegante. E molto costosa, se è vero che nel 2003 un kg di assoluta di iris con meno di 40-50000 euro non la portavate a casa. Fa un pò specie che il processo chimico che garantisceil passaggio di rango dai poco pregiati iridali ai pregiatissimi ironi sia chiamato “degradazione” ossidativa.
Ma tutto questo Alice non lo sa, e non credo nemmeno che alla golosastra spinosa interessi particolarmente. E così la pianta, che probabilmente favorisce l’ossidazione per rendere meno appetibili i rizomi durante il riposo invernale, d’estate può essere mangiata di gusto.
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Luglio 2, 2009 a 10:48 pm (Divulgazione, Farmacognosia, Piante, Popoli, droga)
Tags: Afghanistan, mung, mung opium, oppio, papavero da oppio, riconoscimento botanico, sistematica
Scopro su Phytophactor questa perla. Nel martoriato Afghanistan l’esercito britannico sequestra nientepopodimeno che 1300 kg semi di papavero destinato alle coltivazioni illegali di oppio, filone d’oro che regge la baracca taliban e l’economia intera del paese, come ho già avuto modo di raccontare. Grande strombazzamento della notizia, conferenze stampa con esposizione del materiale, grande successo, giornalisti, lustrini, galloni e cotillons. Poi qualcuno vede i semi e preso dal panico ne manda una campionatura ad un botanico, cosa dico, ad un agronomo insomma un tecnico della FAO che emette dopo pochi secondi la ferale sentenza. Che immagino sia stata più o meno questa: “nàni, son fagioli“. Fagioli Mung, per la precisione. Per la cronaca, più o meno in scala, fagioli a sinistra e papavero a destra. Poi dicono che sono saperi inutili


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Luglio 1, 2009 a 3:02 pm (Erboristeria, Filosofia, Mercato Erboristico, Nutraceutica)
Tags: integratori alimentari, Alimenti funzionali, functional food, nutraceutici, salto dello squalo, tipping point, WSJ, inutilità essenziali, multivitaminico
Per chi bazzica blogs e sottoculture pop da qualche anno ed ha quel minimo sindacale di retroterra giovanilistico, l’espressione “salto dello squalo” dice già tutto. Per gli altri, che lecitamente non prevedono questi alimenti ad alta deperibilità nella dieta culturale, ecco -perfettamente in topic- la pillola. Nell’ immaginario collettivo della rete “jump the shark” è un equivalente del tipping point, del raggiungimento dell’energia di attivazione o meglio del punto di non ritorno applicati al settore delle inutilità essenziali dell’effimero come i serial televisivi, le carriere musicali e le linee di prodotti voluttuari. Insomma, il momento in cui si esagera, innescando l’ineluttabile parabola discendente della credibilità.
Fonzie che salta lo squalo sugli sci non viene citato esplicitamente, ma questo articolo del Wall Street Journal sembra descrivere un evento simile per i fortified foods, i cibi fortificati o arricchiti di componenti nutrizionalmente significativi. La creatività delle industrie alimentari nel disegnare nuovi integratori salutistici unendo ingedienti e sostanze tra loro alienesembra aver raggiunto l’elusivo -ma sottile come un lago ghiacciato- limite tra l’efficace ed il patatrac del grottesco anche nella percezione dei consumatori. Che di fronte all’eccesso di entropia tendono a scegliere l’opzione conservatrice. In fondo, l’adozione di uno stile di vita più equilibrato, di un’alimentazione più bilanciata e basata su cibi freschi ed integrali (anche altamente selezionati, anche esotici, anche diversi e ricercati) permette di ottenere risultati assai più garantiti di soluzioni altamente processate ed in pillole.
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Giugno 26, 2009 a 5:42 pm (Approfondimenti, Biodiversità, Didattica, Divulgazione, Ecologia, Piante, Ricerca)
Tags: Caladium, caladium steudneriifolium, dissimulazione vegetali, evoluzione delle piante, foglie bianche, foglie variegate, mimesi, mimicry, parco podocarpus
Casa, interno giorno, sabato pomeriggio ozioso, post-raccolta dei fichi fioroni. La sorellina curiosa chiede perchè le piante siano verdi e perchè debbano stare alla luce. Il fratello tronfio traccia una linea geometrica, rapida ma precisa, tra i punti: clorofilla, fotosintesi, radiazioni luminose, lunghezze d’onda, sole, energia, vantaggio, superficie delle foglie, pannelli solari. La sorellina annuisce perplessa, si guarda in giro con apparente sguardo da screensaver-tedio, poi sogghigna illuminata dall’idea spiazzante e con fare di sfida ri-chiede: “e quella, perchè non è tutta verde? Tutto quel bianco è uno spreco se è come dici tu“. Attimo di panico fraternale davanti a Ficus variegata. “Ehm ehm. Ci devo pensare <disgraziata, ingrata, sciagurata. Eppure avevo visto qualcosa proprio l’altro giorno>“.
Ed eccolo qui, il ricordo pescato dal maelstrom delle segnalazioni e taggato con un post-it mentale dall’adesivo scadente. Caladium steudneriifolium è una pianta amazzonica nota nel sottobosco in due varietà: una con foglia interamente verde ed una con foglia marezzata di bianco, come pare avvenire abbastanza frequentemente nel genere. Dandosi da fare anche col bianchetto, alcuni ricercatori hanno riscontrato che le piante “verdi” vengono attaccate più facilmente da insetti le cui larve fitofaghe scavano tunnel all’interno della lamina fogliare. Viste da fuori, le foglie infestate producono un disegno simile a quello delle foglie variegate, perchè il mesofillo viene eliminato e resta solo l’epidermide. In questa maniera le varietà marezzate di Caladium indurrebbero il parassita a credere di essere già state oggetto di aggressione e pertanto risulterebbero meno appetibili, poichè potenzialmente sovraffollate da altre larve in competizione per il cibo. Un bell’esempio di dissimulazione.
Forse dietro la spinta di altre sorelle beffarde che godono nel metterli in difficoltà, ma parecchi ricercatori si sono da tempo dedicati alla ricerca di una spiegazione sull’argomento delle foglie variegate. Che vantaggio traggono le piante nel ridurre la superficie fostosintetica? Le teorie, come sempre, sono diverse e non è detto che non possano coesistere: la convergenza della risposta non implica un’uniformità dell’istanza e viceversa. Brevemente le ipotesi avanzate includono: a) Bando al ton sur ton. Il parassita si mimetizza nel verde della foglia per sottrarsi alla vista dei suoi predatori? E io ti pitto una parte di bianco, di rosa o di verde scuro cosi’ il nemico ti vede e te magna. b) Mi nascondo all’erbivoro. La variegatura rende meno evidenti e forse meno appetibili, soprattutto se l’erbivoro diretto è tarato sulla ricerca del verde. c) Ombra e luce. A seconda che la varietà si sia adattata a zone di ombra o di piena luce, è più vantaggioso avere foglie monocromatiche o bianco-verdi. d) Relitti. Un motivo ci sarà stato, magari ora non c’è più ma ancora la genetica non ha finito il suo corso (più o meno come coi peli superflui).
Anche per sabato prossimo siamo a posto per il siparietto della saccenza fraterna.
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Leaf variegation in Caladium steudneriifolium (Araceae): a case of mimicry?
Ulf Soltau, Stefan Dotterl, Sigrid Liede-Schumann
Evol Ecol (2009) 23:503–512
The leaves of Caladium steudneriifolium (Araceae) of the understorey of a submontane rainforest in the Podocarpus National Park (South East Ecuador, 1,060 m a.s.l.) are plain green or patterned with whitish variegation. Of the 3,413 individual leaves randomly chosen and examined in April 2003, two-thirds were plain green, whereas one third were variegated (i.e., whitish due to absence of chloroplasts). Leaves of both morphs are frequently attacked by mining moth caterpillars. Our BLAST analysis based on Cytochrome-c-Oxidase-subunit-1 sequences suggests that the moth is possibly a member of the Pyraloidea or another microlepidopteran group. It was observed that the variegated leaf zones strongly resemble recent damages caused by mining larvae and therefore may mimic an attack by moth larvae. Infestation was significantly 4–12 times higher for green leaves than for variegated leaves. To test the hypothesis that variegation can be interpreted as mimicry to deter ovipositing moths, we first ruled out the possibility that variegation is a function of canopy density (i.e., that the moths might be attracted or deterred by factors unrelated to the plant). Then plain green leaves were artificially variegated and the number of mining larvae counted after 3 months. The results on infestation rate (7.88% of green leaves, 1.61% of the variegated leaves, 0.41% of white manipulated leaves and 9.12% of uncoloured manipulated leaves) suggest that ovipositing moths are deterred by the miner-infestation mimicry. Thus, variegation might be beneficial for the plants despite the implicated loss of photosynthetically active surface.
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Giugno 25, 2009 a 2:38 am (Erboristeria, Farmacognosia, Fitoterapia, Mercato Erboristico, Nutraceutica, Prevenzione, Principi attivi, Ricerca, droga, fitochimica)
Tags: Caffeina, caffeina abuso, caffeina controindicazioni, caffeina effetti collaterali, caffeina erboristeria, caffeina integratori alimentari, caffeina intossicazione, ipokalemia, ipokalemia caffeina, stimolanti ergogenici, stimolanti sport
Quanto detto nei giorni scorsi per i soft drinks caffeinati vale in buona parte anche per un buon numero di prodotti erboristici, con un’eccezione importante: la normativa europea citata nel post precedente (quella del limite in etichetta a 150mg/l) è -a quanto ho capito, spero di sbagliare- valida solo per le bevande e non per gli integratori alimentari. In altre parole i rischi correlati al consumo restano, ma gli alert per il consumatore e la quantificazione in etichetta non sarebbero obbligatori quando il contenuto supera un certo valore, restando quindi a discrezione del produttore. Ovviamente lo scenario è diverso, stiamo parlando di droghe sfuse e soprattutto di integratori alimentari anche in compresse, pillole o pastiglie che contengono caffeina, ma che vengono comunque assunti con una certa costanza durante l’arco della giornata. Molti di questi sono i cosiddetti stimolanti ergogenici destinati agli sportivi o a chi vuole mantenere elevata la soglia dell’attenzione.
Per fare luce sulla distribuzione di prodotti contenenti caffeina in erboristeria viene in soccorso un articolo pubblicato un paio di anni fa, parte di un’indagine più ampia dedicata alla mappatura del mercato americano. Vi sono riportati i valori del tasso di caffeina in numerosi integratori alimentari e droghe erboristiche, suddividendo nelle due tabelle qui sotto riportate i dati relativi ai prodotti che dichiarano la presenza di caffeina (sotto) e quelli che non la dichiarano (sopra). La colonna che interessa è “main analyzed caffeine” perchè riporta la quantità di alcaloide ingerito con la dose giornaliera consigliata sulla confezione.


Come prevedibile il quadro è variegato e la forbice molto ampia. Già questo sarebbe forse un buon motivo per suggerire una qualche forma di comunicazione in etichetta, che aiuti il consumatore a capire quanta caffeina assume al giorno. Altra nota: i prodotti multingrediente sono sempre più ricchi di caffeina rispetto alle droghe vegetali singole. Questo principalmente per motivi… di marketing. In vari casi la caffeina è difatti aggiunta extra, sovra quota rispetto a quella apportata dagli ingredienti vegetali per aumentare l’effatto del prodotto e tener fede al messaggio pubblicitario. Anche per questo, una specifica in etichetta non guasterebbe perchè aiuterebbe a capire che non tutti i prodotti sono uguali per potenza e rischi correlati. Infine, in genere i prodotti che dichiarano la quantità di caffeina offrono dati abbastanza attendibili, con uno scarto inferiore al 20%.
Per chiudere il parallelismo col post precedente, in termini clinici la casistica delle reazioni avverse legate all’ipokalemia causata da questo tipo di integratori è meno abbondante, come ovvio attendersi data la minore massificazione dei prodotti, ma esiste qualche segnalazione ad esempio a seguito di abuso di tè verde in persone con un pregresso di altre disfunzioni ematiche.
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Giugno 23, 2009 a 5:54 am (Approfondimenti, Divulgazione, Ecologia, Eventi, Libri, Rizomi)
Tags: allen orr, Arte Botanica, botanica tavole, Botanical art, Chrisalis: Maria Sibylla Merian and the Secrets of Metamorphosis, Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo, iconografia botanica, Illustrazione botanica, illustrazione naturalistica, ingrid rowland, kim todd, la rivista dei libri, Maria Sibylla Merian & Daughters: Women of Art and Science, maria sybilla merian, merian getty, merian illustrazione, merian museo, merian rembrandthuis, merian tavole, natalie zemon davis, The new yourk review of books
Una donna di successo in un’epoca al maschile. Una disegnatrice-mercante-ricercatrice nell’intersezione impossibile tra scienza e creatività, illustrazione e divulgazione, commercio e arte. L’esplorazione della res naturae in un contesto religioso ibrido tra calvinismo e congregazioni minori cristiane. Una scoperta rivoluzionaria -quella del microscopio- e le sue conseguenze nella percezione del mondo, nella raffigurazione e nella divulgazione della Natura. Stampe, disegni ed illustrazioni di rara precisione tassonomica e tecnicismo che non si limitano ad anelare la perfezione, ma portano storie, spiegano eventi, raccontano il mondo, lasciano intravedere. Amsterdam ombelico del mondo ed un’esperienza pioneristica, da donna esploratrice ante-tutto nel Suriname. Elementi sufficienti ad evocare la presenza di un personaggio del genere in un romanzo di Wu Ming. E una rivista letteraria che regala saggi più che recensioni, appoggiando sul tavolo con grazia risoluta e spartana carichi da undici e non copie di mille riassunti. Tutti indizi che portano al numero di giugno della Rivista dei Libri ed al lungo trattato di Ingrid Rowland su vita, opere, mostre e cataloghi di Maria Sibylla Merian.
Oltre a quelli editi dalle stamperie della Merian (The New Book of Flowers; Caterpillars, Their Wondrous Transformation and Peculiar Nourishment from Flowers e The Metamorphosis of the Insects of Suriname), i libri citati dalla Rowland sono Chrisalis: Maria Sibylla Merian and the Secrets of Metamorphosis, di Kim Todd; il catalogo della mostra Maria Sibylla Merian & Daughters: Women of Art and Science dell’anno scorso (la webpage della mostra è eccellente per informazioni e corredo grafico, non ultimo lo slideshow commentato) e, unico testo tradotto per Laterza, Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo di Natalie Zemon Davis.
Nel complesso monta il dubbio e se il fascino immediato delle tavole non debba essere rivisto, coperto da quello di una storia forse ancora più sorprendente per i tempi in cui è stata vissuta. Tenere assieme in un unica rilegatura arte, femminilità, libertà espressiva ed intellettuale, messaggio morale, avanzamento delle conoscenze e business, pur garantendo l’occhio critico e rigoroso dell’osservazione sistematica e scientifica sembra impossibile oggi, figurarsi all’epoca.
Purtroppo online la rivista rende disponibile solo l’incipit del saggio, ma in compenso se comprate il numero in libreria troverete anche un’altrettanto interessante approfondimento di Allen Orr che prende le mosse da questo libro per discutere del ruolo (tecnico e morale) dello scienziato a cavallo tra i due millenni. Per chi vuole, invece, l’edizione americana ha online la versione completa del testo della Rowland (in inglese, of course).
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Giugno 21, 2009 a 12:49 pm (Approfondimenti, Divulgazione, Farmacognosia, Mercato Erboristico, Nutraceutica, Piante, Prevenzione, Ricerca, Tisane e Infusi)
Tags: abuso caffeina, alimenti caffeina, bibite gassate, caffè effetti collaterali, Caffeina, caffeina casi clinici, caffeina controindicazioni, caffeina effetti collaterali, caffeina intossicazione, caffeina soglia, coca cola caffeina, cola nitida, consumerlab, energy drink, energy drink caffeina, energy drink cocaina, fruttosio diarrea, ipoalbuminemia tè verde, ipokalemia, Pemberton's French Wine Coca, pepsi cola caffeina, red bull cocaina, review caffeina, soft drink, soft drinks caffeina, soft drinks cola, soft drinks ingredienti, storia della coca cola, Trashfood, xantine tossicità
Gianna Ferretti, che su Trashfood è sempre all’erta su questi temi, ha riferito nei giorni scorsi di una possibile intossicazione da caffeina in un adolescente. Causa apparente, le gomme da masticare energizzanti consumate con beata abbondanza. Chissà che effetto potrebbero avere queste delizie da Super Pippo, che mirano ad alzo zero sul mercato dei giovanissimi, notoriamente ricchi di verità in tasca ma poco avvezzi al senso della misura nei consumi. In forma anidra, queste pastigliette presentano ingredienti molto simili a quelli che verranno citati tra poche righe. In precedenza, ripreso anche dalla stampa nazionale, una review di casi clinici aveva sollevato la questione degli effetti collaterali legati al consumo eccessivo di bibite alla cola, assunte in grandi volumi e senza particolare cognizione del contenuto.
La cola, come noto, è al tempo stesso gradevole al gusto e ricca in caffeina e da oltre un secolo è un must nelle bibite toniche, alimenti spesso posizionati in una zona grigia comune a molti ingredienti vegetali. La storia stessa del capostipite del genere, la Coca-Cola, è in fondo un excursus dal farmaco all’alimento: la “Pemberton’s French Wine Coca” era stata inventata da un farmacista per essere venduta come stimolante, tonico nervino e per trattare la cefalea, mentre l’utilizzo alimentare odierno si è sviluppato ed imposto successivamente. Salvo poi viaggiare a ritroso verso l’antica vocazione, con grande successo commerciale, negli energy drink. In questo senso le vicende, anche recentissime, di alcuni energy-drink alla cocaina (più o meno davvero presente, peraltro) costituiscono vero ritorno al passato a testimonianza di un rapporto ambiguo tra due oggetti commerciali la cui genesi nel mercato avviene ben prima della nascita dell’FDA, dell’EFSA e del dibattito sulla distinzione tra ingredienti erboristico-medici ed alimentari.
Tornando alle bibite a base di cola, nelle segnalazioni citate nell’articolo di Journal of Internal Clinical Practice l’uso smodato e non l’ingrediente per se è alla base del problema. E già questo suggerisce che il vulnus non sta nella piante o nell’alcaloide, quanto nel messaggio veicolato dai produttori. Per capirci, in alcuni degli esempi citati si segnala un consumo continuativo di oltre 5 e fino a 10 litri al giorno di soft drinks alla cola. Con quantità simili anche il cibo più salubre darebbe seri problemi (chi mangiasse anche solo 3-4 kg di ciliegie al giorno per qualche mese mi faccia sapere come va la salute). Sintomo principale dell’abuso (perchè di abuso parlerei, più che di consumo), la drastica diminuzione del potassio ematico altrimenti nota come ipokalemia, che si manifesta con sintomi simili alla disidratazione, problemi cardiorespiratori e muscolari generalizzati. In genere tutto rientra sospendendo l’alimento e reintegrando potassio, magari con un paio di banane come ha insegnato al mondo Michael Chang contro Ivan Lendl nel 1989…. Oltre ai noti problemi legati all’ipereccitazione, l’abuso di tutti gli alcaloidi xantinici (caffeina, ma anche theobromina) presenta anche questo effetto collaterale che inizia a comparire quando il dosaggio supera in modo marcato e continuato i 200 mg/giorno, ma la caffeina non è l’unica causa: concorrono al quadro anche il glucosio ed il famigerato sciroppo di fruttosio concentrato (circa 100g per litro di bibita) che, se ingeriti con dosaggi-monstre, determinano rispettivamente un’aumentata eliminazione del potassio tramite le urine e diarrea.
Spesso in queste occasioni l’abbinamento sintomi-cause è complicato e per il medico che affronta il caso lo scenario ricorda certe puntate del Dr. House in cui alimenti innocui si trasformano in rompicapi clinici ad alto tasso drammatico, come descrive anche con sagacia l’ editoriale di commento all’articolo, apparso sul medesimo giornale (qui il pdf gratuito). Il dibattito sul tema ha virato rapidamente verso due boe: le informazioni in etichetta e le dimensioni delle porzioni. Negli ultimi decenni si è infatti passati per il confezionato da bottigliette da 25 ml a bottiglie da 2 litri (ed oltre, su certi mercati) ed anche nel prodotto alla spina la tendenza è quella di imporre volumi superiori al mezzo litro, lasciando trasparire più o meno subliminalmente un messaggio errato di salubrità a prescindere dalla quantità ingerita. Circa l’etichettatura e la presenza di caffeina nelle bibite la normativa europea è stata aggiornata solo nel 2004. Prima di allora la caffeina poteva essere liberamente inclusa nella magica dicitura “aromi” a prescindere dalla quantità presente. Le regole attuali prevedono invece che bevande con un tasso di caffeina superiore a 150 mg/litro debbano riportare la quantificazione precisa espressa in mg/100 mL, mentre per le altre basta specificare che genericamente la bevanda “contiene caffeina”. Particolare assolutamente non irrilevante, se il prodotto esplicita nella sua denominazione il caffè, il tè o un’altra fonte riconosciuta di caffeina, la quantificazione non è obbligatoria. Questo, ovviamente, lascia in molti casi alla discrezione ed alla consapevolezza del consumatore la scelta, aumentando il rischio di abuso a cuor leggero. Oltre a rappresentare un’ambiguità a mio avviso poco accettabile. Ad esempio, in un tè verde in bottiglia o in una confezione da 2 litri di cola il contenuto in caffeina può non essere esplicitato, ancora una volta lasciando ad intendere che non vi siano limiti al consumabile. Recentemente, ma solo sul mercato statunitense, alcune case produttrici hanno iniziato spontaneamente ad indicare il contenuto in caffeina anche quando questo è inferiore alla soglia imposta dalla normativa, probabilmente per prevenire possibili future azioni legali nei loro confronti da parte di consumatori non allertati dai rischi connessi all’abuso, big tobacco docet.
A confondere le idee a ci vorrebbe chiarirsele contribuisce anche la letteratura, che spesso illustra i dati “per porzione”, per cui quali tipologie di bevande sono in genere sopra o sotto la soglia di 150mg di caffeina per litro? Di solito le bibite gassate sono al di sotto e gli energy drink stanno al di sopra. Nella tabella qui a lato i quantitativi riportati in un recente survey di mercato che ha contribuito, assieme a molti altri, a far emergere una richiesta di normative e etichettature più rigorose. Facendo due conti bastano un paio di lattine di alcuni energy drink per per raggiungere e superare i 1000 mg di caffeina, circa 3 volte oltre la soglia che determina ipokalemia in soggetti sensibili o a rischio. Se per le bevande al di sotto della soglia il contenuto di caffeina è abbastanza costante, quasi tutti i report che ho consultato descrivono invece uno scenario molto variegato tra gli energy drink. Al variare della marca e del prodotto si assiste ad oscillazioni molto grandi, con acuti che superano i 2 g/litro ed una media che si assesta tra i 300 ed i 500 mg/litro. Per il consumatore non abituato a leggere in etichetta questo può essere un problema, perchè si è in realtà portati a pensare che esista una certa equivalenza tra prodotti. Per le bevande gassate da cui siamo partiti, il limite di 120-150 mg/litro è in genere rispettato e la soglia limite, per chi non ha altri problemi di salute correlati, si aggira attorno a 1-2 litri al giorno. Oltre questi volumi anche la sinergia dei dolcificanti citata in precedenza accresce il rischio di ipokalemia. Direi comunque che si tratta di quantitativi più che sufficienti per togliersi la voglia di una cola…
Con il caffè come la mettiamo? Un paio di tazzine di caffè determinano mediamente l’assunzione di poco oltre i 300 mg di caffeina e possono effettivamente ridurre il potassio ematico in maniera sensibile, ma il loro consumo è “acuto” e non è costante e “cronico” come quello di queste bevande, che nei casi segnalati vengono assunte in maniera continuativa e sovrabbondante durante la giornata e sovrabbondante. Certo, chi si comportasse come Voltaire, che si narra consumasse fino a 50 tazze di caffè al giorno (l’ho sentito dire da Bob Dylan nella puntata del Theme Time Radio Hour dedicata al Caffè, speriamo non se la sia inventata) è comunque a rischio e non solo di ipokalemia.
Nel complesso, come spesso accade non è tanto la nocività intrinseca di un ingrediente a creare il problema, ma la sua assunzione eccessiva, spesso sostenuta in maniera più o meno ambigua dalle case produttrici e scarsamente contrastata dalle istituzioni. Un esempio di come la biodiversità dietetica sia da preferire alla monocoltura alimentare, a prescindere dall’alimento.
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Giugno 19, 2009 a 9:13 am (Farmacognosia, Fitoterapia, Plantech, Prevenzione, Principi attivi, Ricerca, Validazione, fitochimica)
Tags: AIDS, amiloide, EGCG, epigallocatechina, epigallocatechina gallato, HIV-1, jabberwocky, prevenzione aids, Tè verde
Quando si trova una stele di Rosetta con traduzione dal jabberwocky al comprensibile è sempre festa grande. Da qualche giorno avevo messo nel tritacarne questo articolo, apparso su PNAS e dedicato allo studio di uno dei componenti del tè verde nella prevenzione dell’AIDS. Poi, dopo un paio di cibalgine, ho fortunatamente trovato questo, scritto da un ricercatore americano che si occupa del tema che spiega, con la giusta dose di realismo preventivo, il coinvolgimento dell’Epigallocatechina gallato nel “disturbo” della trasmissione per via sessuale del virus HIV-1. In particolare questo polifenolo, noto per interagire in modo destabilizzante con una lista lunga così di enzimi, proteine ed altre macromolecole umane, interferisce almeno in vitro con il meccanismo di infezione del virus attraverso il liquido seminale, mediato da strutture chiamate fibrille amiloidi. In sintesi: l’azione è topica e non orale, ergo a scanso di equivoci bere tè verde non previene nè tantomeno cura (nè curerà) la malattia, ma l’EGCG potrebbe essere inserito nei preservativi o nei mix di antimicrobici retrovirali ad azione topica che si stanno sperimentando per ridurre ulteriormente il rischio di infezione ed aumentarne l’efficacia.
L’interferenza esercitata dall’EGCG nei confronti di queste strutture proteiche non è una novità: recentemente sono stati pubblicati numerosi studi a riguardo -nessuno ancora clinico- a causa del loro possibile coinvolgimento in alcune malattie degenerative come l’Alzheimer.
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The main green tea polyphenol epigallocatechin-3-gallate counteracts semen-mediated enhancement of HIV infection
Hauber, I., Heinrich Hohenberg, H., Holstermann, B., Hunstein, W., Hauber, J.
PNAS, 2009, 106, 9033-9038.
Peptide fragments, derived from prostatic acidic phosphatase, are secreted in large amounts into human semen and form amyloid fibrils. These fibrillar structures, termed semen-derived enhancer of virus infection (SEVI), capture HIV virions and direct them to target cells. Thus, SEVI appears to be an important infectivity factor of HIV during sexual transmission. Here, we are able to demonstrate that epigallocatechin-3-gallate (EGCG), the major active constituent of geen tea, targets SEVI for degradation. Furthermore, it is shown that EGCG inhibits SEVI activity and abrogates semen-mediated enhancement of HIV-1 infection in the absence of cellular toxicity. Therefore, EGCG appears to be a promising supplement to antiretroviral microbicides to reduce sexual transmission of HIV-1.
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Giugno 15, 2009 a 4:52 pm (Approfondimenti, Ecologia, Eventi, Fitocosmesi, Mercato Erboristico, Progetti)
Tags: certificazione cosmetici, Cosmesi, Cosmetics and Toiletries, cosmos, cosmos certificazione, eco bio cosmesi, ecocert cosmesi, European Cosmetics Standards Working Group, green chemistry, icea cosmesi, ingredienti cosmetici naturali, sostenibilità ambientale
Probabilmente al termine di lunghe discussioni, l’European Cosmetics Standards Working Group ha rilasciato lo standard COSMOS, per ora disponibile solo in inglese ma immagino presto tradotto anche in italiano in vista della sua applicazione a partire dal prossimo settembre. Si tratta di una normativa condivisa dai principali certificatori europei di cosmetici biologici, tra cui ICEA ed ECOCERT. A parte la prospettiva uniforme a livello continentale, è interessante l’aggiunta esplicita di un capitolo sulla Green Chemistry, che punta a risolvere un punto critico nella formulazione cosmetica sostenibile: l’inserimento di sostanze non direttamente ricavate da fonti naturali, oggetto di modifiche da parte dell’uomo o ottente ex-novo ma secondo criteri rigorosi di sostenibilità ambientale. Un tema su cui spesso ci si accapiglia con scarse possibilità di decidere cosa è considerato casher e cosa no.
Per capire cosa si intende con l’espressione “green chemistry” un buon elenco di principi-guida è consultabile qui, mentre per approfondire un ottimo posto è il sito dedicato alla disciplina dalla EPA statunitense. Circa un anno fa la rivista Cosmetics and Toiletries aveva pubblicato un report con numerosi esempi di sostanze d’uso cosmetico sviluppate in base ai dettami della green chemistry.
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Giugno 5, 2009 a 3:22 am (Didattica, Divulgazione, Erboristeria, Farmacognosia, Libri, Mercato Erboristico, droga)
Tags: adulterazione erboristeria, American Botanical Council, baby hair case, cristalli di ossalato, Farmacognosia, identificazione erbe, libri erboristeria, libro piante medicinali, microscopia piante, periploca sepium, Piante medicinali, raccolta piante medicinali, riconoscimento botanico, riconoscimento droghe vegetali, sofisticazione droghe vegetali, stomi piante
Avevo parecchie aspettative quando ho ordinato The Identification of Medicinal Plants presso l’American Botanical Council. In particolare ero in cerca di un testo che descrivesse in dettaglio le caratteristiche morfologiche delle piante medicinali ma che soprattutto riportasse altre informazioni, ben più ostiche da reperire in letteratura. Nello specifico cercavo un’attenta comparazione tra le droghe vegetali -ovvero quel che resta delle piante medicinali dopo selezione dell’organo di riferimento, essiccatura, contusione, macinatura- ed i loro più comuni contaminanti o adulteranti, possibilmente sia in forma grafica che testuale. La realtà, volume alla mano, non è però completamente soddisfacente. O meglio, non ho ben guardato quel che compravo ed ora si mescolano impressioni contratanti. Sebbene l’introduzione ed alcune parti del testo lascino intuire diversamente, il target ideale è infatti più il raccoglitore di piante spontanee o il primo anello della filiera (il selezionatore delle droghe integre) che non il responsabile del controllo di qualità del materiale in commercio, ovvero chi spesso deve cimentarsi nei rompicapi farmacognostici più complicati. E’ vero che le piante sono descritte con grande attenzione e che sono presenti in un unico volume anche specie non così frequentemente descritte negli erbari, ma la parte farmacognostica è più carente del previsto e di descrizioni morfologiche in fondo sono piene l’editoria botanica e le farmacopee, basta avere la pazienza di consultare. Mea culpa comunque, la recensione parlava senza ambiguità di morfologia e la preview del libro era altrettanto chiara, ma ci speravo.
In un certo senso però la latitanza della parte microscopica resta un’occasione persa in un libro peraltro ottimamente editato e curato. Da un lato infatti le monografie citano i possibili adulteranti e la stessa introduzione menziona vari esempi di droghe vegetali erroneamente identificate, ma dall’altro non sono illustrati e raffrontati i caratteri microscopici che rendono possibile o più agevole l’identificazione della droga commerciale, che ha in genere perduto quasi tutti i tratti macroscopici riportati nell’atlante di Wendy Applequist. In alcuni casi, e questo è interessante, sono state inserite delle tabelle sinottiche che confrontano direttamente le caratteristiche principali di eventuali adulteranti o di sottospecie omologhe, come nel caso dell’Achillea, dell’Anice, dell’Equiseto, di Galium aparine, ecc, ma nessun cenno a stomi, fibre, ossalato, strutture di secrezione, amido, sclereidi e compagnia. Per fare un esempio, nell’introduzione si cita il famoso “baby hair case” dei primi anni ‘90, nato dall’androginia neonatale indotta dalla sostituzione di polvere di Eleutherococcus senticosus con quella di Periploca sepium, una pianta cinese. Con le informazioni riportate nella scheda dell’Eleuterococco questa sofisticazione non sarrebbe rilevabile a meno di avere a disposizione la radice intera.
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