Watchmen

OLYMPUS DIGITAL CAMERAVolevo scrivere una cosa seria, ben argomentata, e piena di riferimenti concettuali a partire dalle due notizie che seguono. Ma non ho tempo, per cui per una volta segnalo senza troppi fronzoli di stile.

Negli Stati Uniti è sempre più difficile tenere sotto controllo il mercato degli integratori alimentari: un gran numero di prodotti tolti dal mercato negli anni scorsi dalle autorità, perché addizionati con farmaci di sintesi o perché composti da ingredienti diversi rispetto al dichiarato, è già tornato a scaffale. A quanto pare è bastato cambiare nome al prodotto, fare un restyling della confezione e modificare la ragione sociale dell’azienda per tornare in pista. Per chi ama la precisione, il 66,7% degli integratori alimentari ritirati dal mercato nordamericano dalla Food and Drug Administration per sofisticazione è tornato sul mercato senza alcun miglioramento dopo soli 6 mesi. E non si può dare la colpa ai cinesi, stavolta: quasi tutti erano prodotti da aziende USA. Stiamo parlando di circa 70 integratori ritirati dal mercato all’anno, quasi tutti dimagranti o destinati a migliorare le performances sportive o sessuali, secondo uno schema già descritto e noto da alcuni anni. I numeri sono medio-piccoli e non tutto il settore è marcio, ovviamente, ma evidenziano comunque i limiti dei controlli ex post e delle autorizzazioni liberalizzate, che portano giustamente molti operatori a suggerire ai consumatori interessati l’acquisto di erbe medicinali sfuse e non di prodotti processati. E si inizia a sospettare che questo scarso controllo in tema di adulterazione e sofisticazione possa essere causa della maggiore incidenza di patologie epatiche a carico di chi usa integratori alimentari per migliorare la pratica sportiva e incrementare la massa muscolare.

Altra tegola, stavolta sulla costa di rimpetto: il problema delle pubblicazioni scientifiche. Aumentano, anche nel settore delle piante medicinali, i casi di retraction, ovvero di ritiro di articoli nei quali dopo segnalazione esterna gli autori riconoscono di aver commesso errori o di aver raggiunto conclusioni errate e non suffragate da dati ogettivi. L’ultimo della serie è abbastanza clamoroso, in quanto si tratta di uno degli articoli più spesso usati a sostegno della presunta azione dimagrante degli estratti di caffé verde, un ingrediente abbastanza trendy negli ultimi anni. Dal momento che queste informazioni sono poi usate sia per suffragare la concessione di frasi di efficacia da parte delle autorità che per sostenere campagne di marketing, avere garanzie sul controllo dei dati sarebbe fondamentale. Nello specifico, un lavoro commissionato da un’azienda e che per la sua scarsa qualità non era accettato da nessuna rivista è stato riscritto da altri autori, reso più presentabile e infine pubblicato su una rivista open access. Priva di indicatori di qualità come l’impact factor, parametro di valutazione comune nella pratica scientifica ma purtroppo non considerato qualora si tratti di portare una testimonianza sui più importanti network televisivi.

Quando si parla di “controllori” a molte persone viene mal di pancia, me è innegabile come la deregulation rappresenti un problema, di qua e di là dalla riva.

watchmen1

Vediamoci a Genova

10014713_10000135_immagine_home_14Amici genovesi e non solo: nubifragi autorigeneranti permettendo, sabato 25 ottobre alle ore 14 sarò a Genova per un question time sul cibo, presso l’Auditorium del Museo del Mare Galata. Si tratta di un evento inserito nel calendario del Festival della Scienza, che si tiene ogni anno nella Capitale Mondiale della Panissa, della Prescinsêua e del Baccalà Accomodato. Sul palco, Dario Bressanini, Marco Cattaneo, Gianpaolo Paglia, Giovanni Caprara. Ci sarò anche io, che dato il calibro del cast ricoprirò il ruolo di valletta o, se preferite, del mediano dai piedi di piombo: quello che a risultato acquisito sale dalla panchina con poco polmone e agevola l’arrivo del triplice fischio.

Potete venire e chiedermi quello che volete (compatibilmente col tema, eh). Volete delucidazioni sul sistema descritto nello spot che gira in RAI in questi giorni e scoprire perché tante richieste di claims salutistici* per prodotti alimentari sono state rifiutate da EFSA? Oppure vi piacerebbe capire che differenza c’è tra un integratore alimentare e una dieta? E tra un integratore e un farmaco? Volete sapere se davvero il cacao fa bene, ma quando? E perché certi alimenti vegetali come il cacao, il caffè e il tè anche se alle giuste dosi possono fare bene a voi e non avere efffetto sul vostro vicino di poltrona? Ma davvero esiste un legame tra l’evoluzione e un fernet? Se leggo che bere caffé fa bene alla salute, cosa lo differenzia da un farmaco? Perché i salumi col peperoncino sono una tradizione dei climi più caldi? Per quale motivo in alcune regioni italiane la gomma da masticare si chiama cicles? Esiste una distinzione tra biodiversità “artificiale” e biodiversità “naturale”? Che conseguenze ha sulle piante che mangiamo?

Robe così, insomma. Venite, ci si diverte. Soprattutto se non saprò come rispondere.

* Quelle frasi tanto care ai responsabili marketing del settore alimentare come “riduce il colesterolo“, “risolve la stitichezza“, “marmellata a senza zucchero a base di frutta” o “trasforma il mediano coi piedi di piombo in strepitoso trequartista“.

La droga chiamata Spice – Breaking Bad Edition

Better-Call-SaulLa scorsa settimana, sulla prima pagina dei quotidiani nazionali è riapparsa la segnalazione dei rischi connessi al consumo di alcune nuove droghe ricreazionali, provenienti soprattutto dal mercato orientale e russo. Nei paesi dell’ex-Unione Sovietica il consumo di prodotti noti anche come Spice, K2 ma anche con nomi che rivelano l’origine asiatica come Thai fun blackberry, Thai fun vanilla o Natures organic truskawka, avrebbe causato numerosi decessi tra giovani consumatori negli ultimi mesi. Dal momento che queste droghe sono presentate in maniera abbastanza confusa (a volte sono descritte come sintetiche, a volte come mix di estratti vegetali, il più delle volte con il fuorviante nome di “canapa sintetica” come purtroppo avviene anche nella pagina dedicata su Wikipedia), per evitare grane Meglio chiamare Saul e chiedere qualche dettaglio preciso in più. Anche perché disponibili analisi precise sulla composizione chimica di queste droghe, che aiutano a fare il punto con cognizione di causa. Il primo elemento da chiarire è semplice: in base alle analisi forensi lo Spice contiene varie cose, tra cui effettivamente diverse piante, spesso macinate, note per la loro azione psicoattiva o per il loro aroma che ricorda quello della cannabis. Per facilitare la commercializzazione e la vendita del cocktail, anche via Internet, le piante presenti non sono in genere illegali. Tra queste la più frequentemente identificata è Leontis leonorus, una cugina sudafricana della salvia contenente in piccole quantità uno pseudoalcaloide blandamente psicoattivo, soprattutto con effetti rilassanti. Altre ospiti frequenti sono Pedicularis densiflora, Canavalia maritima, Nymphaea caerulea, Zornia latifolia, Scutellaria nana, tutte piante debolmente attive e note agli psiconauti più accaniti come sostituti di scarso pregio della Cannabis ma non normate a livello intenazionale, quindi adatte a solleticare l’interesse del consumatore meno attento senza destare attenzione ai controlli di routine. Dal punto di vista tossicologico la parte vegetale della droga pone un limitato rischio per i consumatori, con il solo dubbio sulla effettiva composizione di prodotti con formulazioni sempre molto aleatorie e variabili. Soprattutto, la parte Spice_drugvegetale consente di costruire un marketing “naturale” finto ma evidentemente efficace, anche perché chi apre una bustina di Spice vede uscire una miscela di erbe essiccate. Il secondo punto chiave va spiegato meglio ed è ben più rilevante: assieme alle piante sono sempre presenti sostanze sintetiche che non sono versioni sintetiche della cannabis. Lo Spice contiene in effetti quasi sempre cannabinoidi di sintesi, ovvero molecole capaci di interagire con un sistema noto come sistema endocannabinoide ed è arcinoto che questo sistema subisce gli effetti del THC della cannabis. Tuttavia, il principio attivo di Cannabis indica non è affatto l’unico composto capace di alterare il funzionamento di questo sistema. Esiste infatti una vasta gamma di cannabinoidi di sintesi, molecole artificiali solo talvolta derivate dal THC, con modifiche strutturali anche radicali per modulare gli effetti (aumentare la potenza, prolungare gli effetti psicoattivi, introdurre nuovi effetti sul sistema nervoso centrale). Come nel caso di queste droghe, i cannabinoidi di sintesi sono molecole che non hanno nulla che fare con la canapa indiana e il suo principio attivo. Nell’immagine qui sotto si può notare la presenza di formule completamente diverse, accomunate solo dal fatto di interagire con il sistema endocannabinoide umano. In molti casi si nota la trasformazione dei composti in veri e propri alcaloidi. ttttI cannabinoidi di sintesi sono spesso nati dalla ricerca farmaceutica ma non hanno avuto sviluppo terapeutico, in quanto il rapporto rischio/beneficio era sfavoreole, ovvero gli effetti collaterali, per frequenza e intensità superano i possibili benefici se non in casi particolari e ben regolamentati. Fino al 2010 i cannabinoidi di sintesi più comuni non erano normati in Europa e quindi sino a tale data sono stati purtroppo reperibili in alcuni negozi specializzati nel commercio delle cosiddette smart drugs. Sono sostanze note ai chimici con sigle come HU-210, HU-211, JWH-073, JWH-018, CP-47,497 e legate al nome di chi le ha sintetizzate per primo. Rispetto al THC hanno un vantaggio commerciale notevole: non sono ancora attivamente monitorate a livello doganale e non sono rivelate dai normali controlli antidroga. I composti che stanno dietro a queste sigle e a queste formule sono estremamente potenti nell’interagire col sistema endocannabinoide e producono effetti simili a quelli del THC, ma amplificati e rappresentano l’effettivo principio attivo “mascherato” all’interno delle erbe essiccate che si vedono aprendo una bustina di Spice. Quindi: cannabinoide di sintesi NON vuol dire THC, i cannabinoidi presenti in queste droghe NON sono di origine vegetale e lo Spice NON è una marijuana sintetica. Da questo, discendono i problemi veri. Problema 1. Su queste sostanze non abbiamo nessuna informazione, neppure tradizionale, come avviene invece per la canapa indiana. Causare overdose o inciampare in effetti collaterali imprevedibili è infinitamente più facile. Problema 2. Trattandosi di molecole di sintesi ed essendo sintetizzate verosimilmente in laboratori illegali, il controllo di qualità su di esse è pari a zero. E’ nullo anche per la cannabis e i suoi veri derivati, ovviamente, ma in questo caso il rapporto rischio/beneficio è molto più sfavorevole a causa del punto precedente. La probabilità di trovare dosaggi disomogenei, purificazioni approssimative, residui imprecisati di reagenti e solventi è elevatissima. Problema 3. Anche nei rari casi in cui sono disponibili indicazioni farmacologiche su assorbimento, dosi ed effetti collaterali, queste sono riferite all’assunzione di composti puri per ingestione o iniezione, non di mischioni imprecisati di sostanze inalate per combustione come avviene in questo caso e pertanto l’utilità delle indicazioni disponibili è nulla. Ovviamente chi vuole fare questa esperienza lo farà a prescindere, ma almeno con un minimo sindacale di consapevolezza. Nekhoroshev, S., Nekhoroshev, V., Remizova, M., & Nekhorosheva, A. (2011). Determination of the chemical composition of Spice aromatic smoking blends by chromatography-mass spectrometry Journal of Analytical Chemistry, 66 (12), 1196-1200 DOI: 10.1134/S1061934811090115 Vardakou, I., Pistos, C., & Spiliopoulou, C. (2010). Spice drugs as a new trend: Mode of action, identification and legislation Toxicology Letters, 197 (3), 157-162 DOI: 10.1016/j.toxlet.2010.06.002 GRIFFITHS, P., SEDEFOV, R., GALLEGOS, A., & LOPEZ, D. (2010). How globalization and market innovation challenge how we think about and respond to drug use: ‘Spice’ a case study Addiction, 105 (6), 951-953 DOI: 10.1111/j.1360-0443.2009.02874.x

Piante filosofali, che trasformano le foglie in oro – Parte Terza

[segue da]

medal-3-1071926-mPietra filosofale al contrario. Anche se d’oro, ogni medaglia ha poi il suo proverbiale rovescio, che in questo caso ha le forme di un setaccio a maglie larghe: quel che c’è nel suolo entra nelle piante e si accumula a prescindere dalla nostra volontà. Se nel suolo c’è molto oro e vogliamo trovarlo, bene. Se le piantiamo apposta su un terreno ricco di nickel per bonificarlo, ok. Se le coltiviamo sugli scarti di miniera per recuperare gli ultimi resti di tallio, ottimo. Ma se in un terreno agricolo ci sono arsenico, piombo o cadmio in quantità superiori alla norma ci dice male, perché questi si accumuleranno col mesedimo meccanismo nei tessuti delle piante e nelle parti commestibili e non solo. E’ per questo motivo che tra i composti nocivi da monitorare negli alimenti di origine vegetale vi sono anche i metalli pesanti ed è per questo motivo che non tutti i suoli del pianeta sono adatti all’agricoltura, e non perché le verdure possano essere sporche di terra o lavorate in cattivo modo. Gli allarmi che periodicamente appaiono sulla stampa relativamente alla contaminazione da cadmio, arsenico, piombo e altri metalli pesanti in alimenti vegetali anche importanti come il riso sono sì connessi a problemi di inquinamento, ma rappresentano anche il semplice rovescio della medaglia di un fenomeno puramente naturale, col quale agricoltura e catene alimentari devono fare i conti. Analogamente, la raccolta di piante alimentari allo stato spontaneo presenta possibili rischi se portata avanti con costanza, in quanto non si hanno garanzie sulla tipologia dei suoli su cui queste piante crescono (e quindi di metalli accumulabili). Questo non vale solo per le piante commestibili, ovviamente. E’ per questo motivo che ad esempio la normativa dell’OMS per la messa in commercio di droghe vegetali impone controlli sui metalli pesanti con un limite sul cadmio a 0,3 mg/kg. ResearchBlogging.org Il tabacco in particolare è un discreto accumulatore di metalli pesanti nocivi, tra cui il cadmio e causa nei fumatori cronici un’aumentata esposizione (un fumatore medio presenta un’esposizione al cadmio doppia rispetto ad un non fumatore) e difatti per essere messo in commercio deve rispettare questi limiti. Il commercio estemporaneo o illegale di piante alimentari o di droghe come la cannabis è tuttavia al di fuori di qualunque controllo anche rispetto a queste garanzie per il consumatore, con ovvia amplificazione dei rischi connessi al consumo. Esistono indicazioni di un accumulo di cadmio nelle foglie di canapa indiana sino ad un massimo di 0,1 mg/gr di droga (sole foglie essiccate, non le infiorescenze o la resina più comunemente impiegate), molto oltre la soglia definita dall’OMS per le piante medicinali e, nel caso di un consumo costante di 1g/die di droga contaminata, molto oltre le soglie di esposizione cronica consigliata da diversi organismi internazionali. Questa quantità, per ricollegarci al discorso fatto in precedenza sul consumo di tabacco, è all’incirca pari al cadmio presente in 50 sigarette, dato che il contenuto medio di cadmio in una sigaretta è di 2 microgrammi.

Full metal leaflet. Questi scenari a volta ci giocano a favore a volte contro, ma non costituiscono certo una sfortuna casuale, quanto il risultato di preciso fine evolutivo e di una costante lotta da cui non siamo esclusi. I vegetali hanno elevato al massimo l’arte del riciclo e dato che questi composti sono presenti, perché non trovare loro qualche utile lavoretto da fare? Così in queste piante iperaccumulatrici l’evoluzione ha messo a punto un sistema che permette di prendere i proverbiali due piccioni: stoccare il materiale sgradito in maniera tale da limitarne i danni, farlo in organi destinati ad essere eliminati dall’organismo (le foglie, ad esempio, destinate a cadere ciclicamente) e al tempo stesso creare accumuli di cocktail di sostanze tossiche nelle parti di vegetazione in crescita, più appetibili per bruchi e insetti. Nella grande guerra chimica tra le piante e i loro avversari l’accumulo di metalli pre-monarch-2_21187021pesanti gioca anche questo ruolo: avvelenare il bruco o all’insetto che si vuole brucare la foglia, rendere deforme la sua progenie o, una volta caduta al suolo, creare un terreno intossicato di metalli pesanti per bloccare la germinazione di altre piante concorrenti. La selezione naturale ha infatti selezionato piante più adatte a vivere su terreni ricchi di elementi tossici privilegiando quelle dotate dei tratti più efficaci nel detossificare e limitare i danni cellulari di cadmio, nickel, arsenico e compagnia, ma ha anche trovato un modo per trasformare tutto questo in un ulteriore vantaggio.

L’accumulo dei metalli pesanti nei vacuoli, nelle pareti cellulari e persino in tessuti specializzati delle foglie e delle cortecce risponde infatti all’esigenza, di difendersi dai predatori, siano essi mammiferi erbivori o insetti fitofagi. Il riso all’arsenico ha ottimizzato un difetto trasformandolo in un punto di forza: il metallo tossico che aspira con le foglie viene accumulato ovunque nella pianta, ma soprattutto nei germogli e nelle parti più giovani, per danneggiare chi vuole mordicchiare quella parti tenerelle. Quando la capacità è comune solo ad alcune razze di una medesima specie, quelle che non accumulano metalli pesanti sono preda degli insetti in modo più marcato, come avviene in Senecio coronatus e in Thlaspi caerulescens. Sebertia acuminata, un albero originario della Nuova Caledonia e parente del Karité, preleva il nickel dal suolo e lo accumula nel latice che corre in tutto il suo organismo, rigorosamente isolato e separato da tutte le attività vitali. Il solo latice essiccato contiene fino al 25% di nickel ed un solo albero nella sua vita giunge ad accumularne oltre 35 kg ed è pertanto terribilmente tossico nei confronti di qualunque bruco ne morda le foglie. E che questa azione difensiva possa riguardar anche i mammiferi lo racconta Astragalus bisulcatus, che fa impazzire i bovini che lo brucano e uccide gli ovini: una pecora può morire di intossicazione da selenio trenta minuti dopo aver brucato meno di un kg di pianta, particolarmente abile a inglobare grandi quantità di questo elemento nei suoi tessuti. Nessuna pianta è teoricamente esclusa da questo pericolo, anche quelle descritte come più salutari dal punto di vista nutrizionale: il grano saraceno è una delle (poche) piante particolarmente abili a trattenere piombo. Certo, per noi questi esempi di passaggio da alimento salutare a tossico equivalgono ad una pietra filosofale al contrario, un contrappasso quasi punitivo che trasforma l’oro in piombo, ma il nostro non è l’unico punto di vista su questa terra.

A proposito di punizioni, Ercole riuscì a portare via dal giardino i frutti d’oro come richiesto dal re Euristeo usando la sua forza ed anche un tranello ben congegnato. Le tre Esperidi ingannate, Egle, Erizia ed Esperaretusa per scorno si trasformarono in alberi: un olmo, un salice, un pioppo nero. Tutti alberi, soprattutto il salice, ampiamente studiati per la loro capacità di assorbire metalli pesanti dal suolo. Probabilmente anche l’oro, sebbene nella revisione moderna della leggenda quei metalli accumulati possano anche diventare altro: un cibo servito freddo sul piatto della vendetta contro l’uomo che le ingannò.

Rascio, N., & Navari-Izzo, F. (2011). Heavy metal hyperaccumulating plants: How and why do they do it? And what makes them so interesting? Plant Science, 180 (2), 169-181 DOI: 10.1016/j.plantsci.2010.08.016

Wilson-Corral, V., Anderson, C., & Rodriguez-Lopez, M. (2012). Gold phytomining. A review of the relevance of this technology to mineral extraction in the 21st century Journal of Environmental Management, 111, 249-257 DOI: 10.1016/j.jenvman.2012.07.037

Meharg, A. (2004). Arsenic in rice – understanding a new disaster for South-East Asia Trends in Plant Science, 9 (9), 415-417 DOI: 10.1016/j.tplants.2004.07.002

Piante filosofali, che trasformano le foglie in oro – Parte Seconda

[segue da qui]

bdm_02apr_h1Phytomining: piante, a lavorare in miniera! Oro a parte, la capacità vegetale di assorbire e accumulare metalli più o meno preziosi può costituire una risorsa anche nell’estrazione di altri elementi pregiati da suoli non più sfruttabili commercialmente (phytomining) o per ridurre il contenuto di alcuni metalli pesanti in terreni contaminati da attività minerarie o industriali (phytoremediation). Prendiamo ad esempio il residuo delle attività estrattive, accumulato in grandi quantità in prossimità di miniere estinte o ancora attive e spesso contenente residui di metalli di valore, solo troppo poco concentrati per essere estratti con profitto tramite sistemi convenzionali. Se ci fosse della manodopera a basso costo disposta a fare il lavoro sporco, come una pianta abbastanza efficiente nell’accumulare e abbastanza rapida nella crescita, si potrebbe ipotizzare un business. Negli ultimi anni diversi ci hanno provato, estendendo la valutazione dall’oro ad altri metalli preziosi. L’idea è quella di far crescere piante più efficaci dell’eucalipto sul terriccio di riporto di attività estrattive, sfalciare, calcinare la biomassa ed estrarre i metalli dalle ceneri rimaste, creando giardini delle Esperidi meno mitologici e più redditizi. Il gioco, per funzionare, ha bisogno di mettere a uno stesso tavolo economisti, ingegneri e biologi e pare che in alcuni casi e con alcune condizioni precise di contorno possa valere la candela.

Che aResearchBlogging.orglcune specie vegetali siano in grado di accumulare “grosse” quantità di elementi non è una novità, ma un dato di fatto verificato immediatamente dopo la messa a punto di metodi abbastanza sensibili per la misurazione dei metalli. Queste specie sono definite “iperacculumatrici” in quanto capaci di trattenere metalli pesanti fino a circa 100-1000 volte in più rispetto alla norma vegetale. Fino a qualche decennio fa le scoperte in merito venivano rubricate tra le curiosità scientifiche o tra le stranezze naturali e solo successivamente l’attenzione si è spostata nell’ambito ecologico: quasi sempre si tratta di splendidi esempi di adattamenti evolutivi a nicchie ecologiche particolari, come le rocce laviche, i sepentini, i terreni di risulta di operazioni minerarie, i suoli inabitabili per altre piante. Il termine “accumulo”, qui usato per semplificare, nasconde un’infinità di meccanismi e soluzioni biologiche e fitochimiche. Le specie in questione si sono evolute per resistere a grandi quantità di metalli pesanti là dove affondano le radici, addirittura riuscendo ad usarli per altri scopi, e presentano enormi vantaggi competitivi rispetto a quelle “normali”. Proprio indagando su suoli naturalmente inospitali come i residui lavici o le cosiddette rocce ultramafiche come i serpentini si sono scoperte le iperaccumulatrici più interessanti per l’industria estrattiva, a confronto delle quali Eucalyptus marginata fa la figura del minatore principiante. Piante poco note come Thlaspi caerulescens (circa 3 mg di cadmio ogni kg biomassa secca), Haumaniastrum robertii (circa 10 mg/Kg di cobalto), Alyssum bertolonii, Berkheya coddii e Rinorea niccolifera (rispettivamente circa 13, 17 e 18 mg/Kg di nickel), Iberis intermedia (circa 3 mg/Kg di tallio), Atriplex confertifolia (circa 0,1 mg/Kg di uranio), Astragalus pattersoni (circa 6 mg/Kg di selenio), Macadamia neutrophylla (circa 55 mg/Kg di manganese), Viola calaminaria (circa 11 mg/Kg di zinco) e la felce Pteris vittata (circa 22 mg/Kg di arsenico) sono le più abili e quindi variamente candidate come phytominers. Chi ha fatto i conti conclude però che per rendere vantaggiose queste operazioni estrattive devono essere verificate alcune condizioni economiche e di resa che includono: un prezzo del metallo estratto sufficientemente alto, la scelta di una specie vegetale perfettamente adattata al clima, possibilmente perenne per abbassare i costi di semina e capace di produrre molta biomassa per ettaro, nonché l’imprescidibilità del recupero di una parte dei guadagni dall’uso della biomassa di scarto come fonte di energia elettrica. Molte ricerche inoltre si limitano a segnalare la quantità estratta dalla pianta, ma non considerano la moltiplicazione di campo generando così false aspettative. Ad esempio, Alyssum bertolonii e Berkheya coddii possono apparire analoghe per resa, ma la seconda produce ogni anno una biomassa doppia per ettaro, ovvero assicura una resa complessiva due volte maggiore. Per converso, specie con elevato assorbimento in peso ma ridottissima crescita in biomassa di fatto accumulano quantità assolute insufficienti a garantire la sostenibilità economica. Questi pochi vincoli in realtà bastano a ridurre il novero dei minerali estraibili commercialmente con le piante a poche unità: tallio, cobalto, uranio, oro e nickel. A patto però che si costruiscano “campi minerari” estesi, collegati a strutture centralizzate capaci di usare la fase di calcinazione della biomassa anche per la produzione di energia (e ulteriore guadagno), altrimenti i ritorni economici rischiano di non essere sufficienti. Anche per questo motivo l’agricoltura mineraria stenta ad andare oltre all’esercizio di stile. Un vantaggio indubbio rispetto all’agricoltura tradizionale però esiste: il metallo estratto per calcinazione della biomassa non marcisce come un normale frutto della terra e non deve essere venduto subito, ovvero può essere conservato in attesa che il prezzo di mercato sia giusto per massimizzare i guadagni. Anche qui, un freno a chi pensa di poter raccogliere frutti d’oro senza pagare dazio, in quanto in molti casi per raggiungere rese adeguate è necessario trattare il suolo con ammendanti per solubilizzare i metalli e aumentare la captazione radicale, con esiti non sempre ambientalmente innocui specie nel caso dei chelanti (EDTA, cianuri, tiocianati) e dei derivati dello zolfo.

Libera nos a cadmio. I metalli pesanti sono elementi assolutamente naturali, la terra ne è piena da ben prima della comparsa del primo barlume di vita sul pianeta, ma come sappiamo la salubrità non è il loro forte. Lo scoprì Re Mida, lo seppe Sean Connery quando Oddjob uccise per soffocamento dorato una delle Bond girls in Goldfinger, lo sanno bene quanti purtroppo vivono in zone inquinate da scarti industriali. I problemi nascono quando queste sostanze, per cause naturali o per effetto dell’azione umana si concentrano in grandi quantità in uno stesso luogo, sulla superficie: una colata lavica, un deposito di scarti minerari o metallurgici, una discarica mal gestita. Le strategie di bonifica ambientale in questo senso passano in genere attraverso una raccolta del terreno contaminato, seguito da una sua diluizione con altri terreni e in altri luoghi, fino a ripristinare le concentrazioni normali. Anche questo è uno sporco lavoro per il quale le capacità delle piante iperaccumulatrici potrebbero fare il nostro gioco e darci una mano a rimettere insieme cocci rotti spesso proprio da noi. Purtroppo però molte delle specie utilizzabili presentano un limite direttamente legato alla loro evoluzione su terreni ostici: crescono molto lentamente e producono pochissima biomassa, ovvero estraggono quantità molto piccole di metalli pesanti all’anno, se comparate alla presenza di queste sostanze nei terreni contaminati. L’efficienza va quindi posta in prospettiva. Ad esempio, restando su uno dei metalli pesanti più problematici ma anche tra i più efficacemente assorbiti, il nickel, la specie più efficiente è Berkheya coddii. Cresciuta in condizioni ottimali di clima (si tratta di una pianta originaria del Sudafrica), toglie circa 17 g di nickel ogni kg di peso secco e produce 18 t di biomassa per ettaro all’anno. Significa che ogni anno da un ettaro di suolo contaminato possono essere teoricamente eliminati 300 kg di nickel, a fronte, ad esempio, di una presenza compresa tra i 1 e 7 kg per ogni metro cubo di suolo nei terreni di scarto minerario. Considerando che il primo metro di profondità di un ettaro consta di 10000 metri cubi di terra, per bonificare completamente un terreno di questo tipo occorrono molti decenni di coltura continuativa, in condizioni ottimali. Considerazioni analoghe si possono fare per Thlaspi caerulescens, che può togliere contemporaneamente fino a 60 kg/ha di zinco e 8,4 kg/ha di cadmio e, in contesti reali, si è misurato che occorrerebbero decenni con questi valori per ridurre di soli 100 mg/Kg il contenuto di zinco di un terreno contaminato. Se la contaminazione da metalli pesanti è massiccia non è quindi lecito attendersi miracoli ma solo molta pazienza, in contesti che la permettono. Non sempre poi questi terreni ad alto inquinamento consentono alle piante, anche se iperaccumulatrici, di crescere in modo adeguato e il loro apparato radicale è in genere troppo poco profondo per raggiungere gli strati inferiori. Si stima che spesso le quantità estratte non superino l’1% di quanto presente nello strato superficiale (primi 10-20 cm di terreno), con limiti evidenti in termini di completa bonifica. Per contro, la coltivazione di queste piante presenta altri benefit economici come un costo circa 10 volte inferiore al conferimento in discarica e vantaggi ecologici indubbi, come la riduzione della dispersione di micropolveri e il consolidamento dei terreni, così meno esposti all’erosione e quindi al contatto con l’uomo. La possibilità di usare piante per bonificare terreni inquinati da metalli pesanti, quindi, dipende fortemente dal grado di inquinamento e dai tempi ammissibili per l’operazione.

[segue]

Fernando, E., Quimado, M., & Doronila, A. (2014). Rinorea niccolifera (Violaceae), a new, nickel-hyperaccumulating species from Luzon Island, Philippines PhytoKeys, 37, 1-13 DOI: 10.3897/phytokeys.37.7136

Rascio, N., & Navari-Izzo, F. (2011). Heavy metal hyperaccumulating plants: How and why do they do it? And what makes them so interesting? Plant Science, 180 (2), 169-181 DOI: 10.1016/j.plantsci.2010.08.016

Anderson, C., Brooks, R., Chiarucci, A., LaCoste, C., Leblanc, M., Robinson, B., Simcock, R., & Stewart, R. (1999). Phytomining for nickel, thallium and gold Journal of Geochemical Exploration, 67 (1-3), 407-415 DOI: 10.1016/S0375-6742(99)00055-2

Piante filosofali, che trasformano le foglie in oro – Parte Prima

Hesperides2Tra le fatiche erculee si annovera il furto di certi splendidi frutti d’oro dal giardino di Era, gelosamente custodito dalle ninfe Esperidi Egle, Erizia ed Esperaretusa assieme al drago Ladone. Una storia di furbizia e di forza (c’era un intero cielo da tenere sulle spalle), che come molte altre del mito erculeo è finita a illustrare quadri e affreschi, assieme alla misteriosa pianta al centro della vicenda. Nella genesi di un mito le piante hanno in funzioni simboliche che ne complicano la precisa determinazione botanica e pertanto l’albero dai frutti dorati è stato dipinto con licenza poetica, seguendo la descrizione sommaria che ne fa la leggenda o in base a tratti evocativi. A seconda delle rappresentazioni possiamo infatti incontrare un frutto indistinto (in Hans von Marées), un melo (in Rubens, per via del vocabolo pomum usato nei racconti latini, che però indica il frutto di qualunque albero) o un arancio (nel Giardino delle Esperidi del preraffaellita Edward Coley Burne-Jones, ma anche nella Primavera del Botticelli, per via del colore). La seconda scelta ha certamente lasciato il segno, in quanto il frutto degli agrumi è una bacca modificata detta “esperidio” proprio in onore alle mitiche custodi. Lo stesso mito poi rientra di carambola carpiata anche in un’altra discendenza, con un ortaggio sicuramente assente nel Mediterraneo ai tempi di Ercole: il pomodoro. Botanica sistematica a parte, nel leggendario giardino delle esperidi crescevano, gelosamente custodite, piante goldfinger dai frutti d’oro.

Possono davvero esistere frutti d’oro? Ovviamente no, altrimenti non saremmo dalle parti di una leggenda. Però recentemente abbiamo scoperto sulle piante alcune cose che non sapevamo e che accarezzano questo mito. Ad esempio, si è osservato che specie ad alto fusto adattate a climi siccitosi e dall’apparato radicale profondo e sviluppato, come gli eucalipti delle foreste Australiane, possono accumulare piccole quantità d’oro soprattutto in corteccia e foglie . Questo fenomeno ha luogo solo quando le piante crescono su terreni attraversati in profondità, anche oltre 30-40 metri, da vene aurifere. Gli alberi in questione non hanno poteri di trasmutazione alchemica, ma assorbono il pregiato metallo assieme a molti altri nella oro opera di dragaggio delle acque sotterranee, senza riuscire a filtrarlo a livello radicale. Quando Eucalyptus marginata aspira l’acqua che le serve per vivere, assimila oro in forma di ioni idrosolubili e questo entra in modo sistemico nella pianta, la quale, non sapendo che farne, lo accumula nelle foglie. In particolare, lo stiva come una brava massaia nell’organello cellulare detto vacuolo, che funziona più o meno come un ripostiglio per tutto quello che i vegetali non possono eliminare altrimenti, non avendo un apparato escretore. L’oro, metallo pesante tossico come cadmio, zinco o piombo non è certo un toccasana neanche nelle piante, che non possono contare su sistemi di detossificazione attiva: una volta assorbito non hanno modo di espellerlo direttamente. Così, cercano di impacchettarlo in sistemi organici e di stoccarlo in parti fisiologicamente destinate alla morte, come corteccia e foglie. Queste ultime, cadendo al suolo, eliminano fisicamente lo sgradito metallo dall’organismo. Anche l’humus formato nel sottobosco dalla biomassa caduta dagli alberi risulta infatti più ricco in oro rispetto al terreno a pochi metri di profondità, a conferma del fatto che il metallo viene assorbito dall’apparato radicale in profondità durante la stagione arida, traslocato attraverso lo xilema in forma ionica idrosolubile e depositato, affinché non causi nocumento, nelle foglie in attesa della loro caduta. Piccole ma misurabili quantità si accumulano nei tessuti, dove per effetto del mutato pH e per l’elevata concentrazione in alcuni vacuoli gli ioni precipitano e l’oro cristallizza tornando allo stato solido, riformando nanoscopiche pepite del diametro di 8 nanometri, grandi circa un quinto del diametro di un capello. Tutto ha un senso in questo fenomeno, dato che così l’oro non può più uscire dalla sua prigione a far danni per le cellule e in più occupa molto meno spazio: i ripostigli, si sa, non sono mai abbastanza grandi.

ResearchBlogging.orgRabdomanzia aurea scientifica. Spiace sempre frenare i sognatori più arditi, ma non si prevedono corse verdi dell’oro e niente frutteti di Re Mida, almeno con gli eucalipti. La riserva aurea accumulata nelle foglie di E. marginata non supera lo 0,000005% e non è tale da essere sfruttata a scopi commerciali. Dovremmo abbattere e lavorare 500 alberi adulti di eucalipto per produrre una fede nuziale, a spanne sono circa 750 tonnellate di materiale vegetale da trattare, un’impresa questa sì davvero erculea oltre che paziente, considerando gli anni necessari agli alberi stessi per produrre una simile biomassa. Per contro, gli eucalipti lavorano con grande precisione: basta spostarsi di soli 200 metri dalle piante che crescono sulla vena aurifera per trovare individui che contengono oro in quantità non significative. La “rabdomanzia aurea scientifica” potrebbe piuttosto rappresentare un eccellente sistema per valutare la presenza di oro in un terreno senza dover ricorrere a priori a trivellazioni e scavi esplorativi, perché un aumentato tasso d’oro nelle foglie e nel terriccio può indicare una maggiore probabilità di scovare un giacimento d’oro in profondità. Inoltre, il fenomeno può rivelarsi direttamente utile per la possibilità di ricavare nanoparticelle d’oro già pronte da usare in campo farmaceutico e nelle industrie dei sensori, dell’elettronica e della sintesi chimica sensa bisogno di produrle artificialmente. Questa scoperta aiuterà forse i cercatori d’oro e i biotecnologi, ma visto l’impatto ecologico di una miniera a cielo aperto e delle correlate attività estrattive rischia di essere una fregatura per le piante e per l’ambiente. Nel dare soddisfazione alle Esperidi di turno l’eucalipto non è però solo e anzi, già si sapeva che un comportamento analogo si può riscontrare in alcune conifere e che la pianta messicana Chilopsis linearis, diverse Brassicacee come Raphanus sativus o Brassica juncea e persino il dorato girasole riescono ad assorbire fino a 20-40 mg di oro per kg di biomassa disidratata. Certo, in questo casi occorre seminare le piante su un suolo superficialmente ricco di oro e occorre un aiutino sotto forma di cianuri e cianati aggiunti al suolo per solubilizzare il metallo (in quantità molto inferiori a quelle usate nelle estrazioni convenzionali), ma si potrebbe raggiungere la sostenibilità economica. Secondo alcune prove di campo, un terriccio scartato dalla lavorazione estrattiva convenzionale, se non completamente esausto, potrebbe garantire un ricavo lordo di circa 14000 $ (al cambio del 2011) e a circa 450 g di oro per ettaro. Probabilmente abbastanza da assumere tre guardiane con uno strano nome e un drago, per evitare furti sgraditi.

[segue]

Lintern, M., Anand, R., Ryan, C., & Paterson, D. (2013). Natural gold particles in Eucalyptus leaves and their relevance to exploration for buried gold deposits Nature Communications, 4 DOI: 10.1038/ncomms3614

Anderson, C., Brooks, R., Chiarucci, A., LaCoste, C., Leblanc, M., Robinson, B., Simcock, R., & Stewart, R. (1999). Phytomining for nickel, thallium and gold Journal of Geochemical Exploration, 67 (1-3), 407-415 DOI: 10.1016/S0375-6742(99)00055-2

Wilson-Corral, V., Anderson, C., & Rodriguez-Lopez, M. (2012). Gold phytomining. A review of the relevance of this technology to mineral extraction in the 21st century Journal of Environmental Management, 111, 249-257 DOI: 10.1016/j.jenvman.2012.07.037

La verità, vi prego, sul raspberry ketone

ResearchBlogging.orgUno slogan nato in tutt’altro contesto ma ben diffuso, come ogni sintesi che coglie nel segno, recita: “Dont’ believe the hype”, non credere alla moda, alle montature, non farti fregare. Chi lo cantava teneva una sveglia al collo, forse per sottolineare il messaggio. In un contesto dominato dagli aspetti di marketing come quello della salute e del benessere, lo stesso mantra dovrebbe essere tenuto sempre ben presente da consumatori e operatori professionali. Consuetudine infatti vuole che i nuovi ingredienti salutistici siano presentati con toni enfatici, che esagerano la realtà dei benefici facendo leva su vocabolari mirati più a distogliere l’attenzione che a far capire. Ad esempio, pur con un background di evidenze scientifiche interessanti per alcune precise applicazioni e non scarno come quello di altre piante anche più vendute, Rhodiola rosea (altra pianta che ha da poco cambiato nome, ora dovremmo chiamarla Sedum roseum) non è esente da descrizioni e iperboli che ne esagerano le potenzialità, mirate a colpire l’aspetto su cui siamo tutti più deboli: quello emotivo.

Come si coltiva un mito. Per esempio, questa pianta è descritta come capace di apportare “straordinari benefici per lungo tempo considerati segreto militare sovietico”, ma al tempo stesso “il suo impiego ha una storia leggendaria: antiche popolazioni siberiane ne tramandavano l’uso di generazione in generazione” e “medici mongoli prescrivevano l’estratto di Rhodiola per il trattamento della tubercolosi e del cancro” al punto che “gli imperatori cinesi hanno organizzato numerose spedizioni in Siberia orientale con il compito di reperire i luoghi in cui tale pianta cresceva spontaneamente poiché le popolazioni locali custodivano gelosamente il segreto”. Nella generazione del mito associato a una droga vegetale gli elementi esotici, arcani, lontani nel tempo, mai quantificabili e legati ai presunti aspetti positivi (e impossibili da verificare) sono spesso amplificati. Così come i riferimenti contraddittori, tra ipotetici segreti occultati alla gente comune e tuttavia al tempo stesso base di saperi millenari tramandati oralmente, che lasciano intuire poteri ai confini del magico anche su malattie (il cancro) che in passato non erano codificate dal punto di vista terapeutico. Un’altra strategia della comunicazione meno corretta è invece di segno completamente opposto: l’uso insistente, ma privo di spiegazioni adeguate, del linguaggio medico-farmacologico e dei tecnicismi del suo gergo. E così, per esempio, la rodiola viene descritta al consumatore come capace di aumentare “i livelli di adenosintrifosfato – ATP – e di creatinfosfato – CP – nel tessuto muscolare striato, aumenta i livelli plasmatici di betaendorfine, mentre a livello del SNC inibisce la COMT, con una possibile attività antidepressiva”, una delle molte espressioni che possono dire tutto e nulla circa la validazione scientifica di una droga vegetale. Come la storia del Cargo Cult insegna, questo metodo gioca con la percezione “magica” che l’uomo moderno più acritico conferisce a tutto ciò che è scienza o tecnologia. Tutto questo, in letteratura e nel marketing, va a finire sotto al nome di mitopoiesi, che non è altro che la versione culturalmente alta dell’hype. E se questo accade per una pianta come la rhodiola, per la quale abbiamo a disposizione diversi plichi di evidenze scientifiche, figuriamoci cosa avviene per molecole ed estratti per i quali gli studi si contano sulle dita di una mano.

raspberry in zoomIl lampone dimagrante. Questo preambolo per arrivare al nostro hype e per capire come leggere tra le pieghe del mito. Da circa cinque anni è proposto sul mercato, soprattutto online e con un marketing estremamente aggressivo, un agente dimagrante a base di una sostanza chiamata “raspberry ketone” o “chetone di lampone”. Viene presentato alternativamente come una miscela di chetoni non ben precisata, come un estratto concentrato di lampone o come una miscela di enzimi. Viene venduto in compresse che lo contengono da solo o in miscela con altri 4-5 composti o estratti vegetali. Già la grossa confusione mediatica sulla sua composizione chimica dovrebbe mettere in guardia i consumatori: chi non ha una faccia precisa e un recapito certo raramente è affidabile e se un principio attivo è mescolato ad altri composti in dosaggi sempre diversi, significa che la sua capacità è limitata. La molecola è indicata come capace di “bruciare i grassi e gli zuccheri”, di “accelerare il metabolismo” e di “operare un effetto termogenico sui grassi stoccati, con effetti anti-obesità“. Seguono foto di prammatica con silhouette prima/dopo il trattamento.

La fonte vegetale non viene risparmiata nella presentazione del prodotto, descritto come derivato dal lampone e quindi implicitamente naturale, nell’accezione naif cui sempre si ricorre in questi casi. I frutti del lampone abbondano su brochure e confezioni, a suggerire che si tratti di un diretto derivato vegetale. Quel che conta però è il contenuto e non la copertina e in effetti il raspberry ketone (il cui nome chimico corretto sarebbe  4-(p-idrossifenil) butan-2-one) è presente nei frutti del lampone, nei quali costituisce uno dei componenti dell’aroma a maturità. Tuttavia, le quantità disponibili nel frutto sono del tutto irrisorie ai fini nutrizionali e farmacologici. L’uso del lampone non solo come fonte estrattiva ma anche come contributo alla dieta non può neppure essere preso in considerazione: per ottenere i 100 mg delle dosi vendute del composto servirebbe ingerire ogni giorno circa 40 kg di frutti (di cui circa 4 sarebbero zuccheri). Per le versioni d’urto, che arrivano a 1000mg, fate voi i calcoli. Malgrado si incontri spesso la dicitura “estratto puro di lampone”, il raspberry ketone inserito negli integratori alimentari non è estratto da frutti bensì ottenuto totalmente per via sintetica o a massimo per biotrasformazione usando microrganismi o sistemi biocatalitici, nè più ne meno che un qualunque altro farmaco “di sintesi”1-s2.0-S0024320505001281-gr1

Quanto pesa la storia? Un ulteriore elemento da considerare nella valutazione di questi prodotti è la loro storia. La presenza di una pianta nella tradizione medica passata non è affatto una garanzia di efficacia certa, ma la sua completa assenza è per certo segnale di forti lacune nel suo studio, con tutti i peccati e i limiti degli eccessi di gioventù. Nel caso di Rhodiola rosea citato in precedenza, l’uso tradizionale ne ha determinato l’interesse di decine di ricercatori per diversi decenni e l’insieme di dati a disposizione del mondo medico è ampio. Lo stesso uso tradizionale ha permesso di avere un’idea dei possibili dosaggi, delle quantità che si possono assumere senza effetti collaterali e così via. C’è carne con cui fare l’arrosto per decidere se la ricetta è buona e degna per gli ospiti, insomma. Nel caso del raspberry ketone invece è tutto il contrario: questo è apparso sulla scena scientifica come possibile agente termogenico solo nel 2004 e dopo pochi mesi è passato direttamente -e senza passare dal via- alle ribalte televisive e al pressante tam-tam commerciale.

Le parole sono importanti, ma anche le molecole. Il razionale di impiego di questo composto è spesso presentato per traslazione, usando una specie di sillogismo secondo il quale chimica, fisiologia e farmacologia dovrebbero dipendere dalla proprietà transitiva. Il raspberry ketone vanta una struttura molecolare simile a quella della sinefrina, uno pseudoalcaloide presente nelle arance amare e dotato di una leggera azione anoressizzante. L’uso dimagrante della sinefrina a sua volta deriva da quello dell’efedrina, un composto anch’esso simile strutturalmente e per certo altamente snellente, ma anche in grado di causare gravi danni alla salute ai medesimi dosaggi, come le anfetamine che a sua volta richiama. Senza scendere nei tecnicismi legati alla sostituzione di un azoto con un ossigeno e alla scomparsa di un ossidrile, la semplice similitudine strutturale non implica infatti il possesso delle stesse proprietà (sia nel bene che nel male): esistono zuccheri con strutture molecolari praticamente identiche eppure dotati di sapore assai diverso (amaro o dolce) e piccolissime modifiche possono rendere una molecola benefica o terribilmente tossica. La logica secondo la quale il raspberry ketone sarebbe efficace in quanto simile alla sinefrina è sbagliata: le somiglianze strutturali possono essere indizi da cui partire con ipotesi sperimentali e non giustificazioni di efficacia, per le quali sono necessarie evidenze dirette e specifiche. Per dire se il 4-(p-idrossifenil) butan-2-one è dimagrante occorrono studi mirati in condizioni controllate e monitorate, possibilmente sull’uomo e possibilmente in soggetti in leggero sovrappeso.

0007524100E-565x849Le molecole sono importanti, ma anche i numeri. Per quantificare, mentre nel solo 2013 Rhodiola rosea è stata oggetto di 563 ricerche destinate a valutare i suoi effetti sulla salute di uomini o animali, il raspberry ketone può vantare sulle sue proprietà solamente 5 lavori in tutto dal 2005 ad oggi, usati ripetutamente verso i consumatori come prova della sua efficacia.

Esiste uno studio in cui questa molecola è stata somministrata ad esseri umani, ma non aiuta a capire: ai pazienti è stata somministrata una miscela di 6 tra sostanze e piante in polvere e non è possibile dedurre il contributo effettivo del raspberry ketone agli effetti riscontrati. Al massimo si può dire se il prodotto nella sua interezza ha o meno qualche effetto. Altri due studi hanno utilizzato sistemi in vitro, ovvero con somministrazione del raspberry ketone a diverse concentrazioni arbitrarie in cellule isolate e la misurazione di alcuni parametri biochimici legati all’accumulo di grasso. L’uso della parola “arbitrario” va spiegato, perché è la chiave per capire i limiti di tutti gli studi di questo tipo: l’obiettivo dei ricercatori è verificare a quali dosi si registra un’attività certa, ma questo avviene a prescindere dalla coerenza con la fisiologia umana, per la quale le quantità usate potrebbero essere assolutamente inverosimili. Nel caso specifico -ma il ragionamento vale per quasi tutti gli studi in vitro- non abbiamo la più pallida idea di quale sia la concenrazione di raspberry ketone nel sangue umano dopo la somministrazione di qualsivoglia dosaggio. Non lo sappiamo perché nessuno ha mai fatto neppure una prova. Tentando un’approssimazione generosa in base a dati su molecole simili, la concentrazione usata in questi studii è almeno 100 volte più elevata di quella probabile. Non sappiamo nè se è raggiungibile nell’uomo nè, qualora lo fosse, se comporta effetti collaterali. Non sappiamo neppure come venga metabolizzato il chetone di lampone nell’uomo nè se può avere un effetto tossico di qualche tipo a breve o a lungo termine, perché nessuno l’ha mai studiato e nessun dato ci può venire in aiuto dall’uso tradizionale. Senza nessuna valutazione pregressa di tipo storico e di tipo contemporaneo, questo composto è venduto come integratore alimentare per il semplice motivo che se ne conosce la presenza in tracce nel frutto del lampone e in qualche altra bacca rossa.

Il lavoro più spesso citato a supporto consiste in uno studio su animali nutriti con una dieta fissa basata sul 40% di grasso bovino (che non riproduce certo la realtà di una dieta normale) e addizionata con quantità di 1- 2% di raspberry ketone. Considerando che una dieta normale nell’uomo prevede l’ingestione giornaliera di circa 1,2 kg di cibo solido e facendo leva sui parametri allometrici che consentono di convertire i parametri dal topo all’uomo, un uomo adulto di 70 kg di peso dovrebbe teoricamente ingerire almeno 36 grammi di questa sostanza purificata al dì per 10 settimane (con una dieta costituita da almeno 300 g di grasso animale) per riprodurre le medesime condizioni sperimentali. L’obiettivo dei ricercatori che hanno condotto questo studio era verificare quali dosi di chetone di lampone fornivano un risultato evidente, per cui hanno scelto una situazione estrema per dieta e dosi, senza valutarne l’equivalenza nell’uomo. Sempre perché i numeri hanno un peso e dato che questo peso è da valutare in un contesto, ho fatto altri due conti osservando i risultati ottenuti e il costo del raspberry ketone sul internet. I topi, innanzitutto, non sono dimagriti durante il trattamento e non hanno mantenuto il peso, ma sono solo ingrassati di meno. Dopo 10 settimane di cura quelli che hanno seguito la dieta all’ingrasso addizionata di chetone di lampone pesavano 50g, mentre quelli che non l’hanno assunto ne pesavano 55. I topolini con una dieta normale pesavano 45 g. Sempre ammettendo i limiti della conversione animale-uomo e azzardando un paradosso, i 36 grammi al giorno di chetone di lampone (dosaggio per il quale non sappiamo assolutamente nulla in termini di effetti tossici) potrebbero permettere un mancato aumento di peso del 10% circa. Ho visto online prezzi sui 30 euro al grammo, farebbero 1000 euro al giorno. Un ultimo lavoro ha usato i medesimi dosaggi e una dieta meno aggressiva, per monitorare gli effetti a difesa del fegato. Valgono le stesse considerazioni.

In altre parole, come concluso da chi ha riassunto le poche ricerche effettivamente fatte su questa sostanza in tema di salute e dimagrimento, non sono disponibili informazioni attendibili sull’efficacia del raspberry ketone nell’uomo e gli studi fatti sugli animali, pur dando qualche indicazione vagamente promettente, non rispecchiano situazioni realistiche. Chi cantava don’t believe the hype teneva una sveglia al collo, l’ho già scritto?

Lopez HL, Ziegenfuss TN, Hofheins JE, Habowski SM, Arent SM, Weir JP, & Ferrando AA (2013). Eight weeks of supplementation with a multi-ingredient weight loss product enhances body composition, reduces hip and waist girth, and increases energy levels in overweight men and women. Journal of the International Society of Sports Nutrition, 10 (1) PMID: 23601452

Ulbricht, C., Catapang, M., Conquer, J., Costa, D., Culwell, S., D’Auria, D., Isaac, R., Le, C., Marini, E., Miller, A., Mintzer, M., Nguyen, M., & Salesses, K. (2013). Raspberry Ketone: An Evidence-Based Systematic Review by the Natural Standard Research Collaboration Alternative and Complementary Therapies, 19 (2), 98-100 DOI: 10.1089/act.2013.19201

Morimoto, C., Satoh, Y., Hara, M., Inoue, S., Tsujita, T., & Okuda, H. (2005). Anti-obese action of raspberry ketone Life Sciences, 77 (2), 194-204 DOI: 10.1016/j.lfs.2004.12.029

Park KS (2010). Raspberry ketone increases both lipolysis and fatty acid oxidation in 3T3-L1 adipocytes. Planta medica, 76 (15), 1654-8 PMID: 20425690

Wang, L., Meng, X., & Zhang, F. (2012). Raspberry Ketone Protects Rats Fed High-Fat Diets Against Nonalcoholic Steatohepatitis Journal of Medicinal Food, 15 (5), 495-503 DOI: 10.1089/jmf.2011.1717